tu lo sapevi già – io
son stata così presa – da
mille svariate trame – e forme
urgenti e vive – che
non l’ho mai pensato – ma
giorno dopo giorno – ti
sto venendo incontro – e
leggo la tua traccia sulla mano della sera.
Mia ultima sorella, aiutami a incontrarti
ma non tentare il gioco – di chiamarmi
e poi sparire – che solo tra bambini è senza atrocità. *
Tienimi lontano, Signore Unico della Vendetta
quelli che si fan vivi solo nella mala sorte
non farmi incontrare nel mio tempo del dolore
quelli coi quali non ho condiviso gioia
non piangerò con chi con me non ha riso
e della mia fortuna non ha goduto come sua
chi non ha spartito con me le furiose tristezze
dei giorni feriali e la banalità generosa d’essere vivi
perché, quando l’aria si fa cupa e l’ala nera
sbatte sui vetri, deve potersi avvicinare
fino a togliermi il fiato? Così ti prego
Signore della Vendetta Sapiente tienimi
lontano i famigliari della mala sorte
almeno finché non tornerò a
ridere di me e – di te. * Sferzala falce l’erba ormai alta sferza e recide – continuo è l’arco ma sfugge uno stelo – e rimane a terra disteso – nell’onda degli altri rimane – senza essere reciso Lo rileva il rastrello che a sera raccoglie il fieno nei mucchi non tutti recide la falce per quanto passi per questo – Ma esser rimasto è ancora morire – l’arco è continuo e non c’è radice che tenga Nessuno stelo si salva da solo. * Sentirmi viva fa male se me ne tocca coscienza sull’orlo lamato di un sogno feroce – Devo uscire due passi – potermi girare e vedere per terra la spoglia del sogno – Allora torno alla vita – conciliata con lei per via di ciò che non è dai piedi del letto il gatto mi guarda – senza ansia alcuna per la felicità del mondo e per la propria. Poesia straordinaria di consuntivi. La prima lirica riportata è emblematica; quando si è giovani non si pensa alla morte, perché ci si crede invulnerabili, eterni (svariate trame); con la maturità tanti sentimenti cambiano. La poetessa dà conto di questo passaggio con un verso capitale, degno del miglior Quasimodo: Leggo la tua traccia sulla mano della sera. Un verso doppio, un falso alessandrino, composto non da due settenari, ma da un senario e da un ottonario, metro già usato da Carducci, Gozzano e altri. Una grande figurazione con cui la poetessa tradisce la profonda conoscenza della stagione ermetica. Un testamento importante è la seconda lirica, in cui si dice chiaramente che l’amicizia, la relazione fraterna… hanno senso se c’è condivisione franca delle gioie e dei dolori; delle due azioni antitetiche (ma facce della stessa medaglia) escludendone una decade l’altra. Una prescrizione comportamentale e relazionale inequivocabile. Nella terza lirica si richiama il Noi, che è la condizione per dare sostanza all’essere Qui. La vita, i sogni, le frustrazioni, le motivazioni e gli slanci sono concentrati nell’ultima lirica proposta. Il novenario sull’orlo lamato di un sogno mostra come la poesia di Quarenghi sia tutta radicata nell’ermetismo montaliano e nel Novecento letterario, di cui risente gli influssi sia poematici sia tematici. Dalla raccolta Tiramore leggiamo alcuni versi semplici, apparentemente banali, ma con un ritmo sorprendente: Come tu mi manchi è come io ti amo
la sera insonne intanto lenta s’assonna e tace
Il fatto che mi manchi è il fatto che ti amo
e dentro il buio rimuore ogni dolore invano
È perché tu mi manchi che ancora io ti amo
rincorre aurora ansiosa dorata la sua ora
È perché io ti amo che ancora tu mi manchi
la pace in piena luce abbraccia la sua croce
E ancora lei s’accora e nulla la consola
e ancora scorre ancora. Una poesia che attraversa i sentimenti privati della poetessa e mette a fuoco la semplice quotidianità. Dalla raccolta E sulle case il cielo leggiamo: Ho l’estate tra le mani
un’anguria a fette larghe
ho l’estate nelle gambe
sfido il vento e corro via
ho l’estate sotto i piedi
è sdraiata dappertutto
ho l’estate nella testa
sogni lunghi e sere chiare
ho l’estate nella gola
ha sapore di gelato. Un anno solare rappresentato con parole poetiche e con le illustrazioni di Chiara Carrer. Primavera, estate, autunno, inverno: il passare delle stagioni è quasi coniugato con i paesaggi interiori, aperti alla gioia e alle tristezze. Le parole e le colorate immagini concorrono a sciorinare il quadro dei giorni, in cui si inseguono in maniera ora tranquilla ora vorticosa i sentimenti, le emozioni, i pensieri. Leggiamo ancora: Il cielo io credo sia grande sta sopra le case e ne avanza sui monti e ne avanza fin dove c’è il mare e ancora più in là. Quando poi ha l’azzurro dell’occhio del mio cane e quando prende la notte e la butta sul mondo allora io penso che è grande davvero e che mi mette la luna e le stelle per non spaventare i bambini e fare d’argento le strade alle lumache. Il Cielo diremmo noi, con la maiuscola, l’alfa e l’omega, è grande e tra le tante cose regala anche la luna e le stelle per non spaventare i bambini; il cielo sa mitigare l’oscurità delle tenebre, la sua parte più minacciosa. Il Cielo! Leggiamo ancora: Ti conosco Primavera vieni sempre all’improvviso se ti chiamo non mi senti se t’aspetto non t’importa. Vedi, esco con l’ombrello col berretto e col cappotto, qui l’inverno duro ancora non è tempo di sbocciare. State attente, margherite non fidatevi del sole. Piano, primule e violette l’erba è ancora secca e dura. Ti conosco Primavera vieni sempre all’improvviso sulla pelle io ti sento le mie gambe fai volare sotto il mento son contenta Benvenuta Primavera. * Piove come Dio la manda! dice la mia nonna e come la manda Dio? La manda in ogni modo a cavallo del vento a piedi come i millepiedi ma anche di corsa, per scherzo e persino in bicicletta. Delle volte la butta a manciate e poi si dimentica. E come la manda io la prendo e rido? La manda che piange e la riprende che canta. Siamo di fronte alla rappresentazione poetica delle emozioni e dei vari sentimenti. Esperienze che vengono distillate per fare poesia; esperienze sia spirituali sia reali; come a dire: attraverso la poesia si può cogliere il mondo, tentando di rappresentarlo; e accorre in aiuto la musicalità e la potenza esplosiva della parola. Un libro delicato e forte, fatto per ammaliare e, insieme, per insegnare la bellezza del vivere in modo semplice e profondo, a contatto con la verità segreta delle cose. La Quarenghi ha scritto anche delle straordinarie preghiere, perché è dell’avviso che i bambini debbano saper inserire nei loro giochi anche la preghiera. In essa, infatti, si concretizza la domanda di relazione o un modo di stare al mondo. Nel libro Non smettere di volermi bene, partendo dal Salmo 51, un bambino, consapevole dell’amore dei genitori, ha paura di perderlo quando commette un errore. Dunque, dopo aver sbagliato, il bambino stesso implora: «Non smettere di volermi bene, non smettere mai nemmeno quando ti faccio arrabbiare». Sulla stessa linea si iscrive Il canto del nome, in cui si presenta Dio ai bambini come il creatore di tutto, dalla piccola foglia al più grande animale: «Ascolto il tuo nome, lo dicono le stelle dell’universo, lo dicono gli uccelli nel cielo, lo dicono i pesci nel mare». Il Salmo 23 presenta l’uomo sempre in cammino, alla ricerca di qualcosa, col bisogno di avere qualcuno a fianco in questo viaggio. La pagina su cui sono scritte queste cose è tutta nera con la scritta bianca e con una casa illuminata, la cui luce si proietta su chi torna a casa. Una casa simbolo dell’amore di Dio, da cui promana una luce-guida rassicurante per chi, in cammino, guarda alla meta da raggiungere, allontanando il male. In un’epoca in cui si separa la morale dalla religione, in cui prende piede il culto del corpo e l’esaltazione della ricchezza e del potere, Quarenghi, sommessamente e con un approccio poetico alla vita, ci dice che non c’è educazione senza valori e non c’è valore senza sacrificio.
