Logica Poetica nella comprensione Scientifica della Natura: per un’Ecocritica in chiave teorica di Carlo Alberto Augieri, Milella, 2026
di Cosimo Rodia Logica Poetica nella comprensione Scientifica della Natura è l’ultima pubblicazione teorica dello studioso Carlo Alberto Augieri; un saggio articolato, in serrato confronto con studiosi di campi scientifici differenti e con un ultimo capitolo arditamente affascinante.
L’introduzione e i sei capitoli non trattano tutti lo stesso tema ma ne sono sotterraneamente collegati col fine di mettere all’angolo l’esprit de géométrie e far salire in cattedra l’esprit de finesse e con esso la dimensione del ‘cuore’ non matematizzabile.
Lo studioso dell’Università del Salento precisa nell’introduzione che la metafora rende esplicito ciò che prima era anonimo, ed aggiunge che l’analogia e la metafora sono processi di pensiero, che oltrepassano il limite connotativo del senso; analogia e la metafora sono alla base di ogni pensiero intenzionale da cui derivano ipotesi, prospettive e finalità, riguardanti possibilità altre, in risposta alla staticità univoca della condizione reale. Augieri esprime l’idea che per conoscere una cosa bisogna renderla ‘eccedente’, ovvero, traslarla metaforicamente, configurando una verosimiglianza d’identità.
La cultura razionale parla di ciò che è certo, ma, se ogni cosa è qualcosa di aperto, ovvero metaforizzabile, significa che la cultura razionale perde una possibilità di conoscenza; dunque, solo con la metafora si può conoscere la parte latente.
Lo studioso porta gli esempi di Leonardo e Leopardi, entrambi partiti dal ‘volo degli uccelli’; cosa è successo? L’uno l’ha metaforizzato pensando al volare dell’uomo come possibilità; l’altro l’ha prefigurato come una somiglianza d’identità; per Augieri, il procedimento logico dei due è identico, entrambi hanno dilatato un fatto di natura prefigurando nuove realtà sopite.
Allora la metafora costituisce un modo logico di comprensione creativa ed originale delle cose della natura. La conseguenza? La metafora illumina a conoscere altro: intrecci, implicazioni, interscambi di senso, comprendendo in modo nuovo il dato. Quando guardiamo, allora, possiamo aggiungere ad un contenuto osservato e conosciuto, una similarità, perché la Natura è come uno specchio “capace di essere riflesso di sé e pure di ‘fare’ da riflesso a Chi la osserva”.
Nel primo capitolo Augieri analizza come nella storia del pensiero ci sia stata una maggiore propensione per l’antropocentrismo, insensibile all’alterità, tanto che finanche gli dèi hanno assunto gli stessi vizi umani. Così, in linea col pensiero dell’indimenticato Mario Nanni, il professore dell’Università del Salento considera la separazione tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, un arbitrio ’denominativo’.
Ed è con Aristotele che la filosofia diventa episteme, scienza, e l’interiorità emotiva (il pathos) invece diventa la non ragione e Dioniso l’irrazionale; allora con Aristotele prende il sopravvento un pensiero che lascia indietro le curiosità e le sirene, “lascia nell’ombra le epifanie”, per dare spazio solo alle idee in laboratorio: ecco il logocentrismo della ragione, da cui scaturisce il kòsmos come ordine.
Ora, partendo dal presupposto che bisogna conoscere per interpretare, si pone il problema delle parole da usare. Intanto, si conosce senza i pregiudizi precedenti, perché nella “natura esistono, coesistono e consistono i fatti che ‘chiedono’ di essere compresi”. Allora, lo studioso salentino propone che per conoscere i fatti e interpretarli, bisogna lasciare il giusto spazio alla meraviglia, allo stupore, alla scintilla intuitiva del conoscere per codificare, espungendo l’osservatore neutro, oggettivato.
Dopo questa premessa di ordine generale, nel secondo capitolo, Augieri, riflettendo sulla separazione scientifica e umanistica, conclude che tale distinzione risieda nel linguaggio, ovvero, nella sua grammatica che dà conto della realtà.
È grazie “alla lingua e nella lingua” che si ha la possibilità di dire ciò che ci circonda; è la lingua la matrice di ogni espressione possibile, nonché la condizione di realizzazione del pensiero; al di fuori della lingua non c’è che “volizione oscura, mimica, gesti”. È la lingua che classifica le categorie di una forma di pensiero: così troviamo i sostantivi, cui corrispondono sostanze, oggetti…; i verbi che ci indicano azioni attive, passive…; aggettivi che ci dicono qualità…; la lingua ‘proietta’, definisce il mondo reale, designa un soggetto, i suoi modi di essere, il suo habitus; dà forma alle idee, guida l’attività mentale di sintesi. Così la lingua è azione attiva di conoscenza, di ‘trasposizione’ delle categorie di lingua nel contenuto pensato.
Con le nuove scoperte scientifiche, che parlano di energia ondulatoria, dei quanta di energia, velocità della luce… la nostra lingua, che procede per corrispondenza con l’oggetto, che si basa sul processo di oggettivazione del tempo e dello spazio, diventa insufficiente a dar conto di eventi che non esistono nella realtà. Con la nuova scienza bisogna revisionare la lingua del pensiero umanistico con cui si è concettualizzato il mondo. C’è bisogno di un nuovo paradigma linguistico con cui tentare di comprendere e rappresentare le scoperte dello studio dell’atomo; scoperte che sarebbero illogiche rispetto ad un linguaggio identitario. La novità della fisica contemporanea è che la materia non è localizzabile nello spazio, perché la materia è dematerializzata, e la realtà è “potenziale”; e al principio d’identità si sostituisce quello d’indeterminazione perché le onde, i corpuscoli non si vedono e vivono in un flusso di probabilità. Ecco perché la lingua deve cambiare; e come esempio lo studioso salentino dice: “il verbo essere significa che è e non può essere altro”; nella nuova fisica, l’essere diviene, non è, non permane.
Ecco la necessità di un nuovo linguaggio che sappia dar conto di tali incoerenze. E recuperando le riflessioni dell’antropo-linguista americano B. L. Whorf, Augieri, contrastando il razionalismo occidentale, considera la lingua degli Hopi o degli Apaches un possibile esempio di cambiamento, perché la lingua dei nativi americani non si pone l’obiettivo di interpretare la natura, ma di darci la comprensione dell’intimità del cosmo. E non meno funzionale allo scopo, dice Augieri, è il recupero della lingua della poesia, che procede secondo processi di metaforizzazione semantica, sovvertendo l’ordine linguistico discorsivo, struttura logica della cultura occidentale, violando le relazioni già regolate di subordinazione, coordinazione, proporzionalità, identità (si pensi ai simbolisti, ai surrealisti, gli ermetici, per i quali il verbo essere più che identità rileva una differenza; così una verità referenziale diventa una verità metaforica dell’essere come, che significa nel contempo “essere e non essere”, conservando il ‘non è’ dentro l’’è’).
Nel capitolo successivo Augieri parte dall’incontro di Copenaghen, nel 1952, dei fisici atomici (W. Heisenberg, W. Pauli, N. Bohr…), in cui si decise di sperimentare lo scontro di due particelle elementari ad alta energia; in quella occasione si pose il problema di un nuovo vocabolario che desse conto della teoria dei ‘quanta’ di energia e dei concetti che ne derivavano (quali: complementarità, interferenza di probabilità, relazione di indeterminazione, atomo radiante, radiazione termica…).
Emergeva chiaramente dalla posizione degli scienziati che la natura ha una “profondità non più confinata all’oggetto dello sguardo”; ecco perché Augieri teorizza che per conoscere la natura ci potrebbe soccorrere la poesia per un evidente percorso comune.
Gli scienziati quantistici iniziano a parlare di una natura profonda e non più di “verità”. Appunto, la verità per gli empiristi era referenziale, collegata all’osservato, alla simmetria. Ora, per conoscere in profondità serve un nuovo linguaggio, quello poetico, appunto, più attinente per richiamare una natura non materiale; bisogna ricorrere ad un linguaggio per metafora, connotando per somiglianze intuite, fornendo “analogie estensive del già conosciuto al non ancora ri-conosciuto”.
Già Bachelard aveva sottolineato come la poetica della rêverie sia in linea con la fisica quantica, non più logocentrica. La metafora per i moderni scienziati è lo strumento per dire a parole la struttura causale del mondo e per significare fatti della natura altrimenti non conoscibili. La significazione metaforica dà linguisticamente forma di senso compiuto ad una esistenza probabile, quasi reale. A titolo esemplificativo lo studioso salentino rileva che i quanti non hanno una posizione determinata, per cui non li si può definire con un sostantivo; ecco perché c’è bisogno della metafora che procede per somiglianza e contiguità tra il vedere e il già visto. Il linguaggio metaforico traduce ciò di cui ancora non ha nome; ha una funzione catacresica, appunto, introducendo una terminologia dove manca una de-finizione.
Nel successivo capitolo Augieri presenta le riflessioni di un geologo, paleontologo e teologo gesuita p. Teilhard de Chardin, dal quale recupera la metafora della ‘stoffa’ per definire il mondo; il teologo dice che il mondo è particellare, eppure essenzialmente correlato. L’universo è profondamente atomico fino all’indefinibile particella elementare, ma tutto è intrecciato, proprio come in una stoffa in cui le fibre sono legate tra loro in un ordito composito, senza la possibilità di isolarne un frammento.
Ecco, la natura è costituita da tanti enti indispensabili ed indivisibili; inoltre, ha una energia materiale e una energia spirituale, tra loro legate e che si prolungano in un’unica energia che anima il mondo. Così “l’uomo progredisce solo perché elabora lentamente di generazione in generazione l’essenza e la totalità di un Universo che è in lui riposto”. E per Augieri la possibilità data all’uomo di conoscersi come ente di natura, fibra di questa grande tessitura, è la letteratura.
Nel capitolo “Sull’imagery enunciativa come metafora”, l’Ordinario leccese precisa che la natura non è una oggettualità muta ma è una coscienza immaginativa e una possibilità di configurazione; così l’uomo si rapporta alla natura in modo allocutivo, come io – tu, in stretta correlazione. La natura non è un fenomeno da osservare perché l’io ne è in stretto rapporto, come lo è il fumo con il fuoco per S. Agostino, secondo il quale i segni della natura sono “quelli che, senza intenzione né alcun desiderio di significare, fanno conoscere, oltre se stessi, qualcosa di altro a partire da sé, come il fumo che è un segno del fuoco”.
La Natura si rivela nella percezione dei sensi come un complesso di entità; di questo rapporto ne dà conto la letteratura che segue la logica del verosimile e del possibile. Così Augieri fa l’esempio di Goethe per il quale la natura è un tu con cui correlarsi e intuire le nuove connessioni. Così come in Leopardi, Pascoli e Proust che mostrano il rapporto allocutivo della natura, non più vista come uno spettacolo da vedere, ma voce rivelativa della sua forza o della sua grazia, quale si manifesta per se stessa. Quindi la natura è una forza rivelatrice, così un conto è analizzarla (presupponendone una oggettualità muta) un altro conto è interrogarla che significa partire dal voler conoscere i dati al fine di congetturare, interpretare, far comprendere, riconoscendo dentro le cose una voce di sapienza creativa, da saper ascoltare per rispettarla e amarla.
Nell’ultimo capitolo, Augieri compie una suggestiva lettura dell’enciclica Laudaro si’ di Papa Francesco, in cui si presenta lo spirito ecologico come possibilità di redenzione dell’umanità.
Come fa un’idea ecologica a trasformarsi in fede cristiana? Può verificarsi se l’ecologia è recuperata come fede, così l’idea diventa l’ideale e il sapere ecologico diventa spirituale (almeno per i cristiani), identificando scritture bibliche e mondo. Per lo studioso dell’Università salentina, la visione del Papa è iper-relazionale perché ammette un “rapporto uomo – Dio, uomo – natura”; con questo postulato, si giustifica il ‘coltivare’ o il ‘custodire’ dell’uomo della Natura. Una visione che mette in crisi l’antropocentrismo, perché le creature non sono al servizio dell’uomo ma degne di essere rispettate nel loro essere.
Se le relazioni sono alla base del rapporto uomo-natura, significa anche che l’essenza non è data dalle cose stesse, ma dalla relazione in comunione, per cui viene meno anche la distinzione tra interno ed esterno, tra corpo e anima, tra Dio e creato. Così, per Augieri, Francesco demitizza il giardino dell’Eden e della cacciata dell’uomo, aprendo una nuova visione, ovvero quella che considera la natura come lo spazio concesso all’uomo da coltivare e custodire, e con la cura rivolta agli ‘esseri’, l’essere umano “impara a riconoscere se stesso in relazione alle altre creature”.
Un saggio con in nuce un grande tentativo teorico di mettere in stallo il razionalismo con tutte le sue certezze, per inseguire, con modalità nuova, una spiritualità che non necessita di un Dio soprannaturale, pantocratore, ma trova il senso e il sacro direttamente nella natura, nei processi fisici dell’universo di cui l’uomo è un filo indissolubile della grande trama.
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