di Clara Russo Mercoledì 24 giugno 2026 è stato un piacere presentare, presso la Biblioteca Comunale di San Cesario di Lecce, il libro di Giuseppe Zilli “Il peso essenziale”. “Non raccolta di poesie – scrive Antonio Errico in un suo articolo pubblicato sul Quotidiano di Lecce – ma libro poetico: compatto, coerente, coeso nei nuclei tematici, semantici: una narrazione in versi”.
Giuseppe Zilli è poeta, pittore e scultore. In poesia ha pubblicato diverse raccolte tra cui “Nel
giardino le pietre mi hanno sussurrato” (2025), “Gli occhi si perdono” (2024), “Ricami di pietra” (2022), “E se raccontassi” (2021) e “L’albero dei lumi” (2019).
Come artista visivo della pietra, della carta e del colore, Giuseppe Zilli, in fondo ha sempre fatto da
mediatore fra il visibile e l’invisibile, fra la materia e l’idea, il progetto, l’elaborato finale.
Il titolo: “Il peso essenziale” contiene già una suggestione che accompagna il lettore lungo tutta la
raccolta. Ci invita a riflettere su un apparente paradosso: come può ciò che è essenziale avere un
peso? Eppure, la nostra vita è spesso guidata proprio da realtà invisibili, impalpabili, difficili da
misurare, ma capaci di orientare profondamente il nostro cammino.
L’Autore ha raccontato come è nata la sua esperienza con gli Angeli. Per farlo è risalito ad un
episodio accadutogli quando era bambino. Una caduta dalla scala su cui era salito, caricando un
secchio. Gli occhi rivolti al cielo e la sensazione di cadere leggero, su pezzi di pietra leccese che
qualcuno sembrava aver reso meno duri. Poi il risveglio in casa dopo diverso tempo. Lo sguardo
della madre e il solo ricordo della sensazione di cadere leggero. Leggero come una piuma!
L’idea che una presenza invisibile lo avesse aiutato ha sempre accompagnato questo ricordo.
La frequentazione della chiesa, la lettura dei testi sacri, la partecipazione attiva alla vita religiosa
del suo Paese, hanno rafforzato nel tempo questa idea, rendendola una certezza su cui ha sentito
il bisogno di scrivere.
Tutto il libro si sviluppa intorno alla figura degli angeli. Non necessariamente gli angeli della tradizione religiosa intesa in senso stretto, ma presenze che accompagnano, suggeriscono, indicano una direzione.
Costruiamo il senso delle cose
su strade già battute dove la pioggia
lascia pozzanghere di parole. Il narciso che è in noi non si guarda
negli specchi del firmamento dove gli Angeli
accompagnano i desideri, nessuna pietra miliare verrà utilizzata per rassodare
i pensieri, solo una piuma galleggia
tra le mani che accarezzano il cielo, ci ricorda il perimetro del nostro andare.
La poesia sembra partire da una condizione profondamente umana: “costruiamo il senso delle cose su strade già battute”. È come se il significato venisse cercato dentro le esperienze ordinarie, nei percorsi abituali, nelle parole che la vita lascia dietro di sé come “pozzanghere”. C’è già qui una tensione tra ciò che è concreto e ciò che sfugge. L’immagine del “narciso che è in noi” è particolarmente interessante. Invece di contemplarsi negli specchi del mondo terreno, potrebbe guardare verso il “firmamento”, ma non lo fa davvero. Gli angeli appaiono allora come presenze che abitano una dimensione diversa dall’ego: accompagnano i desideri, ma non si lasciano possedere o trasformare in certezze. Non offrono risposte definitive.
Anche i versi successivi vanno in questa direzione. Le “pietre miliari” normalmente servono a segnare il cammino, a dare orientamento e sicurezza. Qui però “nessuna pietra miliare verrà utilizzata per rassodare i pensieri”: il percorso spirituale o esistenziale non si fonda su punti fermi. Al loro posto compare una “piuma”, simbolo di leggerezza, fragilità, forse anche di una traccia angelica. Non qualcosa che dimostra, ma qualcosa che suggerisce (Qui è esplicito il richiamo a Milan Kundera e al suo capolavoro “L’insostenibile leggerezza dell’essere”).
Gli angeli non sembrano essere cercati come apparizioni straordinarie, ma come segni discreti disseminati nell’esperienza quotidiana. La piuma, le mani che accarezzano il cielo, il perimetro del nostro andare: sono immagini che trasformano gesti e oggetti comuni in indizi di una realtà ulteriore.
In effetti il poeta sembra condividere con lo scultore o il pittore una particolare disposizione dello sguardo: vedere nella materia qualcosa che ancora non è manifesto. Come lo scultore intravede la forma nella pietra o il pittore l’immagine nel colore, così il poeta cerca negli eventi ordinari le tracce di una presenza invisibile. Gli angeli potrebbero allora rappresentare proprio questa dimensione nascosta del reale, accessibile non attraverso la dimostrazione razionale, ma attraverso l’intuizione, l’immaginazione e la sensibilità artistica.
L’ultimo verso “ci ricorda il perimetro del nostro andare”, mi sembra particolarmente significativo: la piuma non indica una meta, ma un limite e insieme una misura. Ricorda all’uomo la sua condizione di viandante tra terra e cielo, tra il visibile che abita e l’invisibile che continua a cercare. È una conclusione molto delicata, che non chiude il mistero ma lo custodisce.
Il peso essenziale, fra l’altro, è la terza pubblicazione con contenuto religioso, preceduta da
“Carezze di perdono” in cui “parla non parlandone” di Gesù e Giuda (tradimento e perdono) e da
quella dedicato al Cantico dei Cantici di San Francesco.
Gli angeli di cui scrive sono presenze che si manifestano attraverso segni, coincidenze, intuizioni,
incontri, frammenti di realtà che chiedono di essere interpretati.
Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è il continuo attraversamento di confini. Nei versi il
mondo concreto e quello spirituale non appaiono separati.
Al contrario, sembrano richiamarsi continuamente. Un’immagine quotidiana può aprire uno
spiraglio sull’invisibile; una percezione spirituale può incarnarsi in un dettaglio del paesaggio, in
una luce, in un gesto, in una voce.
Il lettore è così invitato a compiere un doppio movimento: osservare ciò che lo circonda e, nello
stesso tempo, interrogarsi sul significato più profondo delle cose. Gli angeli diventano allora una metafora della possibilità di leggere la realtà con uno sguardo più ampio, capace di unire ragione e sensibilità, mente e anima.
Anche la scelta del verso libero sembra particolarmente coerente con questo percorso. L’assenza
di schemi metrici rigidi e persino di titoli lascia alle poesie una qualità di ricerca e di ascolto. Ogni
testo appare come una tappa di un unico viaggio interiore, più che come un componimento isolato.
È come se il lettore fosse invitato a entrare in un flusso di immagini e di riflessioni senza confini
prestabiliti.
Un altro elemento che colpisce è la ricchezza delle immagini. La poesia qui non procede per affermazioni teoriche, ma per visioni, accostamenti, simboli. È una scrittura che non chiede soltanto di essere compresa, ma anche “abitata”. Alcuni versi sembrano rivolgersi direttamente all’intelligenza, altri alla sensibilità, altri ancora a quella zona più misteriosa dell’esperienza che spesso la poesia riesce a raggiungere meglio di qualsiasi discorso.
Credo che il valore di questa raccolta stia proprio nella sua capacità di ricordarci che la realtà può
essere letta su più livelli. Che dietro l’evidenza delle cose possono esistere significati ulteriori. E
che l’attenzione, l’ascolto e la disponibilità a lasciarsi interrogare sono forse le chiavi per riconoscere quei segni che l’autore affida ai suoi angeli.
Invito ad accostarvi a queste poesie senza fretta, lasciandovi guidare dalle immagini e dalle risonanze interiori che ciascun testo può suscitare. Come accade spesso con la poesia più autentica, non si tratta tanto di trovare una spiegazione definitiva, quanto di entrare in dialogo con ciò che i versi fanno nascere dentro di noi.
