Nuclear power station with steaming cooling towers and blooming canola field. Location: Lower Saxony, Germany.
È tempo di nucleare?

di Sandro Marano

 

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, commettere errori è umano, ma continuare a commetterli è diabolico. Questa massima latina, attribuita a Sant’Agostino, si confà perfettamente ai nostalgici del nucleare che ritengono che il nucleare possa risolvere il problema energetico in Italia e in Europa. Politicamente, tra i nostalgici del nucleare, ci sono i moderati di tutte le risme, settori della sinistra e soprattutto della destra affaristico-industriale e, duole dirlo, anche ministri dell’Ambiente come Gilberto Pichetto, che è del resto in continuità col suo predecessore Roberto Cingolani, ministro della transizione ecologica (!) nel governo Draghi (2021-2022).

Tra gli ultimi convertiti al credo nucleare come fonte salvifica c’è nientepopodimeno che la presidentessa della Commissione europea, l’ondivaga Ursula von der Leyen, la quale, dopo aver fatto atto di contrizione, sostenendo che «ridurre l’atomo nel mix elettrico è stato un errore strategico da parte dell’Europa», e che il nucleare è «una fonte affidabile e conveniente di energia a basse emissioni», ha affermato giuliva che «la corsa alla tecnologia nucleare è iniziata» e che l’Europa «ha tutto ciò che serve per essere all’avanguardia». E questo miracolo verrebbe prodotto dai piccoli reattori modulari, che secondo la Commissione europea dovrebbero fornire un contributo rilevante al futuro mix elettrico, assieme (bontà loro!) alle fonti rinnovabili, in modo da ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

Non una parola, come può notarsi, sulla sostenibilità e le incognite economiche ed ambientali del nucleare! Va comunque rilevato, a proposito dei piccoli reattori modulari, che in Italia «per arrivare a un contributo significativo dei  consumi elettrici italiani, occorrerebbe installare almeno un terzo della potenza nucleare già installata in Francia (63 mila megawatt). Con impianti più piccoli, servirebbero 100 reattori di 4^ generazione da 200 megawatt per arrivare a 20 mila megawatt. Che bellezza: un reattore nucleare in ogni provincia italiana!» (Edo Ronchi).

Aggiungiamo pure che questi reattori costituirebbero probabili obiettivi sensibili in caso di conflitto. Ipotesi nient’affatto peregrina dal momento che «la scelta di rilanciare l’energia nucleare giunge mentre l’attacco degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha incendiato il Medio Oriente e provocato un forte aumento del prezzo del petrolio e del gas, due fonti energetiche che l’Unione europea importa per il 90%. Nel 2024, il petrolio copriva il 38% della produzione energetica, mentre il gas pesava per il 21%, secondo i più recenti dati della Commissione europea. In compenso, il 48% dell’elettricità è ormai prodotto dalle rinnovabili» (Beda Romano, Sicurezza energetica: ecco perché l’Europa rilancia il nucleare, Il sole 24 ore, 10 marzo 2026).

Prendiamo a questo punto rapidamente in esame le principali ragioni in favore del nucleare, che corrono lungo due binari: sicurezza e sostenibilità, cercando nel contempo di enuclearne i punti deboli.

Si dice che il nucleare di 4^ generazione sia più sicuro rispetto ai precedenti progetti. È così? Anche i giapponesi ritenevano di avere a Fukushima una centrale più che sicura. Ora, pur apprezzando gli sforzi per rendere il nucleare una fonte sempre più sicura, non possiamo non mettere in conto che di fronte alla forza devastante di taluni eventi naturali e ai possibili errori umani non c’è sicurezza che tenga. Né serve minimizzare la questione della sicurezza con lo stucchevole argomento secondo cui siamo circondati da centrali nucleari e allora tanto vale… E che cosa vuol dire? Se uno sta nel fango che fa? Si butta addosso altro fango?

E veniamo ai capitoli sostenibilità ambientale e convenienza economica.

Si dice che il nucleare sia una fonte “pulita” perché non produrrebbe emissioni climalteranti come le fonti fossili e darebbe un contributo alla decarbonizzazione. Questo argomento è parzialmente fondato. Tuttavia non considera che «l’approvvigionamento del combustibile, ossia l’uranio arricchito, rappresenta una filiera industriale complessa e costosa, che solo pochissime società al mondo sono in grado di svolgere, dall’estrazione in miniera, frantumazione e macinazione, arricchimento, fabbricazione del combustibile, il tutto con considerevoli emissioni di CO2» (Sergio Zabot, Energia nucleare vs rinnovabile: ideologia o questione di potere?, in QualEnergia.it, 11 Dicembre 2023).

In verità, non esiste energia “pulita”, ma solo fonti di energia con diverso impatto ambientale. E se consideriamo il problema irrisolto delle scorie radioattive si ammetterà facilmente che il nucleare, lungi dall’essere una energia “pulita”, è probabilmente tra le più inquinanti. Il nucleare infatti, anche quello di 4^ generazione o dei reattori modulari, utilizza pur sempre la fissione dell’uranio, che «genera radioattività e rifiuti radioattivi, oltre che pericolosi, difficili da custodire in sicurezza e con costi elevati di gestione. In Italia, pur avendo pochi rifiuti radioattivi ad alta attività, non siamo ancora riusciti a stoccarli in un sito sicuro» (Edo Ronchi).

Il problema non riguarda solo l’Italia. È peraltro notizia di questi giorni che perfino l’ipertecnologico Giappone è all’affannosa ricerca di un luogo dove depositare le scorie radioattive e l’avrebbe individuato in Minamitorishima, una minuscola isola dell’Oceano Pacifico di appena 1,6 chilometri quadrati circondata da un atollo corallino e situata a circa 2.000 chilometri a est di Tokyo. Ancora una volta si considerano gli ecosistemi una variabile trascurabile!

Decisamente debole è l’altro argomento secondo cui il nucleare ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero. Si dimentica infatti stranamente che l’uranio non si produce in Italia, e nemmeno in Europa, con l’eccezione dell’Ucraina che contribuisce alla produzione nella misura del 2% contro il 28% del Kazakistan, il 20% del Canada, il 16% dell’Australia, il 9% della Namibia, il 7% della Russia, il 6% della Niger, il 5% dell’Uzbekistan e il 3% degli USA. Di contro, le fonti rinnovabili (acqua, vento, sole, geotermia) sono diffuse su tutto il pianeta. Si tenga presente che la stessa nazione capofila del nucleare in Europa, la Francia, ha importato nel 2025 dalla Russia uranio in quantità pari al 39% del totale del suo fabbisogno.

Passiamo alla sostenibilità dei costi dell’energia prodotta dal nucleare. Secondo i dati forniti dall’IEA (International Energy Agency)  il costo di generazione dell’elettricità da nuove centrali nucleari in Europa è stimato in 170 dollari per MWh. Si tratta di un valore che supera di 3,4 volte il costo del solare fotovoltaico (50 dollari per MWh) e di 2,8 volte quello dell’eolico (60 dollari per MWh).

Gli impianti termonucleari infatti sono caratterizzati da investimenti colossali che richiedono massicci interventi statali, da tempi di realizzazione molto lunghi che si dilatano e da costi crescenti rispetto alle stime iniziali. Prendiamo solo un paio di esempi:

1) Olkiluoto 3 in Finlandia da 1.600 MW, i cui lavori iniziarono nel 2005. Costo finale dopo 12 anni di ritardi: oltre 9 miliardi di euro, contro i 3,2 stimati inizialmente;

2) Flamanville in Francia anch’esso di 1600 MW. Costo preventivato entro il 2014 5 miliardi di euro. Ad oggi il costo è lievitato a circa 19 miliardi di euro.

Ai costi per la generazione e la costruzione delle centrali vanno poi aggiunti i costi per la gestione dei rifiuti radioattivi: «secondo stime europee del 2019, i costi di gestione delle scorie si collocano tra 422 e 566 miliardi di euro, mentre il solo deposito nazionale dei rifiuti radioattivi in Italia costerà almeno 8 miliardi di euro» (Valentina Barretta, Nucleare vs rinnovabili: ritorno all’atomo scelta insostenibile, in Є news, 23.12.2024).

E, ciliegina sulla torta, a questi costi andrebbero sommati quelli che possiamo definire costi occulti e che di solito non vengono inclusi nelle stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (World Energy Outlook 2024) come quelli relativi allo smantellamento delle centrali e alla bonifica dei siti contaminati (decommissioning).

Risulta pertanto che dal punto di vista economico il nucleare non solo è poco conveniente, ma è anche la tecnologia più cara per produrre elettricità, tanto da apparire un tecnologia in declino. «nel 2020 le centrali nucleari hanno generato  il 10% dell’elettricità mondiale, meno del 2010, quando ne generavano il 12,8%, mentre, sempre nel 2020, con le fonti rinnovabili è stato generato il 28% dell’elettricità mondiale, con una  crescita dell’80% rispetto al 2010, quando ne generavano il19,7% (IEA, 2021)».

L’ultima freccia nella faretra dei sostenitori del nucleare è l’osservazione che le fonti rinnovabili da sole non bastano al fabbisogno energetico. Il che è certamente vero. Ma il fabbisogno energetico non dipende forse dallo stile di vita? Scrive con la rude franchezza che lo contraddistingue Massimo Fini: «Non si può inneggiare all’ambientalismo e, nello stesso tempo, alla crescita del Pil. Sono incompatibili. Né c’è “energia rinnovabile”, eolica o solare che sia, che può risolvere la questione. Perché ogni energia, qualsiasi energia, vuole per essere innescata altra energia. (…) La sola cosa seria da fare è ridurre i consumi e quindi la produzione. Ma da questo orecchio, essendo malati di otite permanente, nessuno ci sente, né i cosiddetti Grandi della Terra né i comuni cittadini» (Green incompatibile col Pil, in Rassegna stampa Arianna editrice, 13/11/2021).

Insomma, stiamo dentro un secchio bucato e, prima di pensare a come e quanta energia produrre, occorre chiudere i buchi del secchio, riducendo sprechi ed inefficienze e puntando sul risparmio energetico che dipende da una sempre maggiore efficienza tecnologica e da comportamenti improntati ad un uso più intelligente e sobrio.

Detto in altri termini, è ormai imprescindibile una scelta: se rinunciare o no a un modello di economia e di società nato poco più di due secoli fa con la rivoluzione industriale e che si è imposto in tutto il mondo a discapito di altre culture al punto da apparire come l’unico progresso possibile, anzi come il Progresso tout court!

 

 

 

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