I boccioli del mandorlo – Rifiorire in Palestina di Amal Bouchareb, Vallecchi, 2026
di Cosimo Rodia
È un romanzo dalla trama complessa e stratificata, capace di muoversi con disinvoltura tra narrazione storica, dramma psicologico, racconto civile, giallo d’indagine, una storia d’amore caratterizzata da frustrazioni, rivalità, strategie di riconquista: un intreccio ambizioso che affronta temi attuali senza rinunciare alla dimensione emotiva e umana dei suoi molteplici personaggi.
Nella narrazione si distinguono almeno due direttrici; da una parte vi è la dimensione identitaria, legata alle radici della comunità ebraica in Algeria, evocata attraverso ricordi, tradizioni, odori e sapori che diventano autentici custodi della memoria: una direttrice che parla di appartenenza, accoglienza, semplicità e del patrimonio culturale, tramandato silenziosamente per generazioni attraverso gesti quotidiani più che con le parole. Dall’altra emerge la riflessione sulla guerra, raccontata nella sua brutalità e nelle devastanti conseguenze psicologiche.
Il protagonista Azriel è un ufficiale cuoco, figura originale, dal volto imperturbabile ma dal forte spessore umano; è certamente un uomo segnato dagli eventi, da lutti e dal senso di responsabilità verso la famiglia. Il rapporto con il figlio Daniel costituisce il cuore emotivo dell’intera storia; quando il giovane diviene adulto è spinto dal padre ad arruolarsi per servire la patria, dopo la carneficina del 7 ottobre 2023, contro la volontà della madre Lidia che lo avrebbe voluto obiettore di coscienza. Questa decisione segna il destino della famiglia e apre una ferita che non si rimarginerà.
Il ritorno del figlio dal fronte di Gaza e il successivo suicidio rappresentano la svolta della vicenda. Amal Bouchareb affronta con sensibilità il tema del trauma e della depressione post-bellica, mostrando come certe ferite invisibili possano risultare più devastanti di quelle fisiche. La morte del giovane non distrugge soltanto una vita, ma mina le fondamenta del matrimonio dei suoi genitori. La madre trasforma il dolore in impegno civile contro la guerra, mentre il padre si chiude in una ricerca tormentata della verità, con un celato spirito di vendetta.
Da questo momento il romanzo assume i caratteri del thriller investigativo. Una serie di indizi e accuse sembra collegare il protagonista agli Hezbollah. A guidare l’accusa è Eitan, un altro ufficiale, figura ambigua e manipolatrice che utilizza l’indagine per riconquistare Lidia, sua ex fidanzata. La tensione cresce pagina dopo pagina, alimentata da sospetti, documenti, mezze verità e rivelazioni che mettono continuamente in discussione ciò che il lettore crede di sapere.
Particolarmente riuscita è la costruzione psicologica di Lidia, combattuta tra il dolore per la perdita del figlio, la rabbia verso il marito e il bisogno di trovare una spiegazione che dia un senso alla tragedia vissuta. Quando le prove raccolte da Eitan sembrano inchiodare Azriel, Lidia dà credito all’amore giovanile e gli si concede: un passaggio narrativo che mette in luce quanto il dolore possa alterare la percezione della realtà.
Il finale riserva diversi colpi di scena e non si conclude con la semplice soluzione dell’enigma. La scelta della moglie di partire, incapace di liberarsi della rabbia e della vergogna accumulate, conferisce alla storia una nota amara e profondamente realistica: Non tutte le verità riescono a sanare le ferite, e non tutte le ingiustizie possono essere cancellate da una rivelazione finale.
Di grande efficacia sono le pagine finali del libro, in cui s’intrecciano i dispacci d’agenzia dell’attacco terroristico del 13 ottobre 2024, degli Hezbollah alla base militare israeliana di Binyamina, luogo in cui si svolgono i fatti narrati, e i ricordi dell’infanzia, della famiglia e della cucina tradizionale algerina. In questo accostamento tra morte e memoria, tra violenza e affetti, Amal Bouchareb raggiunge probabilmente il momento più alto della sua scrittura: gli odori e i sapori diventano strumenti di resistenza contro l’oblio, simboli di un’identità che sopravvive alle tragedie della storia.
Dal punto di vista stilistico, il racconto è un grande ricamo, con sottili tessiture e pur sviluppandosi in maniera diacronica, s’intrecciano alla fabula: flashback, flussi di coscienza, documenti ufficiali, comunicati dei media, passato e presente. Questa struttura frammentata ma coerente contribuisce a costruire un mosaico narrativo coinvolgente. Le descrizioni sono dense, evocative, impreziosite da metafore che trasformano paesaggi e stati d’animo in autentiche immagini letterarie. L’autrice dimostra una particolare capacità nel tratteggiare gli scenari interiori dei personaggi, facendo emergere paure, sensi di colpa, speranze e rimpianti con grande intensità emotiva.
È un romanzo che non si lascia rinchiudere in una sola definizione. È insieme una storia familiare, un giallo, una riflessione politica, un racconto sulla memoria e una denuncia delle brutalità della guerra.
Un’opera coraggiosa che affronta temi delicati come lo sradicamento, il colonialismo (cfr. la lettera di Ariella Aisha Aroulay a Benjamin Stora), il terrorismo, la manipolazione dell’informazione, il trauma psicologico post bellico (si pensi ai 279 tentativi di suicidio stimati in Israele tra il 2023-2026), il dissenso dei riservisti o della popolazione civile contro la guerra (si ricordi la nascita nel 2004 di “Breaking the Silence – Rompiamo il silenzio” o la manifestazione del 18 agosto 2025 a Tel Aviv con 500 mila partecipanti”), con sullo sfondo una memoria culturale algerina, in cui ebrei e musulmani vivevano insieme pacificamente, e con una serpeggiante emarginazione dei mizrahì affratellati più con i musulmani palestinesi, entrambi discriminati e lasciati ai margini della società dagli ashkenaziti.
Tanti temi, alcuni appena accennati altri ben inquadrati, destinati a suscitare dibattiti e riflessioni, per via di fatti storici (passati e presenti) richiamati, che pongono oggettivamente domande sulle sfide morali e civili nel prossimo futuro.
Un libro intenso e provocatorio, che conquista per la ricchezza dei fatti affrontati e per la capacità di unire la tensione del mistero alla profondità dell’indagine umana.
Una lettura che lascia il segno e che continua a far riflettere anche dopo l’ultima pagina che probabilmente qualche lettore non avrebbe voluto che lo fosse.
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