La piccola terra vista dalla luna

di Sandro Marano

Artemis II ha iniziato il suo lungo viaggio verso la Luna. Questa volta gli astronauti non toccheranno il suolo lunare come accadde il 20 luglio 1969 durante la missione Apollo 11, ma si limiteranno a circumnavigare il nostro satellite.

Di fronte a queste notizie, di fronte all’enorme dispendio di mezzi e soprattutto di preziosa energia che queste imprese comportano, mi vien fatto di pensare al rapporto che lega scienza e poesia (o fede, dal momento che la poesia, per il suo sentimento del mistero dell’essere, è sorella alla religione).

Non ricordo particolarmente che cosa provai quella notte di luglio del 1969, avevo quattordici anni e guardai anch’io con stupore l’impresa trasmessa nella TV in bianco e nero. Forse mi chiedevo se ne valesse davvero la pena, istintivamente non mi piaceva la tecnologia messa a servizio della volontà di potenza dell’uomo e mia nonna, che era di cultura contadina, era piuttosto diffidente e borbottava: «non lasciano in pace neanche la luna!». Stranamente, la “conquista” della luna segnò una battuta d’arresto nella più generale conquista dello spazio, una sorta di nemesi storica, tanto da restituire, come scriveva qualche tempo fa Marcello Veneziani, “la luna alla magia della notte”.

Ci furono allora filosofi e scrittori che guardarono con diffidenza, con sgomento, se non con contrarietà, a quell’impresa, da Martin Heidegger (che paventava lo sradicamento) a Dino Buzzati (che invano supplicò la luna di sfuggire agli astronauti e mettersi in salvo) a Guido Ceronetti (che lamentava la desertificazione tecnica del mondo). Non c’è dubbio che quell’evento ebbe un rilevante significato simbolico. L’uomo sfidava e sopravanzava l’ignoto. Ma ci poneva anche un dilemma angoscioso, che l’attuale impresa di Artemis II torna a riproporci: la saggezza conta meno della volontà di potenza? Ovvero, tutto ciò che è tecnicamente possibile è desiderabile?

In Tramonto o eclissi dei valori tradizionali (1971) il filosofo cattolico Augusto Del Noce, citando il magnifico passo evangelico in cui si parla di Marta e Maria e di ciò che è veramente necessario all’uomo, scriveva a proposito del rapporto tra saggezza (Maria) e scienza (Marta): «Entrambe le funzioni sono necessarie all’uomo. Ma rispetto al loro rapporto gerarchico l’uomo si trova davanti ad una scelta in cui l’intera sua personalità è coinvolta. Può optare per il primato della saggezza e orientare così l’intera sua attività verso il divino e l’universale. Può anche scegliere per l’esercizio esclusivo della scienza, orientandosi verso le cose per dominarle e fruirne a suo profitto (…) ma in questa scelta entra in gioco l’avaritia radix omnium malorum [la cupidigia fonte di ogni male, n.d.a.] (…) Ridotto alla pura dimensione scientifica l’uomo non può mirare ad altro che alla semplice affermazione di sé. L’annientamento della saggezza in nome della scienza porta ad usare il Tutto in vista dell’individuo; il dominio della scienza pura, svincolata dalla sua subordinazione alla saggezza, porta a quell’anarchismo e a quell’agonismo individualistico che è uno dei tratti più spesso osservati della situazione presente».

Forse, tornando a quell’evento di una notte di luglio del 1969, il maggior risultato che ebbero quei passi sulla luna fu di farci vedere rimpicciolita la terra e forse di aprire la strada ad una visione diversa, quella ecologista, che predica il rispetto per la natura e una sobrietà felice. Una visione che stenta tutt’oggi a farsi senso comune.

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