D’argilla e neve di Maria Pina Ciancio,   Landolfi editore, 2023

di Cosimo Rodia

 

D’argilla e neve, un prosimetro con quarantaquattro testi, è un viaggio dentro la memoria e dentro la ferita dello sradicamento, per il distacco forzato dalla Lucania. È un canto che nasce sia dall’assenza sia dal ritorno (tutte le poesie sono state scritte infatti in Lucania, come dice l’Autrice nelle “Note ai testi”), dalla tensione continua tra il desiderio di ritrovare il paese e la dolorosa constatazione che nessun luogo può coincidere con ciò che è custodito nella memoria.

La silloge si muove infatti dentro una dimensione sospesa tra restanza e partenza; l’autrice vive il dramma tipico di molti figli del Sud: partire per necessità, abitare altrove, ma continuare a percepire la propria identità come radicata in un luogo che il tempo ha ormai trasformato. Il ritorno, allora, non è mai un vero approdo, è piuttosto uno scontro tra memoria e realtà. Il paese rivisto non coincide con quello immaginato e custodito nella mente. Da qui la nostalgia amara che attraversa tutta la raccolta («Avevo sette anni e un sogno:/ quello della terra rossa dentro al petto[…] Terra madre, amara, cruda senza braccia/ ovunque andassi ovunque ti cercassi/ al ciglio della strada o sopra i tetti rossi/ ovunque».

È inevitabile la consonanza con Carlo Levi, per quella Lucania condizione dell’anima, spazio immobile, arcaico, quasi pietrificato nel tempo (scrive Maria Pina Ciancio: «Qui tutto cresce e vive in una bolla/ tutto perde la misura del tempo/ le distanze si prolungano e si sfaldano»).

I calanchi, le case abbandonate, i silenzi dei paesi deserti, le strade consumate diventano simboli di una civiltà sospesa, marginale, condannata a un’attesa senza sviluppo («In queste terre del sud la bellezza/ si disfa e si consuma a priori/ quando gli occhi sono ancora tagli d’innocenza/ e si feriscono per troppo dire»).

Nel paesaggio lucano, nei paesi vuoti si specchia la solitudine individuale; nelle crepe delle case abbandonate si leggono le fratture della memoria. È un procedimento che a me pare, richiami il realismo simbolico di Levi, la sua capacità di trasformare il Sud in una metafora storico-esistenziale.

Nella dimensione della nostalgia, Ciancio poi sembra vicina a Pavese, per il quale il passato non è mai recuperabile davvero: riaffiora continuamente, illumina il presente, ma non restituisce salvezza. Ed è esattamente ciò che accade in questa raccolta (nonostante «Nel disordine dell’aria/ talvolta tornano i ricordi/ a prendersi lo spazio/ della luce»); i ricordi in realtà, che tornano come improvvise epifanie, non riescono a colmare il vuoto («La memoria arretra e cede sotto i passi/ come un vecchio stanco senza nome/ È lo scotto dell’esilio che per troppa nostalgia/ svuota il petto dai ricordi»).

Vi è anzi la consapevolezza dell’irriducibile distanza tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati e il paese natio restare un sogno potenziale, la possibilità di una vita diversa mai compiuta; e ciò emerge dal richiamo della poetessa di non essere ciò che si sarebbe voluto essere, come traspare in diverse poesie: “Ciò che resta”, nella bella elegia “Inverno”, “L’impoetico”.

Poi, anche il ricordo dell’infanzia sembra dialogare con l’universo pavesiano. Le corse a perdifiato, le gioie immediate dell’età innocente, le estati consumate dentro attimi perfetti vengono evocate con dolcezza (“In viaggio”, “Frammenti d’infanzia”, “Com’erano belle le ginestre”), ma, proprio come accade in Pavese, esse appaiono già segnate dalla precarietà, sono felicità senza futuro, destinate a consumarsi nel momento stesso in cui vengono vissute: la memoria, pur riportandole alla luce, non riesce a restituirne lo slancio originaria.

Dal punto di vista stilistico, i versi sono morbidi, levigati, sonori, attraversati da un ritmo elegiaco che accompagna il lettore dentro una dimensione sospesa tra canto e meditazione. Le metafore fanno esplodere il senso della mancanza, dei ritorni e delle partenze, e ciò è raggrumato anche nei frammenti lirici, col loro linguaggio limpido e preciso.

Il Sud che emerge dalla plaquette è quello ‘mineralizzato’, immobile, dove gli abitanti accettano passivamente il proprio destino, dopo aver sperato soltanto per un istante un cambiamento possibile («La vita breve adesso/ il vento s’alza e cerca l’uomo sul muretto/ quello che ingoiava stelle in mezzo ai boschi/ per suo figlio nato muto/ con un cardo già appassito/ dentro agli occhi»; o ancora: «Chi parte non sa che i paesi/ ci invecchiano in fretta/ abbiamo appena vent’anni/ e siamo già dentro un fogliame/ di silenzi e ricordi/ e anche se amiamo/ resta sempre una ruga/incompresa/ nel fondo degli occhi», immagini potenti che riassumono una condizione d’immobilità sociale e insieme un portato di stanchezza esistenziale).

Tenui sono i versi dedicati alla figura paterna, alle leggende (dei nidi scoperchiati), ai segreti sussurrati tra le labbra (“Un paese ha segreti che nessuno sa”) che restituiscono atmosfere da ‘terra del rimorso’, richiamando non solo l’antropologica meridionalista, ma anche la dimensione rituale e arcaica che spesso attraversa tanto Levi quanto Pavese.

Intense sono le elegie che la poetessa dedica alla sua Lucania. Un amore doloroso, quasi una forma di prigionia emotiva; commovente è quando Ciancio nel frammento “Sull’orlo della crepa” dichiara di conoscere «le [sue] pietre dai colori»: qui il rapporto con la sua terra diventa fisico, corporeo, tangibile.

La voce che emerge da questa raccolta è dunque profondamente esistenziale; è la voce di tanti figli del Sud disorientati, costretti a vivere nell’altrove con radici che sopravvivono nella memoria, che lacerano il presente lasciando sempre una parte da colmare, un vuoto, un sentimento doloroso, una nostalgia per l’impossibilità del ritorno e per la consapevolezza che il passato, pur riaffiorando, non salva («Si può morire per troppo o niente/ per questo restami accanto/ mentre trattengo il fiato – ti cerco/ e mi disperdo/ come fa il vento con il grano», ovvero la vita è resistere pur non stringendo nulla, perché nulla il ricordo può dare).

Ed è proprio in questa fusione di memoria, paesaggio e disincanto che la raccolta trova l’autentica profondità, grazie ad una poesia intensa e necessaria, che riesce a fare della lontananza una condizione dell’essere.

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