Poesia e razionalismo
di Cosimo Rodia
Generalmente se abbiamo da risolvere un problema pratico, utilizziamo tutti gli strumenti a disposizione per risolverlo, seguendo un ragionamento logico che ci deriva dalla conoscenza e dall’esperienza. Se bisogna misurare un campo si prendono con dovizia le misure, si compiono le operazioni che conosciamo e si stabilisce l’estensione precisa della superficie, e così di seguito; per tutto ciò che rientra nel visibile e misurabile la scienza ha messo a punto una serie di strumenti che ci sovvengono nel dare risposte definitive, chiare e distinte.
Quando si parla di ciò che non vediamo, benchè esistano, perché ne sentiamo gli effetti, la ragione con i suoi strumenti scientifici cede il passo. Sarebbe a dire che la ragione cerca la verità di ciò che si vede e si misura, ma ciò che è posto al di fuori di quest’ambito, rimane una zona d’ombra, inesplorata e semmai considerata realtà marginale; si pensi al sogno: è vero se allo schiarire dell’alba ciò che appare vero, svanisce?
Platone nella Repubblica per salvarci dal sogno, considerato inconsistente, quindi falso, contrappone la ragione attraverso cui l’uomo ha la capacità di stabilire un controllo sulla società; così, la ragione diventa dominante a discapito della dimensione del sogno che è non reale.
Ora, il sogno, con la sua dimensione inspiegabile, ha diritto di cittadinanza? Certamente lo deve avere come tutti gli altri aspetti della realtà non misurabili come le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo, che hanno una presenza concreta nella vita d’ognuno, tanto da condizionare il nostro essere nel mondo.
Il poeta, allora, contrariamente all’uomo razionale, è colui il quale si pone il problema di de-limitare questo mare magnum dell’indistinzione, senza arrogarsi nessun diritto di essere esclusivo ed escludente; anzi, il suo punto di vista è quello di essere aperto al mondo esterno, senza pretese di dire parole ultimative, come invece compete ad un matematico o un agrimensore. Il poeta è colui che s’inoltra tra le parte nascoste, senza certezze e coglie dei movimenti in senso intuitivo.
Tanto premesso, cosa potrebbe fare la poesia? Più che andare contro la ragione, potrebbe camminarvi a fianco, con una propria mappa da seguire, con obiettivi e strumenti propri, perché l’oggetto della poesia è diverso da quello della ragione; ad esempio, la mia emozione davanti ad un tramonto può essere diversa da quella degli altri (che la ragione non potrà misurata); poi, essa potrà essere resa visibile, de-finibile con una serie di metafore, con un linguaggio figurato che io personalmente elaboro nella mia libertà.
Tanto premesso la poesia non può che procedere lungo un’altra strada rispetto a quella della ragione, perché la prima segue una strada individuale: è la strada che io scelgo per configurare una visione; una strada tutta personale per rendere un’immagine definibile, trasmissibile, cercando similitudini per delineare un fenomeno, che vedo io e che mi procura una certa emozione; con la poesia, allora, è possibile partorire il visibile dall’invisibile, prima che tutto cada nell’oblio; la poesia è capace di de-lineare l’evanescente che non è certamente misurabile con gli strumenti che la ragione dispone.
Naturalmente in quest’operazione di rendere visibile ciò che vedo solo io, mi conforta lo strumento attraverso cui compio l’operazione stessa, ovvero la parola, che a sua volta è la scaturigine di un background individuale (sicchè quanto più ampio è il retroterra culturale, più io avrò la possibilità di compiere l’operazione poetica di rendere visibile l’invisibile).
È consapevole il poeta di quello che deve cercare o di quello che deve scrivere? Non credo; tutto avviene misteriosamente, utilizzando altrettanto misteriosamente le parole quali strumenti per dare nome e configurazione al non dicibile.
E la parola, mentre s’invischia con la retorica, si libera pure della sua capacità razionale di significazione oggettiva, perché si muove libera di esplorare campi che non hanno un corrispettivo reale immediato, benchè poi quella realtà, pur individuale, è capace di configurarla sempre in maniera libera, originale, personale: l’intreccio di parole, la loro significazione figurale è qualcosa di singolare e peculiare.
Si può dire che la parola poetica è rivolta a tutta l’altra metà del cielo non misurabile, a quei sussurri che aleggiano invisibili nell’aria, raccogliendoli prima che si dileguino senza lasciare traccia. Così si può aggiungere che la poesia è contro la fugacità del quotidiano, di ciò che non permane, di ciò che esiste per quanto non si sappia dove dorma e quale volto abbia.
La poesia è quel genere che dà credito anche alle ombre considerate vere nella caverna platonica; dà credito ai sentimenti che non si vedono ma che sono veri e condizionanti l’esistenza umana. La poesia allora diventa la voce delle passioni, del dolore e dell’amore.
Chi è il poeta, allora? È colui il quale non si accontenta del già conosciuto, di ciò che è stato detto, ed apre un’altra possibilità, un nuovo scenario, nuove verità individuali. Potremmo pensare, addirittura, che è capace di fermare lo scorrere delle cose (si pensi al rammemoramento e alla forza di dare al ricordo una dimensione mitica), perché ha un’antenna particolare capace di cogliere dei sussulti; egli entra nel non detto, s’insinua come le radici di una pianta s’inabissano nel terreno in cerca dell’acqua per crescere; coglie, proprio perché va in profondità, alcuni segreti, talune sfumature, certe parti nascoste, rendendoli riconoscibili con quel linguaggio che sa bene come padroneggiare.
Naturalmente poco importa se per Baudelaire il poeta sia anche un pensatore o che la poesia basti a se stesa come in Paul Valery con la sua “poesia pura”; seguire questi filoni ci porterebbe in campo dialettici, ognuno con le proprie buone ragioni; ma ci cresce l’idea, se non proprio la convinzione, che nella capacità di vedere ciò che non si vede, il poeta abbia la stessa dignità dei pensatori razionalisti.
Il poeta è come se avesse il lasciapassare per un mondo sconosciuto, secondario e accessorio al mondo che i razionalisti conoscono, investigano, classificano (e semmai manipolano!). Poi, essendo il poeta sempre nella realtà (e non su Marte) si può aggiungere che egli dia voce al mondo intero, ad una visione integrale dell’uomo e della realtà, nelle sue sfaccettature, con tutto l’oceano di sensazioni, meraviglia, sofferenze, sogni. Quindi, propenderei per non riconoscere velleità conoscitiva alla poesia, ma un valore insostituibile nel cogliere sentimenti e irrazionalità, che pur fanno parte del mondo e che diversamente verrebbero inderogabilmente alienati.
Il poeta guarda alla vita nel suo complesso, è sempre in ascolto e con gli occhi di falco cerca di cogliere le zone d’ombra, la bellezza, lo sgomento, i drammi, le esaltazioni; il poeta forse ha anche degli occhiali speciali per scrutare nel buio della notte.
A fortiori, mi soccorre il pensiero di Maria Zambrano: «La parola della filosofia per smania di precisione, perseguendo la sicurezza, ha tracciato un cammino che non può attraversare tale inesauribile ricchezza. La parola irrazionale della poesia, per fedeltà a ciò che ha trovato, non traccia percorsi. Va come persa. Le due parole hanno la loro radice e la loro ragione» (cfr. Filosofia e poesia, Edizioni Pendragon, Bologna, 2010, p. 125). O ancora: «La parola della ragione ha percorso un tratto maggiore, si è affaticata, ma ha mietuto sicurezze. Quella della poesia sembra trovarsi, nonostante tutte le tappe percorse, nello stesso luogo da cui era partita» (Op, cit., p. 126).
In altri termini, si deve ammettere che lo scienziato legga e misuri la realtà nei suoi singoli e distinti aspetti, la poesia invece avere il compito di percepire la realtà nel suo respiro completo.
Come ha scritto anche Carlo Alberto Augieri tutto il razionalismo è nato con Socrate, il cui pensiero ha messo da parte proprio la poesia che nulla misura, visto che ha a che fare con l’evanescente (cfr. Logica Poetica nella comprensione Scientifica della Natura: per un’Ecocritica in chiave teorica, Milella, 2026). Con la filosofia classica il pallino passa in mano ai sillogisti, ai razionalisti, alla scienza, mettendo da parte la poesia. Eppure, anche la poesia è in ascolto continuo della realtà, del e nel mondo; e benchè sia un punto di vista individuale, rimane un modo per fissare la realtà in maniera diversa, non prevedibile, irrazionale, appunto.
Allora se il poeta è quello che ha lo sguardo sul mondo, su tutto il mondo, allora potrebbe diventare il soggetto attivo nell’inaugurare una stagione umana, attenta a quell’esprit de finesse fatto di percezioni, fragilità, sogni.
Come ha discettato sapientemente Augieri, nella storia dell’Occidente il predominio della ragione ha messo in secondo piano la poesia, sicchè sarebbe un bene, anzi una necessità ricalibrare l’atteggiamento umano, perché non si può lasciare da parte una dimensione che fa parte di noi, che ne condiziona la vita e forse diventa sostegno umano indifferibile; quel surplus di esperienza di vita, di dimensione dell’inesprimibile, ha pure diritto di cittadinanza, verso cui la scienza è muta (se non proprio indifferente).
Ha scritto Zambrano: «Poesia e pensiero ci appaiono come due forme incomplete e ci vengono incontro come due metà dell’uomo: il filosofo e il poeta» (cfr. Op. cit., p. 37); benchè «Nel momento in cui il pensiero compì la “presa del potere”, la poesia si accontentò di vivere ai margini, da cui, esacerbata e lacera, in rivolta perenne, urla le sue sconvenienti verità» (Ibidem).
Insomma, il poeta è quello che non si pone il problema di spiegare, ma di non lasciarsi irretire da ciò che non può spiegare: «La poesia, umilmente, non si autopose, né si auto fondò, non cominciò col dire che tutti gli uomini ne avevano naturalmente bisogno […] La sua unità è così flessibile, così coesa che può piegarsi, dilatarsi e quasi sparire; discende fin nella carne e nel sangue, perfino nei sogni. Per questo l’unità alla quale aspira il poeta è così lontana da quella a cui tende il filosofo. Il filosofo vuole l’uno, assolutamente, e lo vuole al di sopra di ogni cosa» (Op. cit., p. 46). Cioè, il poeta è colui il quale non smussa l’alterità ma la guarda e l’accoglie, dando conto di tutto ciò che ha di fronte.
Precisa ancora Zambrano: «La parola della poesia è irrazionale, poiché disfa tale violenza, tale ingiustizia violenta dell’esistente. Non accetta la scissione che l’essere significa dentro e sopra l’inesauribile e oscura ricchezza della possibilità. Vuole fissare l’inesprimibile volendo dar forma a ciò che non l’ha conseguita: al fantasma, all’ombra, alla fantasticheria, al delirio stesso. Parola irrazionale, che non ha neppure combattuto la chiara, definita e definitrice parola della ragione. Di quale delle due sarà la vittoria?» (Op. cit., p. 125)
Ha valore conoscitivo la poesia? Abbiamo detto sommessamente di no, per quanto essa abbia la capacità di cogliere in maniera sintetica e in maniera individuale la realtà nel suo complesso.
Ora se le ragioni poetiche o estetiche non portano alla conoscenza, certamente potranno dirci col registro e le modalità che le sono consone, cosa invece va salvato, a cosa dare retta, a chi o a che cosa aprire la porta.
E concludo col pensiero di Maria Zambrano: «Non può neanche concentrarsi sulle origini, perché ormai ama il mondo e le sue creature e non troverà riposo fin quando tutto con lui non si sarà reintegrato nelle origini. Amore di figlio, di amante. E amore anche di fratello. Non solo vuole ritornare alle vagheggiate origini, ma vuole, necessita di ritornarci con tutti, e potrà farlo solo in compagnia, tra i pellegrini il cui volto ha visto da vicino, il cui respiro ha sentito accanto al suo, nella fatica del cammino, e le cui labbra secche dalla sete ha voluto, senza riuscirvi, inumidire. Perché non vuole la propria individualità, ma la comunità. La totale reintegrazione; in definitiva: la pura vittoria dell’amore» (Op. cit., p. 118).
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