C’era… chi c’era? – Competenza, metodo e contenuto nell’arte del raccontare storie di Italo Spada[1]

«Kierkegaard e  Shahrazad: Suggerimenti sull’arte di raccontare».

 

Perché raccontare storie?  E come raccontarle?

Per rispondere a queste due domande consiglio la lettura di due testi – uno abbastanza noto, l’altro quasi del tutto sconosciuto – che, a mio avviso, contengono validi e fondamentali indicazioni.

Il primo testo è Le mille e una notte, la celebre raccolta di racconti orientali che continua ad influenzare narratori di vari paesi e che, pur con nomi, ambientazioni e situazioni diversi mi riporta all’età in cui ero attento uditore sui gradini di casa, in estate, e intorno alla conca, d’inverno.  Era un rito che iniziava sempre con una tiritera che serviva al narratore per dare il via al racconto e che mi è spontaneamente venuta in mente con il C’ERA… CHI C’ERA?  del titolo.

Suonava così: «C’era na vota, c’era… Cu c’era?… C’era na vecchia cca ciculattera, ogni tantu dava ‘npuntu, aspittati ca ora va cuntu!» (C’era una volta, c’era… Chi c’era? C’era una vecchia con la cioccolatiera, ogni tanto dava un punto, aspettate che adesso vi racconto!). Solo da adulto, e grazie a letture e studi di tradizioni popolari, sono riuscito a comprendere che quell’incipit, la domanda insistente, la cioccolatiera e il punto andavano interpretati come segue:

  1. Attacco del narratore (C’era una volta…), ripetizione (c’era) e pausa (…);
  2. Desiderio dell’ascoltatore (Chi c’era?)
  3. La precisazione di unire lavoro e distensione ricordando ciò che spesso avveniva: la nonna che, prendendo in mano la scatola dei dolci riutilizzata come contenitore di rocchetti, aghi, forbici, fili e bottoni, non smetteva di cucire (dare un punto) e invitava ad avere pazienza.
L’invito a non avere fretta (aspettate) collega la vecchia con la cioccolatiera a Shahrazād, l’abile narratrice de Le mille e una notte.

Rileggiamo quello che accade.

Il re persiano Shahriyār scopre il tradimento della moglie e, in preda all’ira, decide di vendicarsi a modo suo: risposandosi e uccidendo sistematicamente le sue spose dopo la prima notte di nozze. Shahrazād, la bella figlia maggiore del Gran Visir, escogita un metodo tutto suo per porre fine alla serie di femminicidi.  Si offre come sposa e racconta al re una storia rimandando il finale al giorno dopo. La curiosità ha il sopravvento, il re rimanda la sua vendetta di giorno in giorno per mille e una notte fino a quando, innamoratosi della narratrice, placa la sua ira e le salva la vita.

C’è già una risposta al perché raccontare storie: perché il racconto non è solo un passatempo, ma anche una medicina che elimina la violenza e aiuta a sopravvivere.

La lezione di Shahrazād premia la pazienza e suggerisce un importante suggerimento su come raccontare: stuzzicando la curiosità, sospendendo il finale e rimandando al “prossimamente su questo schermo”, “il resto a domani”, ecc.

Sospendere ciò che si sta dicendo e collegare la conclusione di ciò che si è detto a ciò che si dirà è una tecnica narrativa che ha fatto scuola e, a ben riflettere, continua ad essere utilizzata da giornaletti/fumetti, telenovele, settimana enigmistica, facebook…  Come dire che lo schema dei formalisti russi – l’ambientazione della storia (dove siamo), il conflitto (cosa accade); la tensione (e allora?) e lo scioglimento (come finisce) – diventa: conclusione di ciò che abbiamo narrato ieri,  nuova ambientazione, nuovo conflitto, nuova tensione e… a domani!

Il secondo testo è «L’arte di raccontare favole ai bambini». L’autore visse a cavallo del Settecento e Ottocento ed è ricordato da tutti per la sua “angoscia e disperazione”: Søren Kierkegaard.

In questo suo saggio breve il filosofo danese critica i narratori improvvisati e ci fa fare la conoscenza di Climacus, “un uomo molto rigido, in apparenza arido e prosaico, mentre sotto quest’abito liso nascondeva una fantasia ardente e onnipotente”. Saper raccontare era la sua arte magica e la utilizzava per fare uscire suo figlio Joannes dalla cameretta dove si era rinchiuso. “Gli  proponeva di passeggiare su e giù per la stanza tenendolo con la sua mano” e gli lasciava decidere dove sarebbero andati.  In tal modo, Joannes usciva di casa solo con la fantasia che si nutriva di ciò che gli faceva vedere suo padre.

Il racconto, per Kierkegaard, diventa evasione dalla solitudine, ma a una condizione: che il narratore sappia raccontare. Ovvero: che abbia fantasia, che riesca a soddisfare le attese di chi ascolta, che trovi un giusto equilibrio di inizio-sviluppo-conclusione, che utilizzi il lessico adatto, le giuste pause, il tono della voce…

Difficile non vedere, in questo contesto, gli accostamenti con il cinema. Un bravo narratore (scrivendo o parlando) deve saper svolgere i ruoli di soggettista, sceneggiatore, scenografo, attore, regista, proiezionista di un cinema orale.

Difficile non pensare  ad un terzo testo: una fiaba che si può considerare “primo film” della storia del cinema: La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen.

Nel 1848 (47 anni prima dell’invenzione dei fratelli Lumière) una bambina infreddolita, malnutrita e triste, grazie alla luce emanata dai fiammiferi che non è riuscita a vendere, si crea un mondo fuori dal mondo autoproducendo tre cortometraggi.

Rileggiamoli e rivediamoli:

1: «Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve

2: «Questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero.»

3: «Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. (…) Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense…»

La lezione di Andersen e della piccola fiammiferaia è prezioso suggerimento: raccontare storie dovrebbe mirare a dare calore, nutrire, giocare con la fantasia.

Volendo, si potrebbe aggiungere un quarto racconto-cortometraggio: quello che (a conferma della tesi di Propp sulla radice storica dei racconti di fate) conclude la vicenda accostando chi narra a chi ascolta: l’abbraccio tra nonna e nipotina che spiccano il volo per andare “là dove non fa freddo e non si soffre la fame”.

In un momento in cui migliaia di bambini hanno freddo e soffrono la fame, che bello sarebbe narrare questa fiaba a chi vive di bugie e di violenze ed è convinto di portare la pace facendo la guerra!

[1] Direttore responsabile della rivista Pagine Giovani.

 

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