Girovago stormire – Dialogo tra i sentieri della poesia di Lino Angiuli e Carlo Alberto Augieri, Milella, 2026

di Cosimo Rodia

 

Il volume contiene tre dialoghi tra Lino Angiuli e Carlo Alberto Augieri, due autorevoli voci poetiche accomunate da una stessa tensione etico-spirituale, dalla stessa anagrafe e da un’amicizia di mezzo secolo. Con i dialoghi emergono le loro radici, le esperienze formative, le scelte poetiche e una comune riflessione sul ruolo della poesia nel mondo contemporaneo.

Nel primo: “Con-rispondenze”, il tema dominante potrebbe essere esemplificato: oltre il realismo e verso gli “infiniti mondi”. Angiuli ripercorre gli inizi della sua esperienza poetica e fin dall’origine, la sua scrittura si colloca lontano sia dal lirismo tradizionale, sia dalla retorica realista e sia dall’oleografia meridionalista. L’avvio del cammino poetico è segnato dall’assenza di certezze e dalla volontà di esplorare territori nuovi della conoscenza e della sensibilità.

Augieri conferma che lo sforzo giovanile era di andare verso “altri lidi”, per una precoce consapevolezza dei processi di trasformazione sociale, che travolgeva il passato, imponendo così al poeta di ascoltare la propria interiorità, aprendosi a un viaggio senza confini e senza approdi definitivi.

Angiuli dice di aver guardato negli occhi la poesia per scoprire gli “Infiniti mondi”, trasformando la parola in uno strumento di esplorazione, capace di scavare anche nel silenzio e di abitare la dimensione spirituale dell’esistenza.

Augieri assicura sul valore decisivo della parola poetica, definendola un “frammento poetico” nel quale si deposita il sentire interiore. La parola assume così una funzione creativa e rigeneratrice: attraverso essa può riaffiorare la spiritualità nascosta nell’uomo.

Angiuli poi sposta il confronto sulla critica dell’antropocentrismo ed individua nell’idea moderna di progresso una visione riduttiva della realtà, incapace di confrontarsi con la pluralità degli “infiniti mondi”; per questo la poesia dovrebbe abbandonare la prospettiva post-romantica e trasformarsi in una disciplina interiore capace di aprire nuove visioni della vita. Ciò è possibile soltanto liberandosi dall’egoità e aprendosi alla condivisione.

Augieri, sviluppando ulteriormente la riflessione, sostiene che la poesia consiste nel richiamare lo straordinario nascosto nell’ordinario. L’interiorità umana è abitata da voci, suoni e molteplicità; per questo il poeta diventa colui che rincorre il genius loci, è un “sarto che cuce i brandelli d’animo emessi da ognuno”, ricomponendo una possibile unità “tra uomo, viventi e suolo”. Per realizzare tale compito la poesia deve sganciarsi dalla sola razionalità e recuperare la spiritualità presente nella natura.

Il primo dialogo si conclude con una riflessione sulle tradizioni poetiche. Angiuli prende le distanze da una certa poesia sviluppatasi al di là della linea Gotica e rivendica invece la centralità di quella del Sud, individuando in Vittorio Bodini un modello significativo per la sua cifra linguistica che odora di Mediterraneo e che custodisce un ricco patrimonio simbolico.

Nel secondo: “Dialogando s’impara” emerge con maggiore evidenza il rapporto tra poesia e storia, ed Angiuli ricorda l’esperienza dei movimenti degli anni Settanta, nati per contrastare ogni forma di conformismo e di chiusura individualistica. In quel clima si svilupparono gruppi, recital, riviste, fogli culturali e progetti collettivi, cercando di superare il solipsismo con la partecipazione.

Augieri ricorda come nel passato la sua attenzione sia stata “agli sguardi smarriti e distratti” trasformandoli in materia poetica, ribadendo che la poesia nasce dall’osservazione minuta dell’esistenza e dalla capacità di restituire dignità a ciò che appare marginale.

Angiuli riconosce il valore etico dell’impegno civile, ricordando la partecipazione alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam o lo stare a fianco alle rivendicazioni operaie. Tali esperienze, più che adesioni ideologiche, costituivano un autentico atto d’amore verso la comunità umana. Augieri riconosce questa comune matrice ideale, fondata proprio su una condivisa idea di Paese e di responsabilità collettiva.

Sul piano letterario, Angiuli riconosce il proprio debito verso i poeti spagnoli della generazione del ’27, e la vicinanza a Guido Gozzano, soprattutto per la capacità di “guardarsi scrivere” e per l’autoironia. Una posizione contrastiva con quanto era stabilito dai custodi del canone ufficiale del tempo; afferma Angiuli: la poesia insegna la libertà e non può essere imprigionata in modelli rigidi; e conclude che quel modo tradizionale di fare poesia, quel canone che apre le porte ad una poesia dal fiato corto non sono riuscite a comprendere la complessità del presente, oggi descritta attraverso la categoria della liquidità. Al contrario, la poesia deve aprirsi alle molteplici forme dell’alterità.

Infine, Augieri richiama la dimensione mitopoietica delle culture, considerata fonte inesauribili di immagini e simboli. L’uomo possiede una naturale sensibilità immaginativa che lo porta a sentirsi naufrago nei “sovraumani silenzi”. Scrivere poesia diventa allora un’etica della solitudine e un’azione spirituale necessaria affinché la storia non cancelli le tracce dell’inumano e smascheri la memoria costruita dai potenti.

Nel terzo: “Dialogo sopra i minimi sistemi”, i due poeti si confrontano su un piano più filosofico e antropologico; Angiuli sostiene che la poesia deve interrogarsi sulle ragioni per cui l’umano possa trasformarsi in disumano; ed Augieri risponde che l’uomo ha perduto “la propria luce interiore”: la ragione, separata dalla dimensione spirituale, si è trasformata in strumento di dominio e di potere. L’umanesimo appare afono e incapace di orientare la storia, per questo ai poeti spetta il compito di restituire visibilità all’umanità dell’uomo e di comprendere criticamente le forme del disumano. La poesia deve contribuire a nominare le possibilità ancora aperte del mondo, recuperando una lingua “in-umana”, radicata negli archetipi profondi dell’esperienza e traducibile in responsabilità storica. In questa prospettiva, poesia e Utopia coincidono: entrambe operano sul linguaggio per trasformare il modo di abitare il mondo. Si tratta di una vera e propria ecologia linguistica che libera la lingua dall’uso proprietario dei possessivi e dal narcisismo dei pronomi personali.

Angiuli richiama la fisica quantistica come esempio di una conoscenza che si confronta con ciò che non è immediatamente visibile e per questo l’Utopia non va abbandonata: essa continua a rappresentare una possibilità concreta di pace anche dentro un mondo segnato dalle guerre. In tale prospettiva il poeta barese rievoca la figura di Danilo Dolci, che ha saputo coniugare poesia e progetto utopico orientato alla costruzione di un homo novus.

Augieri riprende il tema dell’infinito, osservando che nessuno possiede il segreto ultimo dell’esistenza, nemmeno la scienza; inoltre, la fisica quantistica non descrive un mondo rigidamente oggettivo, ma una realtà attraversata dall’indeterminazione e dall’energia, allora, la metafora poetica non si oppone alla scienza, ma ne integra la conoscenza. Scienza e poesia diventano così strumenti complementari per interrogare il mondo e il principio creativo che lo anima. Da questa visione deriva anche una funzione critica della poesia: smascherare il potere e le sue forme di disumanizzazione. Il poeta non si definisce soltanto per il modo in cui scrive, ma anche, se non principalmente, per i soggetti e le realtà di cui decide di parlare; conclude Augieri che un lirismo privo di eticità si riduce infatti a “una sterile interiorità senza infinito”.

Per entrambi i dialoganti il vero coraggio della poesia consiste nel superare la religione dell’io e nel restituire alla lingua una funzione comunitaria. La poesia deve riportare al centro parole fondamentali come libertà, pluralismo, molteplicità, tradizione, alterità e dialogo, facendo della scrittura uno strumento di apertura verso l’altro e di costruzione di una più autentica umanità.

I tre dialoghi delineano una concezione della poesia come esperienza di conoscenza, responsabilità e trasformazione. La poesia nasce dall’ascolto dell’interiorità, ma non si chiude nell’individualismo; al contrario, si apre alla storia, alla comunità, alla natura e alla dimensione spirituale. Essa si oppone all’antropocentrismo, al dominio del potere e al narcisismo dell’io, proponendo una visione fondata sulla relazione e sulla condivisione.

Attraverso il recupero della memoria, l’attenzione all’alterità, la valorizzazione del mito, il dialogo con la scienza e la tensione verso l’Utopia, la poesia viene configurata come una pratica di libertà e come uno strumento indispensabile per comprendere il presente e immaginare forme nuove e più umane di convivenza.

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