A volte resta sulle labbra al mattino, tra i capelli, nelle stanze, nelle assenze.
A volte si presenta come una ferita, altre come una promessa, altre ancora come un luogo in cui ciò che nella realtà si perde continua ostinatamente a vivere. Nell’opuscolo Di sogno in sogno, Loredana Lorusso, Monica Messa e Rocco Angelo Stano attraversano il sogno con voci diverse: corpo, memoria, desiderio, ritorno, visione. Tre voci, tre modi di attraversare il sogno che offrono prospettive personali su un tema antico e sfuggente: il sogno come esperienza, linguaggio, necessità.
Abbiamo rivolto loro alcune domande per entrare più a fondo nei testi. A Loredana Lorusso D. GUAÌTI: I sogni ti guidano davvero o li interpreti dopo per darti una direzione? R. Nella poesia dico che i sogni ‘restano fedeli a ciò che è conscio’. Questo significa che il sogno non è un nemico che vuole confonderci, ma un alleato leale (ecco perché nella mia metafora ho scelto il cane). Non mi guida come un navigatore satellitare ma come un cane guida che conosce i miei desideri più veri — quelli che di giorno nascondo anche a me stessa. Mi guida mostrandomi la verità nuda: se poi decido di ignorare il suo guaito, la colpa non è della bussola, ma unicamente di chi non vuole guardare l’orizzonte che si è appena aperto. D. RESIDUI: Il sogno per te protegge il desiderio o lo complica? R. Il sogno è il custode geloso dei miei desideri, ma è anche un compagno scomodo. Li protegge finché restano nell’ombra, ma nel momento in cui la realtà prova a toccarli — come in un bacio dato trattenendo i capelli — il sogno mi sfida a capire se sono pronta a vivere quella verità o se preferisco continuare a contrabbandarla nel segreto. D. CORIANDOLI: Nel sogno ti senti più libera o più fragile? R. Nel sogno sono entrambe le cose. Sono libera di esplorare l’ignoto, ma lo faccio con la fragilità del vetro. Mi sento come un coriandolo: leggera, libera dalle leggi di gravità della realtà, ma consapevole che basta un soffio — o il risveglio stesso — per cambiare per sempre la mia forma. D. TU NON RICORDI IL SOGNO: Ricordare il sogno è per te una forma di superiorità o di condanna? R. Ricordare il sogno è la condanna dei lucidi. È la nostalgia di un’origine universale che mi fa sentire piccola davanti alla purezza della natura, ma è anche l’unico legame che mi resta con il ‘prima del prima’. Non è superiorità, è fedeltà al proprio cordone ombelicale: preferisco la malinconia di chi sa cosa ha perso, alla pace di chi ha dimenticato, nei suoi 1000 giorni d’oro, di aver mai avuto un’anima. D. IN FUGA: Questo sogno ti spaventa o lo riconosci come qualcosa di tuo? R. Lo spavento è reale, fisico — sento il sangue, sento il colpo — ma non è la paura dell’ignoto. È, paradossalmente, la paura di qualcosa che riconosco profondamente come ‘mio’. Non lo vivo come un semplice incubo, ma come una memoria viscerale. Quando dico ‘muoio un’altra volta, ancora’, ammetto che quella morte fa parte della mia storia, anche se non di questa vita cronologica. È un riconoscimento che scavalca la logica: non conosco quella guerra con la mente, ma a quanto pare la conosco con le cellule. D. FRONTIERE: a) Nel sogno senti davvero di poter superare limiti che nella realtà restano invalicabili? b) Cosa “contrabbandi” davvero nei tuoi sogni? R. a) Nella realtà sono confinata in un corpo, in un tempo preciso e in un ruolo sociale. Il sogno, invece, è l’unico luogo rimasto in cui non esiste dogana: lì la carne smette di essere un limite e diventa un ponte. Sento di poter superare il limite della morte (come nel sogno del soldato), il limite dello spazio (volando sopra le nuvole) e il limite dell’identità (quando dico di essere vetro). Nel sogno non sono solo chi credo di essere, ma sono tutto ciò che ho dimenticato di essere. È l’unica zona franca dove la mia anima può muoversi senza documenti. b) Dico di contrabbandare ‘pelle’ perché il sogno per me non è un’astrazione mentale, ma un’esperienza sensoriale. Quando mi sveglio porto con me tracce di quell’universo originario da cui provengo, una merce preziosa e “proibita” dalla logica del quotidiano, che ci vorrebbe tutti uguali e senza memoria. A Monica Messa A. NEL SOGNO, SEDUTI: Il sogno qui ti restituisce qualcosa o te lo toglie definitivamente? R. Il sogno mi restituisce la scena, ma non la presenza. In Nel sogno, seduti la tavola è apparecchiata, le posate tintinnano, eppure nessuno ha più fame: è una comunità che sopravvive solo come rito. Il sogno mi fa rivedere ciò che ho perso, ma non me lo ridà. E questo, a volte, è più doloroso della mancanza stessa. D. UNA LAPIDE STRETTA: Perché nel momento estremo il sogno non amplifica, ma rimpicciolisce tutto? R. Perché la morte non ha bisogno di grandi scenografie, la morte riduce, comprime, chiude.
La “lapide stretta” è l’immagine di un mondo che si restringe fino a diventare dettaglio: una foto, un fiore finto, un nome. Anche l’amore nel sogno diventa “piccolo piccolo”, perché davanti al limite ogni cosa perde volume e resta soltanto essenza. D. DISTONIE MI COLGONO: Il sogno per te è disordine o una forma diversa di ordine? R. È un ordine diverso, un ordine irregolare, obliquo, spesso inquieto. Nel sogno le cose non seguono la logica della veglia, ma seguono la logica emotiva: ciò che pesa, ciò che ritorna, ciò che disturba. Le distonie sono crepe, improvvisi scarti di realtà, in una sorta di montaggio segreto. D. ABITO AL BORDO DEL SOGNO: Perché hai bisogno di restare “al bordo” e non dentro il sogno? R. Perché dentro al sogno potrei perdermi. Io sono attratta dal sogno, ma non voglio farmi risucchiare: ho bisogno di una soglia, di un punto in cui osservare senza affondare. Anche la realtà mi opprime. “Abito al bordo del sogno per scrivere meglio”: significa che dal sogno porto fuori qualcosa, ma resto abbastanza lucida da trasformarlo in parola. D. Il sogno per te è materia da usare più che da vivere? R. Sì, perché io non posso permettermi di viverlo ingenuamente. Il sogno per me è materia poetica: una sostanza instabile, esplosiva, a volte persino pericolosa. È un luogo che rivela e ciò che rivela, spesso, chiede di essere scritto. D. NUVOLE BASSE: Perché nei tuoi sogni la fuga sembra sempre trattenuta? R. Perché la fuga, per me, non è mai libertà piena. È desiderio che urta contro un limite claustrofobico. Le “nuvole basse” sono sigillate “a piombo” e la fuga è “dietro questo vetro e vapore”, come se l’altrove esistesse, ma fosse separato da una barriera invisibile. Nei miei sogni si scappa, sì, ma sempre con addosso il peso della sete. D. IL SOGNO DEL RITORNO: Il sogno del ritorno è speranza o illusione necessaria? R. È entrambe le cose. Il ritorno è spesso impossibile, ma resta necessario immaginarlo. In chi è costretto all’esilio, la promessa “torneremo, un giorno” è fragile, eppure è una struttura che sostiene la vita. Alcune illusioni servono per sopravvivere. D. Stai nel sogno o lo tieni sotto controllo? R. Lo ascolto, ma lo sorveglio. Non mi abbandono mai del tutto. Anche quando sogno, una parte di me osserva, ma non controlla. È un modo di proteggermi, ma anche un modo di scrivere: il sogno mi attraversa, però io resto sulla soglia, pronta a tradurlo. D. Il sogno ti restituisce o ti toglie? R. Mi restituisce immagini, ma può togliermi pace. Mi restituisce i morti, ma senza possibilità di abbraccio. Mi restituisce la casa, ma come odore e non come rifugio. Eppure, proprio mentre mi toglie, mi consegna qualcosa: una verità improvvisa, non filtrata. Il sogno mi ferisce, ma mi lascia la lingua per raccontare la ferita. A Rocco Angelo Stano D. L’ALTARE DEL TEMPO: Perché moltiplichi i nomi? Stai cercando una persona o un’idea del desiderio? R. Un’idea di desiderio D. NON SONO CARTE DA POKER:Quando scrivi, lasci il sogno così com’è o senti il bisogno di dargli una forma? R. Bisogna dargli una forma per trasformare il sogno in opera d’arte. Ed è questa una capacità tutta propria dei creativi e dei poeti. D. OVUNQUE TU VORRAI: Perché il sogno è l’unico luogo possibile per l’incontro? R. È l’unico luogo possibile per incontrare il MITO. D. GIACCHÉ SON LÌ: Qui il sogno è evasione o pausa? R. È proprio un’evasione dal mondo reale che ci aspetta. D. ANGELI: In questa poesia il sogno è visione o confine tra vita e morte? R. Visione immensa. Che poi nella visione c’è tutto anche la morte ma anche come poterla eludere… magari aggrappandosi ad un tempo di vita in più scrutando la luna fra le corna di un alce. D. APNEA BLU: Lasci il sogno così com’è o lo costruisci dopo? R. Noi siamo poeti non pazienti sul lettino dello psicanalista, pertanto, il sogno viene ovviamente reso letterario con la tecnica della nostra arte. D. I tuoi personaggi sognano o sei tu che sogni attraverso loro? R. Direi più il mio IO che si diverte a sognare con l’Es dei personaggi. Direi un bel gioco delle parti con la capacità di non cadere nella schizofrenia. Ed anche questa è prerogativa dei veri creativi. D. Quanto lasci il sogno libero e quanto lo costruisci dopo? R. Dipende dal sogno. Dal suo messaggio dalla sua struttura e dalla sua forza. Ci sono sogni che apparentemente possono non significare nulla ma poi analizzati e trattati si rivelano molto interessanti addirittura rivelatori. Pertanto, io sono del parere che nessun sogno è da buttare nel cestino. D. Il sogno è incontro o fuga? R. È la fuga verso l’appuntamento con un incontro mitico. Abbiamo attraversato il sogno in modi diversi.
Come guida, come confine, come scena. Ma forse il sogno non è un luogo.
È un passaggio. Qualcosa che ci prende quando la realtà non basta, quando le parole cercano un’altra forma, quando quello che siamo non coincide del tutto con quello che viviamo. In questi testi il sogno non allontana: riporta.
A ciò che resta nascosto, a ciò che insiste, a ciò che continua a chiedere voce. E forse è proprio questo il punto: non capire il sogno, ma attraversarlo.
