Neve sul paese e altre poesie di Ciro Urselli

di Cosimo Rodia

 

Il libro di Ciro Urselli, curato postumo dal figlio Tommaso, è di genere memorialistico, ovvero l’autore racconta ricordi che riguardano se stesso e l’ambiente in cui è vissuto; ricordi che hanno segnato l’esistenza individuale oltre che quella dei compaesani.

È stata scelta dall’autore la strada di una prosa con una positura versale, con l’uso di rime e degli a capo, con l’inserimento occasionale di emistichi della tradizione della poesia ottocentesca col risultato di una scrittura musicale dall’andamento cadenzato.

Un racconto che ricostruisce le atmosfere, le tradizioni e i modi di vivere di un’epoca travolta dal progresso. Non mancano riferimenti a storie, leggende che sono state tramandate oralmente (ad esempio la grotta che sembra essere stata il ricovero del celebre brigante papa Ciro).

È inevitabile non rilevare come il contenuto di queste pagine rientri in quel ‘patrimonio immateriale’ di una civiltà che, se non è scomparsa, certamente è in via di estinzione.

La prima sezione del libro è dedicata al “Paese”, quindi a Lizzano (Ta), ai suoi luoghi, alla sua topografia dalla pregnanza affettiva più che geografica. Le vie, i frantoi, le aie ancora non urbanizzate prima dell’espansione edilizia, gli spazi della marina e i dintorni del paese diventano punti di osservazione privilegiati attraverso cui ricostruire un mondo scomparso.

Qui vanno ricordati i testi “L’esicasti nella storia di Lizzano” in cui l’autore richiama gli antichissimi insediamenti di monaci nelle zone ‘Cupi’ e ‘Annunziata’; l’“Ex-Via di Mezzo” che riferisce la trasformazione urbanistica e sociale di Lizzano; sullo stesso piano vanno collocati “Via Vittoria Colonna” e ancor più “Quartiere ‘Aia’”; quest’ultima composizione racconta come e quando si sono formate la piazza Matteotti e le vie dintorno, nonché la nascita dei nuovi quartieri lizzanesi.

Non si tratta soltanto di descrizioni paesaggistiche: ogni luogo è evocato attraverso piccoli quadri, talvolta appena accennati, che mescolano memoria, interpretazione e sentimento.

La scrittura procede per istantanee, per frammenti che ricompongono una geografia emotiva della Puglia rurale. L’uso delle rime introduce una musicalità discreta che accompagna il lettore lungo questi percorsi di memoria, quasi come un sottofondo che lega tra loro luoghi e ricordi.

La sezione dedicata alle “Feste” fa pendant con la precedente: i fuochi d’artificio, la fiera di paese, la processione… vengono raccontati nel loro folclore e nella capacità di creare comunità, solo che appare uno sguardo che coglie la distanza tra la manifestazione pubblica della festa e la realtà quotidiana spesso meno circolare e solidale rispetto al passato, com’è nel caso di “Pasqua senza passione”, oppure “Le feste di San Pasquale e di San Gaetano”; non mancano i quadretti sul falò, sui fuochi d’artificio, su “La tarantella”.

La festa diventa così un teatro in cui si esibisce un’allegria rituale, spesso attraversata da una sottile ironia o da una velata malinconia. Urselli sembra suggerire una discrepanza, quasi una frattura, tra lo spirito proclamato della celebrazione e la condizione reale delle persone e del territorio. È proprio in questa tensione che la scrittura trova una delle sue chiavi più efficaci: dietro l’apparente leggerezza delle descrizioni si intravede una riflessione più ampia sulla comunità e sulle sue trasformazioni.

La sezione “Stagioni” riporta al centro il rapporto con la terra. Qui ritorna con insistenza la parola vernacolare ‘siccita’, ovvero siccità. La sua presenza ripetuta non è soltanto un dato climatico, ma il segno di un territorio storicamente segnato dalla scarsità d’acqua e dalla durezza del lavoro agricolo. Le stagioni sono raccontate attraverso molteplici istantanee che restituiscono i caratteri tipici del Sud: la calura estiva, l’aria immobile dei pomeriggi, i ritmi lenti della campagna.

Si possono ricordare: “Ottobre” dove sono sciorinati tutti i frutti del Sud; “Quadro invernale” che parla dell’attesa della pioggia sulle nostre terre arse dal sole; in “Neve sul basso Salento” addirittura si suppone l’intervento degli dèi per non bruciare i nostri ulivi.

In queste pagine si percepisce con particolare intensità la dimensione sensoriale del paesaggio: il caldo, la luce, il suono delle cicale diventano elementi quasi tattili che definiscono l’esperienza del luogo.

La “Natura” occupa un’intera sezione del libro. Le immagini dell’alba, degli ulivi, delle cicale e degli stormi compongono una serie di visioni che restituiscono la dimensione arcaica del paesaggio pugliese. Come ad esempio: “L’alba” che è una bella visione paesistica; o “Gli stormi e le olive”, o ancora “Pampini” che dà conto del cambio del colore delle foglie dopo la vendemmia.

Ma non si tratta di un semplice elogio della natura: l’autore introduce anche un discorso sul cambiamento ambientale e sull’impatto dell’urbanizzazione; ad esempio, i passeri sono utilizzati per mostrare la trasformazione dell’ambiente naturale a favore di quello antropizzato. Ancora più esplicita è la similitudine del canarino in gabbia, posseduto probabilmente da Urselli, che ha bisogno di luce e di compagnia, e diventa la metafora che rimanda al mutamento antropologico dell’uomo contemporaneo, sempre più separato dalla dimensione naturale e al tempo stesso sempre più bisognoso di relazioni e di senso.

Un’altra sezione in cui i testi sono radicati al territorio è “Vino”. Il frutto delle nostre viti è presentato quasi come un simbolo identitario. L’autore ricostruisce come il vino sia stato portato dagli Spartani, poi cantato da Orazio, per essere degradato da Crispi e per ottenere nel Novecento il riconoscimento di bevanda degna e rappresentativa di un territorio (cfr. “Un bicchiere, tutto… dalla mia terra”). È un tentativo di mettere nero su bianco il riscatto della coltura tradizionale spesso sottovalutata.

Un’altra sezione è quella dialettale, che tende a rivalutare la lingua del territorio come strumento espressivo privilegiato. Il dialetto non appare qui come un semplice colore locale, ma come una lingua capace di custodire sfumature emotive e culturali difficilmente traducibili in italiano. Attraverso il vernacolo si riaffaccia la voce collettiva di una comunità, con le sue inflessioni, le sue ironie e le sue memorie.

Nell’ultima parte del libro, il tono si fa più intimista; i testi abbandonano progressivamente la visione del paese per concentrarsi su immagini più personali. Tra queste spicca la suggestiva personificazione di un coriandolo rimasto impigliato sul maglione di un malato in ospedale (“Ballata del coriandolo solo e di un ammalato”): un’immagine delicata e quasi surreale che riesce a evocare, con pochi tratti, la fragilità della vita e la persistenza dei segni del passato anche nei momenti più difficili.

Il libro si chiude con i pensieri poetici del curatore, Tommaso Urselli, mentre inizia a confrontarsi con la perdita del padre. Il curatore medita sul modo in cui la presenza di un padre continua a vivere dentro la memoria di un figlio. Nei luoghi frequentati, nei momenti di solitudine, nelle parole non dette, il figlio cerca ancora la voce, la fisicità e i gesti di chi non c’è più. È un processo di riconoscimento e di interiorizzazione: il padre, pur assente, continua ad accompagnare il cammino del figlio, diventando parte della sua stessa esistenza.

Nel complesso, il libro si configura come una sorta di mosaico, di frammenti che, messi insieme, restituiscono l’immagine di un paese e di un mondo che non c’è più. È un libro che parla di luoghi, di stagioni, di tradizioni e di trasformazioni umane, ma anche del rapporto tra memoria personale e memoria collettiva.

Il risultato è allora un libro che si legge come un lungo cammino tra le cose semplici e profonde della vita: la terra, le feste, la natura, il tempo che passa e, infine, il legame invisibile ma tenace tra un padre e un figlio; testi che riescono a restituire la complessità di un mondo in continua trasformazione, dicendoci cosa e come cambia.

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