Guido Quarzo prestigiatore poetico per bambini
di Cosimo Rodia
Per un poeta la poesia può essere un momento di impegno civile, di trascrizione di un sentire intimo, può essere racconto o un tentativo di esprimere l’essenza di un’emozione. Per Guido Quarzo la poesia è tendenzialmente gioco; un approccio probabilmente maturato stando a contatto giornaliero coi bambini, comprendendo che per coinvolgerli nella lettura di un testo poetico è necessaria la forma ludica.
Tra l’altro, ancora oggi, in tempi di giochi elettronici e telefonini, le prime poesie che i bambini imparano a conoscere sono le conte e le filastrocche, oppure qualche ninna nanna, lì dove non persiste l’abitudine ad addormentarli con la televisione accesa; e le imparano con un sorriso sulle labbra, giocando.
L’elemento fondamentale delle conte e delle filastrocche è il ritmo; ebbene, Guido Quarzo, noto tusitala per ragazzi, è proprio partito da qui, quando ha iniziato a costruire i primissimi testi in versi. Erano canzoni d’occasione inventate con i bambini (o per i bambini) a scuola, sostenuto dall’uso della chitarra; leggiamo alcuni versi di una delle prime canzoni di Quarzo:
Povero cattivosbattuto in mezzo ai buonisolo perché alla finevincano i miglioriPovero il vampiroche dorme nel castellopallido denutritoperché il buono sia più belloPovero anche il lupodi bambini divoratoreper essere poi scuoiatodal solito cacciatore[1].
L’idea di compilare una raccolta di filastrocche, con uno stesso tema conduttore e la medesima metrica, è venuta al poeta solo dopo aver pubblicato il libro di racconti Seconda storia del principe faccia da maiale (EL, 1990) e dopo aver letto Un monello sul cammello (EL, 1990) di Letizia Cella. E così, come ha confidato Quarzo nell’intervista trascritta dallo scrivente, «tra un collegio docenti e un altro, anzi “durante” un collegio docenti e un altro», ha scritto il suo primo viaggio in versi, Pocosenso (EL, 1992), con trenta paesi immaginari; e, come dice l’autore, «Scoprire che molti dei nomi da me inventati per questi paesi esistono realmente e che molti paesi reali hanno nomi che sembrano molto più inventati dei miei, è stato un duro colpo». Leggiamo alcuni versi:
Il campanile di Battintornosuona di notte e tace di giornoe con il suono delle campanecantano in coro trentatre ranecosì finisce che a Battintornotutta la gente dorme di giorno.
Quarzo inizia a scrivere poesie da ragazzo, emulando, come molti, Jacques Prevert; divenuto adulto, il vizio di scrivere naturalmente non lo perde, catturando il Prevert ludico, quello delle lumachine che vanno al funerale della foglia morta e si ubriacano; leggiamo alcuni versi:
Le foglie che eran morte sono tutte risortee le due lumachinesono proprio delusema ecco viene il solee il sole dice lorosuvvia prendete il tempoil tempo di sederedi bere un buon bicchiere…
E così sempre per gioco nasce il secondo manuale di viaggio; questa volta però i luoghi non sono immaginari, tanto da intitolarlo Quaderno di geografia (Sinnos, 2004). Leggiamo alcuni versi:
Avana
Una donna un poco stranasi era fatta una sottanacon la buccia di bananaall’Avana per ballar.
Pekino
Sulla torre di Pekinostava con il capo chinoun anziano mandarinoa guardare sempre giù.
Arabia
Oh che rabbiafa in Arabiala sabbianei calzin.
Ricordiamo ancora Piccole catastrofi (Città Nuova, 2001), libro nato dovendo l’autore assistere una persona ricoverata in ospedale per un incidente di moto; elabora disgrazie altrui, col fine di confortare il malato assistito. Così nascono trenta piccole catastrofi, magistralmente interpretate figurativamente da Chiara Carrer; leggiamo alcuni quadri:
Questa è la storia di Arturo Sicuroche un giorno decise di star contro il muroné strade né piazze mai traversaree stare fermo per non rischiareSembra una statua dentro il paltòe tutti i piccioni ci fan la popò.*Questa è la storia di Zappo Pattumeche aveva un orto sulla riva del fiumeper concimare le mille primizietutto copriva con le immondiziePoi raccoglieva zucchine e fagiolida fare minestre per sette figlioli.
Decisamente più sperimentale è l’idea dell’Autore piemontese che partorisce Macchinario bestiale (Interlinea, 2003). Quarzo si è da sempre interessato a storie di automi, in particolare a quelle della metà del Diciottesimo secolo, in cui la tecnica iniziava a muovere i primi passi, quando Vaucanson stupiva i contemporanei con la sua anatra meccanica, capace di “muoversi, mangiare e defecare” come un’anatra vera (sull’argomento Quarzo ha scritto un romanzo, in uscita nel 2013 con la Salani). In questo gioco, applicando un somigliante “binomio fantastico” rodariano, nascono figure surreali: caffettiera+capra, gabbiano+pedalò, rana+fisarmonica, ecc…; una specie di Wunderkammer o fiera delle meraviglie. Leggiamo come esempio la Capracaffettiera:Ho una capracaffettierache mattina notte e serasempre sbuffa mai riposamamma mia com’è nervosa.Dà la sveglia col belato(l’orologio l’ha mangiato)sempre sbuffa mai riposamamma mia com’è nervosa.Poi mi versa il caffelattetutto dentro le ciabattesempre sbuffa mai riposamamma mia com’è nervosa.Così un dì l’ho licenziatae mi ha dato una cornatasempre sbuffa mai riposamamma mia com’è nervosa.Stiamo attenti nessun apraalla caffettieracaprasempre all’erta mai riposomamma come son nervoso.
Leggiamo ancora una macchina leonardesca, il Gabbiano a pedale:Un gabbiano a pedale non è un pedalòe pedalare sul mare non puòvorrebbe volare nel cielo peròpur pedalando lui mai s’involòun gabbiano a pedale è ben strano perciònon è naturale né tanto né un po’e pur se ho studiato un’idea non hodi questo gabbiano che ingabbiare non so.
Non meno compiute sono le quattro quartine di Topotrapano:Ha sempre un gran daffaree cosa spera di trovarenon lo dice certo a me.(Ma poi chissà cos’è).Gratta e scava a muso durobuca terra e fora murofa il lavoro di altri tre.(Ma poi chissà perché).Ora sta dentro il cappellofruga e spia nel mio cervelloquasi come fosse me.(Ma poi chissà com’è).Topotrapano invadentesciocca idea inconcludentecerca quello che non c’è.(Che poi chissà dov’è).
Un’affinità semantica tra il topo e il trapano, dal cui intreccio esce una bestia veramente singolare che scava senza mai accontentarsi; il senso potrebbe forse stare nella stessa ricerca?
Una filastrocca stilisticamente efficace se si pensa alla rima baciata, all’iterazione del quarto verso che chiude ogni quartina e all’uso di settenari e ottonari, generalmente con la rima tra versi della stessa lunghezza (rima tra settenari: versi 3° e 4°; rima tra ottonari: versi 5° e 6°; tra settenari: versi 7° e 8°…).
In questo gioco forsennato e surreale c’è comunque un anelito di libertà; in Picchio digitale un giorno un picchio si annoia, lascia il suo cucù, sparpaglia i numeri e se ne va; non dice verso dove, ma possiamo presumere che fugga dalle regole fisse e dalla ripetitività dei gesti, compiendo un atto di libertà assoluto. La macchina Turbobruco ricorda il Coniglio Bianco di Carroll, facendo il verso all’uomo d’oggi consumato dalla fretta, al punto di parlare da solo (giungendo ad una soglia pericolosa!).
Singolare è la macchina Lo stappagallo, un tiro turacciolo, che canta come un gallo quando stappa una bottiglia, poi le avventure terminano in fondo ad un cassetto, dopo aver svolto il compito istituzionale.
Simpatica è la macchina Trinciapollo che si dispiace di arrecare dolore agli animali mentre li affetta; ma il suo dispiacere è evidentemente falso visto che è nata per svolgere quel compito. Motocicogna motorshow recita:
Eccola eccola!L’ultima motocicognavola nel cielo di Bologna.Vola s’addormenta e sogna.Così dolcemente senza vergognascarica i suoi gas sopra Bologna.
Si fa il verso alla kermesse del motorshow di Bologna, immaginando una cicogna con i caratteri di una moto rumorosa. Videofante è un’altra macchina intrigante che sa tante cose, lunghe e corte, di tutti i colori. Ma per difendersi dalla sua presenza invasiva c’è la possibilità o di spegnerlo, azzittendolo, o gettarlo su una montagna di oggetti dismessi.
L’ironia di Quarzo è sempre sottile, leggera e veloce. Non c’è indugio, non c’è un indice contro, anzi ci sembra che le cose siano dette con un leggero sorriso sulle labbra. La silloge ha il seguente epilogo:
Già tutti lo sappiamo, le bestie noi e voiche ogni baraccone si chiude prima o poifinisce qui l’elenco di bestie singolaril’inutile catalogo di macchine animalidi anime meccaniche l’assurdo girotondoe tutte vi salutano perché così va il mondo.
C’è un candore in Quarzo nel dire le cose, mentre si inoltra nel non-senso, ricreando la realtà con la fantasia. Le macchine, infatti, sono un miscuglio di realtà e immaginazione con una caratteristica: tra l’oggetto e l’animale che Quarzo mette in relazione, vi è almeno un elemento comune nei rispettivi campi semantici.
Oltre al macchinario bestiale e alle piccole catastrofi, Quarzo non ha trascurato la produzione di filastrocca/limerik, affrontando il tema della pirateria con la silloge Rime Piratesche (Happy Art, 2000), un libro sfortunato per il fallimento della casa editrice e la consequenziale scomparsa del volume dalle librerie. Lo stesso volume, ripreso dopo alcuni anni, è rivisto, ampliato e ripubblicato con un nuovo titolo: I Corsari sono tre e i pirati trentatre, in formato digitale dalla neonata editrice Mondo delle Meraviglie di Torino. Riportiamo: Un corsaro, due pirati e una piratessa:
Corsaro numero uno il primo corsaro ti prende per manoti mostra un profilo di scoglio lontanoti chiama per nome ti porta sul marelo segui una volta e non puoi più tornareè un’onda una schiuma è sale e spaventoil primo corsaro è fatto di vento.C’era un pirata ladro provettoche navigava solo solettoe non sapendo che cosa rubarerubò l’inchiostro alle seppie del mareessendo ladro però gentiluomoscrisse alle seppie chiedendo perdono.C’era un pirata nato da ierinon distingueva i laghi dai marinon conosceva monte e pianurae non aveva coraggio o paurastava nel mondo da così pocoche gli sembrava soltanto un gioco.La piratessa vestita di azzurrocol cuore tenero fatto di burroaveva l’animo assai delicatopiangeva per niente come un neonatofaceva pena per come era tristequando ai nemici tagliava le teste.
L’ultimo libro che analizziamo è La rima è un rospo (MottaJunior editore, del gruppo Giunti, 2013), illustrato dalla pugliese Vittoria Facchini. Il titolo è un evidente omaggio a Toti Scialoja (Autore dei seguenti versi: Un rospo fuori sesto / provò a inghiottire Agosto, / ma Agosto, grande e grosso, / gli si fermò nel gozzo (Ghiro ghiro tonto, 1979)).
Una raccolta in cui solo per comodità si parla di filastrocche, per essere fedele al senso ludico del fare poesia, in realtà ci troviamo di fronte a testi attentamente selezionati, in un arco di tempo lunghissimo, quindi ben calibrati. Leggiamo la prima e l’ultima poesia della raccolta:
Filastrocca del rospo (pensando a Toti Scialoja)
Chi fa la rima è un rospoun rospo fuori sestomezzo allegro e mezzo mesto.Chi fa la rima è un rospoche canta dentro il pozzomezzo saggio e mezzo pazzo.Chi fa la rima è un rospoche beve nero inchiostroe non pensa d’esser rospo.
È un componimento stilisticamente inappuntabile, in cui troviamo l’iterazione del primo verso a inizio di ogni strofa e la rima baciata in ogni terzina con la misura versale a schema fisso: i versi 2° e 3° di ogni terzina sono rispettivamente un settenario e un ottonario; se si aggiungono le consonanze e le rimalmezzo si comprende il perché il testo abbia un grande ritmo interno.
Filastrocca delle rime bugiarde
Non farti pizzicare tra due rime non lasciarti incantare dammi ascoltoche rischi di far la brutta finedi chi cade giù nel verso sciolto.Non far durare troppo questo gioconon farti imbambolare di poesiaRicorda che una rima è troppo pocoe molto spesso è solo una bugia.
Quarzo suggerisce, da direttore di orchestra, di non prendersi sul serio, perché come dice il proverbio il gioco è bello quando dura poco. Intanto ci regala versi con cui divertirsi e avvicinarsi con piacere alla lettura. E poi ancora qualche altro esempio:
Filastrocca della strettoia
C’è una stretta di sassiche soltanto a brevi passie camminando lesto,tra il mare e tutto il resto,volendo tu ci passi.A patto che il granchionon ti sorpassi.A patto che l’onda non ti sorprenda.A patto che il polpo di colpo non ti prenda.
Filastrocca di quelli che vanno al cinema
Il cinema è bellospecie se piove e sei senza ombrellovedi che cielo che tempo bruttoma dentro al cinema stiamo all’asciutto.Il cinema è belloe pieno di storiedi questo e di quello vedi che cieloche sogno bruttoma dentro al cinemati passa tutto.
Filastrocca del vento
Attento attento! A giocare col vento. Il vento porta un berretto ghiacciato,dal monte scende, poi corre sul prato,il vento è fatto per togliere il fiato.Attento attento! A giocare col vento.
Sono composizioni sonore che colpiscono esattamente alla stessa stregua di una canzone con un grande sound; e con questi giochi di prestigio creativi, Quarzo riesce a dare il suo contributo a diffondere la poesia, la padronanza della lingua e la capacità di costruire altri mondi partendo dal Qui.
[1] I testi delle canzoni sono inediti e registrati nel corso di una intervista a Guido Quarzo realizzata il 4 agosto 2012 da Cosimo Rodia.
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