Domenico Volpi: il ‘filastrocchiere’ per ragazzi

di Cosimo Rodia

 

Domenico Volpi è stato tra i decani della letteratura per l’infanzia; si è definito “un narratore e un umorista”; accetta per sé la qualifica di “filastrocchiere” più che di poeta e la sua produzione è apparsa sulle pagine de Il Vittorioso e soprattutto del mensile La Giostra. Del glorioso settimanale, tra l’altro, Volpi è stato il Redattore Capo, e praticamente il direttore, dal 1948 al 1966. Poi, nel 1977, l’Editrice A.V.E. di Roma gli affida la direzione del mensile “La Giostra” (nato nel 1970, per iniziativa dell’Azione Cattolica, come servizio alle famiglie e alle scuole materne).

Una parte della produzione in versi è raccolta nei due volumi della collana “Il Fantastorie” della S.E.I.: Le filafiabe (1996) e Le fantastrocche (1999).

Nel primo sono rivisitati, tra umorismo e poesia, tutti i luoghi comuni delle fiabe: C’era una volta un Re…, una Principessa…, un Mago…, un Drago…, un Castello…, un Gigante…, un Orco brutto…, un Lupo…, un Principe Azzurro…, ecc., con l’intento di capovolgere i ruoli, di ironizzare sugli schemi fissi e di giocare sulla sonorità delle parole. Nel secondo, molti luoghi sono rivisitati in chiave fantastica: Nella fattoria della fantasia, Nella casa della fantasia, Nello zoo della fantasia, Nella farmacia della fantasia e anche Nel giardino delle Fate, Alla tavola delle Fate, L’uovo a sorpresa, fino al toccante Il presepio della fantasia.

In Le filafiabe prende il sopravvento il gioco di parole con rime, assonanze, consonanze e tanta ironia. È una girandola di trovate, pedagogicamente orientate all’affinamento morale: spiccano in Volpi la lotta al pregiudizio, la mano tesa al diverso e alle relazioni umane; i vari personaggi su cui si concentra l’attenzione narrativa (lupo, re, mago, gigante…) sono tanti paradigmi sia positivi sia negativi, funzionali ad esaltare o aborrire alcuni atteggiamenti. C’era una volta… UN LUPO, la filastrocca che apre la silloge, recita:

C’era una volta… un bosco cupo

dove ogni tanto passava un lupo.

C’erano i pini fatti di ombrello,

c’erano i funghi con il cappello,

c’erano i larici dal tronco grosso

e c’era il nido del pettirosso.

Se il lupo andava nel bosco fitto,

ogni animale si stava zitto.

Se ne sentivano l’ululato,

tutti restavano senza fiato.

Ogni coniglio era pauroso,

ma uno scoiattolo era… curioso.

Volle seguire il lupo a spasso

e gli andò dietro senza far chiasso.

Lo vide mordere un peperone,

mangiar tre pere a colazione

e far di bacche la pancia piena

a cena e a pranzo, a pranzo e a cena.

Quello scoiattolo ebbe il coraggio

di dire al lupo: – Questo tuo assaggio

è perlomeno originale:

con quella bocca non fai del male,

con quegli artigli nessuno pigli!

Rispose il lupo: – Che c’è di strano?

Io sono un lupo… vegetariano!

La sorpresa finale è emblematica ed è anche strategica per mostrare al lettore i vari mondi possibili, al di là di ciò che ognuno di noi si prefigura. Il crescendo narrativo, la chiusa con sorpresa, la rima baciata danno l’idea di come si snoda un libro tutto giocato sull’ironia e sulle capriole fantastiche.

In C’era una volta … UN RE Volpi smitizza la supponenza del re, che rimane alla fine senza nessuna autorità riconosciuta, ma usa anche le corde del surrealismo. C’era una volta UN GIGANTE è una filastrocca contro i pregiudizi e le apparenze; per l’enorme statura tutti lo temono e si tengono alla larga; gli rivolge la parola solo un contadino, ovvero l’uomo semplice e senza sovrastrutture culturali.

Leggiamo, ancora, C’era una volta un ORCO BRUTTO:

C’era una volta un orco brutto

che si mangiava proprio tutto:

mangiava tigri, elefanti, e leoni,

masticava le pizze e i panettoni,

le pantere le mandava giù intere

ma sgranocchiava con calma un biscotto

perché era ghiotto, ma molto ghiotto.

Un suo compagno volle cambiare

quell’abitudine alimentare:

  • Perché non mangi qualche bambino?
Forse sarebbe un buon bocconcino

tenero e grasso, mentre vai a spasso.

Ed additava di qua e di là,

perché scegliesse a volontà.

Ma l’orco brutto si volse di scatto

e gli rispose: – Non sono matto!

I bambini corrono sempre, lo vedi:

muovono i pugni, muovono i piedi,

strillano e cantano forte e parecchio,

e io ho… delicato il mio orecchio

hanno roba ruvida indigesta,

che guasta la festa:

ruvidi calzoni,

di metallo i bottoni,

in tasca un fischietto,

un sasso, un pupazzo,

e lo zainetto

coi libri di scuola

che ti restano in gola.

Non sta fermo e zitto, ogni bambino,

neppure un… attimino.

Bambini? No grazie! Devo dire

che son difficili da digerire!

Invece, domani a colazione,

forse mangio un leone […].

L’orco preferisce mangiare un leone, anziché un piccino! È un modo per fare intuire le infinite possibilità dei bambini e per infondere in loro fiducia fugando le paure.

La cadenza delle filastrocche, la rima, il ritmo originano in chi ascolta o legge una condizione di contentezza e di gioia, proprio come si gioisce nell’ascoltare una buona musica.

Ne Le fantastrocche l’atteggiamento poetico di Volpi non cambia; vi è sempre una grande ironia, coniugata al gioco e alla capacità creativa della fantasia nel capovolgere la realtà, garantendo molte sorprese con effetto comico. Si frequentano vari ambienti, dall’osteria alla farmacia, dallo zoo alle festività. Nella prima composizione della silloge, Nel paese di Caramella, riscontriamo la trovata grimmiana, alla Hansel e Gretel, ovvero si prefigura un paese dove tutto è commestibile e principalmente dolce.

Un gioco rodariano compare, poi, nel giardino delle Fate:

Nel giardino delle Fate,

quante belle passeggiate!

La Strega e Biancaneve

assieme, con passo lieve,

passeggiano fra i tulipani

seguite dai Sette Nani.

Cenerentola si toglie la scarpetta

per camminare sull’erbetta;

le sorellastre sono finite

in mezzo alle margherite.

Vicino al Lupo c’è Cappuccetto,

che se lo tiene stretto a braccetto:

gli deve raccontare

che la nonna non sa cucinare.

Pinocchio guida Geppetto

a gettare i suoi occhi

sul paese dei balocchi.

E la Fata dai Capelli Turchini

va in giro coi bigodini.

L’Orco e Pollicino

giocano a nascondino.

Il Gatto con gli Stivali

va sulla bici a pedali.

La Piccola Fiammiferaia

non è più triste, è gaia:

in mezzo alle aiuole

si scalda con il sole.

Siamo all’effetto “straniante” che il gioco creativo ha poi abbondantemente diffuso. Ancora in Alla tavola della Fata ritornano i celebri protagonisti di fiabe famose, ma ognuno riscritto con una caratteristica contraria. Nel gioco del richiamo delle qualità contrarie troviamo pure Nel castello di Tuttosbaglio in cui i vari personaggi, siano essi animati o inanimati (i dolci sono amari, il sale è sciapo, un paggio lavora solo a maggio, la sentinella non controlla…), sono disegnati per essere il contrario di quello che ci si aspetta; ma in questo mondo a rovescio non tutto è negativo perché se ci sono le guardie con l’armatura di carta significa che non potranno offendere, dunque, non è proprio tutto sbagliato, / in quel castello così malandato!

Il poeta romano continua a giocare con le azioni contrarie al senso comune in Nella cucina dei matti in cui si vuol fare il ghiaccio alla brace o il gelato arrosto…; un gioco di contrapposizione tra consuetudine e il suo contrario originando un effetto farsesco.

Sul gioco dei desideri Volpi torna in L’uovo a sorpresa nel quale un bambino immagina di trovare tutto ciò che manca nella realtà: da un bagno per un compagno, al cappello per il fratello, da un dente per un parente ad una ginestra per la maestra…, siamo nella giostra dei desideri; sulla stessa linea si pone Solo mezza fiaba, per favore…

Gioco puro con le parole troviamo, invece, in Filastroca:

Una filastrocca

che era troppo sciocca

diventò una filastr-OCA. […]

Un gioco che ha portato fortuna a Silvia Roncaglia col suo libro Principerse e filastrane (Nuove Edizioni Romane, 1997), in cui ha giocato con la parola principessa che diventa: Princi-persa (quando la principessa si perde nel bosco), Princi-presa (quando è catturata), ecc…

Volpi in tutto questo gioco premette che la facoltà più importante, la base di ogni cosa, è la fantasia; lo dice chiaramente in I giocattoli in cui immagina che Babbo Natale porti tutti i giocattoli desiderati, anche se c’è l’ammissione che il giocattolo migliore è quello della fantasia; la filastrocca si chiude:

[…] Poi ho scoperto

una cosa di cui sono certo:

il giocattolo più bello che ci sia

è la mia fantasia,

il barattolo più pieno che ci sia

è colmo di poesia.

Di qualità è l’altro gioco fantastico delle Filastrocche dei colori in cui il colore è desunto dalle parole selezionate:

C’era una storia proprio tutta blu

che stava laggiù e anche lassù:

laggiù nel mare ci abitava un’onda

rotonda e gioconda che fino alla sponda

giocava, cantava e poi rotolava.

Lassù nel cielo ci abitava il vento

che sopra il mare soffiava contento

e insieme all’onda faceva gli schizzi.

E poi chi c’era? Dite voi, ragazzi! […].

Filastrocca ritmata da endecasillabi, con il colore che emerge dalle cose dette.

Un’altra caratteristica tipica del poeta romano è l’interazione testo-lettore, tanto che il suo procedimento narrativo, potrebbe essere continuato dal lettore ad libitum, così da risultare un bel gioco creativo.

La prova di Volpi è caratterizzata prevalentemente dal gioco fantastico e verbale (di questa peculiarità è esempio anche il suo libro Rompicapi – Indovinelli, enigmi & giochi vari, Elle Di Ci, 1996), senza dimenticare il mondo che ruota intorno alla vita, lasciando appena esplicitati una serie di valori che promuovono la solidarietà e la multiculturalità.

 

(In copertina da sx: Claudia Camicia (Presidente del GSLG), Cosimo Rodia (studioso di Letteratura Giovanile), Angelo Nobile (Direttore della rivista “Pagine giovani” e docente dell’Università di Parma): Presentazione del volume dedicato a Domenico Volpi ad un anno dalla scomparsa).

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