Storia e tradizione degli europei di Dominique Venner, L’arco e la corte, 2019.

di Sandro Marano

 

Storia e tradizione degli europei (L’arco e la corte, 2019), con sottotitolo 30000 anni d’identità, di Dominique Venner è un testo prezioso per più d’una ragione. In primo luogo, perché ci consente di approfondire il pensiero storico-politico e filosofico dello stesso Venner. In secondo luogo, per la piacevolezza della lettura e per il suo stile accattivante che unisce chiarezza espositiva e profondità.

Quest’opera – egregiamente curata e tradotta dal compianto Gaetano Marabello – nasce «da una sofferenza superata, da un’antichissima meditazione e da una volontà».  A quale sofferenza allude lo storico francese? È presto detto: a quella prodotta dal vivere in un mondo dominato dal caos e dal nichilismo, da uno “sconvolgimento spirituale” che è figlio dell’oblio della nostra storia e del fatto che gli Europei «sono vittime della spirale incontrollabile della dominazione tecnica e della logica puramente economica che hanno generato».

Questa sofferenza può essere superata soltanto grazie a una meditazione sulla storia europea che risponda a queste domande: che cosa ne è stato della nostra tradizione? È possibile restare se stessi nonostante le circostanze sfavorevoli? È possibile una rinascita dell’Europa?

Il testo si muove lungo il mobile crinale che separa la storia e la filosofia, dove si incontrano e si confondono due istanze, o per dirla col filosofo spagnolo Ortega y Gasset due curiosità: «la curiosità per l’eterno e l’immutabile che è la filosofia e la curiosità per il variabile e il contingente che è la storia».

Il filo che tiene insieme le storie e le varie tradizioni che compongono la millenaria cultura europea e che le dà un’anima, una fisionomia inconfondibile con altre culture e civiltà, è quello che lo storico francese chiama la Tradizione europea. E qui giova subito richiamare la definizione che egli fin dall’inizio della sua opera dà, con grande precisione e con una nota lirica, della tradizione:

«Ogni popolo è portatore d’una tradizione, d’un regno interiore, d’un mormorio dei tempi antichi e del futuro. La tradizione è ciò che persevera e attraversa il tempo, ciò che resta d’immutabile e che sempre può rinascere a dispetto dei contorni mobili, dei segni di riflusso e di declino. Risposta naturale al nichilismo, la tradizione non postula il ritorno ad un passato morto (…) È quel che dà un significato alla vita, e l’orienta. Porta in sé la coscienza del superiore e dell’inferiore, dello spirituale e del materiale».

In questa nozione di tradizione vanno sottolineati due punti: primo, il contrario della tradizione non è tanto la “modernità” quanto il nichilismo; secondo, l’amore per la propria tradizione si accompagna necessariamente al rispetto delle tradizioni altrui. Nessuna tradizione è superiore o inferiore ad un’altra, ed anzi tutte le tradizioni sono accomunate dal rigetto della credenza illusoria nel Progresso:

«se i Sioux o i Cheyenne di un tempo non avevano inventato la ferrovia, possedevano per contro una saggezza che comandava loro di non saccheggiare la natura e di non massacrare i bisonti».

L’essenza del nichilismo è da vedersi invece in quell’inversione dei valori che già aveva intuito Nietzsche con la sua formula “Dio è morto”, ossia nella scomparsa del sacro nella natura e nella vita quotidiana e nella sparizione «del significato che gerarchizza i valori della vita, mettendo quel che è superiore al di sopra di quello che è inferiore».

A questo punto potremmo chiederci: qual è l’apporto del Cristianesimo alla tradizione europea? Il giudizio di Venner sul Cristianesimo sembra a tutta prima piuttosto critico:

«Concentrando tutto il sacro in un solo Dio esteriore alla creazione, perseguitando gli antichi culti reputati idolatri, il Cristianesimo fece dell’antica Europa una tabula rasa (…) Preparata dalla desacralizzazione cristiana della natura, veniva aperta la strada alla ragione calcolatrice, alla volontà di potenza delle scienze e della tecnica, alla religione del Progresso, sostituto profano della Provvidenza».

Tuttavia, poco più oltre, Venner tempera questo giudizio riconoscendo nel Cristianesimo «una parte molto reale della tradizione europea», dal momento che «non si può ignorare che la Chiesa si fece erede della tradizione romana fin nella sua lingua – il latino – e nelle sue istituzioni (…) Per un sorprendente paradosso, dopo essere stato il nemico dichiarato dell’Impero romano sino alla fine del IV secolo, il Cristianesimo giunse a sposarlo e a impregnarsi del suo ordo aeternum da quando Costantino e i suoi eredi ne ebbero fatto la religione di Stato».

Osserviamo, en passant, che la nozione di tradizione proposta da Venner è rigorosamente storica e dinamica e si discosta da quella  “astorica” e statica di Guenon ed Evola (al quale ultimo però riconosce la coerenza tra pensiero ed azione). Secondo questi pensatori sarebbe esistita un’unica tradizione comune a tutti i popoli e a tutti i tempi sicché «il mondo della storia, dopo tre o quattromila anni, non sarebbe che una regressione, un’involuzione fatale, negatrice del mondo che essi chiamano “la Tradizione”, quello di un’età dell’oro ispirato alla cosmologia vedica e da quella di Esiodo. Bisogna riconoscere che l’antimaterialismo di questa scuola è stimolante. In compenso il sincretismo è equivoco, al punto d’aver condotto alcuni suoi adepti, e non dei minori, a convertirsi all’islam. Peraltro, la sua critica della modernità  non è sfociata che in una constatazione d’impotenza».

Secondo Venner invece, storicamente, non si può che partire dalla pluralità dei popoli e delle culture:

«Per ogni uomo non snaturato, il centro del mondo è il suo paese, ovvero un territorio, un popolo, una storia, una cultura».

Ma in che cosa si concretizza l’identità europea? Venner dedica pagine appassionate e suggestive ai poemi fondativi dell’identità europea, l’Iliade e l’Odissea, e poi alle saghe nordiche, alla Teogonia di Esiodo, alla storia di Roma e dell’impero carolingio, al senso della misura e dell’armonia che fu della filosofia di Eraclito, di Platone, di Epitteto, alla straordinaria fioritura artistica e sociale dell’XI secolo della nostra era e infine al mito del Graal.

Anche il modo di considerare la donna cui è poi dedicato un lungo e intrigante capitolo rientra a pieno titolo nella tradizione europea: «L’amore e i sogni delle fanciulle non ci allontanano dalla storia e dalla sua interpretazione. Niente è rivelatore della natura di un popolo più del suo modo di concepire l’amore. Se la funzione puramente fisica della sessualità non conosce frontiera, l’amore, invece, è inseparabile dalla cultura e quindi dall’anima dei popoli. L’immagine della donna in terra islamica o cinese non è quella che svelano la leggenda della bella Elena, quella d’Andromaca e di Penelope, quella di Brunilde e di Ginevra». 

Dopo aver sostenuto che l’essenza della femminilità non può ridursi alla mera rivendicazione egalitaria riguardo agli uomini e dopo aver fatto il ritratto di due straordinarie donne del XVII secolo francese, Caterina de La Guette e la marchesa de La Fayette, Venner delinea una sorta di metafisica del sesso, ribadendo la polarità fondamentale del maschile e del femminile, la loro essenziale complementarità e differenza. Se la maschilità si esprime nell’azione e nel combattimento, la femminilità di contro si rivela soprattutto nell’intimità dei rapporti personali e nell’amore. Come spiegare altrimenti «il mistero e la potente fascinazione dell’eros»? E conclude: «l’armonia tra un uomo e una donna, lo stato di fusione a cui essi giungono, passano attraverso la scoperta preliminare di un’intima complicità spirituale senza la quale la voluttà si spegne inesorabilmente. E ciò non venne mai espresso in Occidente con saggezza e forza maggiori che nell’immaginario cortese del XII secolo, nato dall’amore e dalla spada, dal meraviglioso celtico e da un certo qual misticismo cristiano che correggeva il paganesimo dei sensi e delle mentalità».

Di grande rilievo sono poi le riflessioni che Venner dedica al nichilismo e al saccheggio della natura nel X capitolo. Incurante delle catastrofi e della distruzione della natura selvatica, che l’arroganza della tecnica e l’economia di mercato propiziano, l’europeo d’oggi è «l’uomo del nichilismo, vuoto di contenuto, posseduto dallo spirito del mercato e dell’Umanità universale», incapace di padroneggiare la complessità del vivente, vittima d’un’immigrazione massiccia e d’un sentimento di colpa che l’umanitarismo alimenta accortamente. L’umanitarismo, ovvero la “religione dell’Umanità”, «ha i suoi dogmi e il suo braccio secolare, l’esercito americano, i suoi ausiliari europei e i tribunali internazionali o nazionali».

Purtroppo «nulla sembra possa limitare la spirale folle del nichilismo applicato alla tecnica», nemmeno le catastrofi o gli avvertimenti dei saggi. A questo proposito Venner richiama e reinterpreta il mito di Artemide e di Atteone. Quest’ultimo andando a caccia scoprì Artemide nuda presso una fonte. La dea per punirlo lo trasformò in cervo e i suoi cani, non riconoscendolo, si avventarono su di lui e lo divorarono: «Il pudore e la verginità di Artemide sono un’allegoria dei divieti che proteggono la natura. La vendetta della dea silvarum è quella dell’ordine del mondo messo in pericolo da una pulsione eccessiva, l’hybris, la dismisura (…) La sorte di Atteone rammenta opportunamente che l’uomo non è il padrone della terra». 

L’umanitarismo, d’altra parte, non è che l’altra faccia del nichilismo, quella bonaria e ingannevole. D’accordo in questo col filosofo spagnolo Ortega y Gasset che criticava “le facili utopie di umanità e di astratti legami fra i popoli”, Venner osserva che «quelli che parlano dell’uomo come se non esistesse che un  solo tipo, identico in tutte le razze e in tutti i popoli, confondono le funzioni naturali comuni a tutti gli uomini – nutrirsi, riprodursi – e le creazioni particolari dello spirito o della sensibilità le quali non appartengono che a un popolo, a una tradizione, a una cultura. Se la sessualità bruta o il sapere libresco sono universali, il mondo del  senso – l’amore, l’arte, la spiritualità – è locale». 

Venner infine respinge nella considerazione della storia il determinismo, sia nella versione del materialismo storico di Marx sia in quella dei cicli storici immaginati da Spengler. Accettando la lezione di Machiavelli e di Pareto, lo storico francese pone in risalto il fattore della volontà, la libertà dell’uomo di decidere del proprio destino. L’avvenire, scrive, è il dominio dell’imprevisto.

«Il nostro mondo – conclude Venner – non sarà salvato da ciechi sapientoni o da disincantati eruditi. Sarà salvato da poeti e combattenti». Ed allora, «come nel racconto della bella addormentata nel bosco, la memoria assopita si risveglierà. Si risveglierà sotto l’ardore del nostro amore».

 

 

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