Materiali per un respiro di Giuseppe Semeraro, Il Convivio Editore, 2025

di Cosimo Rodia

 

Materiale per un respiro è una raccolta poetica che si articola in cinque sezioni. Fin dai due testi in limine, che fungono da presentazione dell’intera raccolta, il lettore è introdotto in una visione dominata dalla precarietà del vivere, di identità provvisorie destinate a scomparire e di cui rimane un «respiro», «perché tutto sia concentrato/ distillato in un soffio», che per sua natura si dilegua. In questo scenario la poesia assume un valore quasi sacrale: il mistero che salva dall’oblio ciò che il tempo condanna alla scomparsa.

La prima sezione: “Frigole” è attraversata dal motivo della memoria; e non si tratta di una rievocazione consolatoria del passato, anzi, il ricordo si carica di una struggente amarezza perché ciò che è stato, appare irrimediabilmente perduto: «l’infinito è tutto alle spalle»; la stagione delle possibilità coincide con ciò che non è più. Il passato custodisce sogni, progetti, slanci vitali, quei «brandelli più luminosi» che precedono «la prima morte», vale a dire la fine dell’età delle illusioni. La giovinezza è una fotografia che si scolora: «la foto del secolo scompare come un tramonto». Alla domanda su cosa resti dell’adolescenza, Giuseppe Semeraro risponde implicitamente indicando la pienezza di quei sogni che un tempo illuminavano i giorni e che oggi sopravvivono soltanto come memoria amara.

La seconda sezione: “Terre” è dedicata al Sud come spazio dell’appartenenza. Qui il paesaggio si anima di voci, lingue, tradizioni e memorie collettive. Gli uccelli che sfidano il maestrale, l’autunno antropomorfizzato, gli ulivi abbattuti dalla storia diventano figure simboliche della resistenza umana: «Stanno tutte qui le mie voci/ marciscono nel grembo/ naufraghe nel mio regno,/ prigioniere di molte lingue/ sulla superficie incolta/ di una terra promessa». La terra promessa appare insieme benedizione e ferita. Significativo è il rapporto con la dimensione contadina, evocata attraverso il fango lasciato dai trattori lungo le strade: una materia umile che diventa vessillo di appartenenza contro ogni omologazione. In questa sezione emerge con forza il rifiuto del conformismo contemporaneo e del culto della modernità come valore assoluto. Quello di Semeraro è un orgoglioso atto di resistenza identitaria: «Io arranco con i miei avi/ sono un conservatorio di tristezze/ un’accademia di nostalgia/ non sono fatto per questa vanità salutista».

La terza sezione: “Madri” rappresenta un momento commovente della silloge. La figura materna incarna la capacità di accogliere, comprendere, amare senza clamore; una grandezza che si manifesta nel silenzio, nell’umiltà, nella dedizione quotidiana e Semeraro la canta, risentendo dell’Inno dantesco alla Madonna: «Lei leggera, pazza cenere di umiltà/ sorriso di pavone, angelo cocciuto/ formica ligia alla saliva, all’impervio/ lei che solleva tutto con un sorriso/ lei che di nascosto trama col destino/ sonnambula del desiderio, femmina di ogni bene/ respiro di ogni attesa, madre che non sa morire».

Delicata è pure l’immagine che conclude la sezione: la corsa verso l’ospedale della madre dopo la rottura delle acque, mentre dai finestrini scorrono «campi di ciliegi» e volano «in processione i petali». La natura sembra partecipare all’evento della nascita, quasi a benedire il mistero della vita. Una bella pagina luminosa, dove la memoria personale raggiunge una dimensione collettiva.

La quarta sezione: “Morti” introduce un dialogo costante tra vita e morte. Qui si avverte una suggestione eliottiana della primavera che «fiorisce sulla bocca dei morti», un rifiorire che nasce paradossalmente dalla consapevolezza della fine. La morte è presenza costante, ma non trionfa mai completamente. Ad opporsi a Thanatos interviene Eros, inteso non come passione amorosa ma come forza vitale che continua a generare senso persino dentro la tristezza. La vita combatte la morte semplicemente persistendo: «Dopo il macello/ s’aggrappano preghiere/ che solo i morti sanno/ e dopo tanto patibolo/ un sacro fallo sgomita/ un erotico sconfinare/ nella morte a muso duro/ annegare nel sangue/ sperma disperato, vita/ quasi fosse primo amore».

L’ultima sezione: “Preghiario” raccoglie liriche che potremmo definire le preghiere di un ateo. È forse il nucleo più profondo del volume. L’autore non approda a nessuna certezza religiosa; resta inchiodato alla propria finitudine e all’incapacità di guardare davvero «le altezze». Tuttavia, l’assenza di fede non coincide col nichilismo. Al contrario, permane un bisogno irriducibile di senso. Cosa resta, allora, di tanto peregrinare attraverso le forme dell’esistenza? Resta qualcosa di umano, qualcosa che continua ad abitare «le vertebre», qualcosa che impedisce di dichiarare definitivamente perduto ciò che è stato vissuto. Da qui nascono i piccoli desideri che attraversano la sezione finale; «Fammi seme nei tuoi occhi», dice il poeta al figlio, affidando alla continuità della vita una possibile forma di sopravvivenza. E quando la ragione non riesce a spiegare il mistero delle cose, l’autore spera che sia un pettirosso a portare un messaggio a Dio: «Il suo non è solo un canto/ ma una preghiera animale/ un assolo divino che fa sermoni al cielo». Così, una rondine in volo, una giornata di sole, il semplice manifestarsi della bellezza diventano occasioni di trascendenza: «Sono tirato al cielo» confessa il poeta; naturalmente non è alcuna elaborazione teologica: ciò che conta è l’esperienza di un tremore, di un movimento interiore che sfugge alle spiegazioni razionali; tutto sembra poggiare sulla fragilissima «durata del respiro. Un battito d’ali o la vita di una stella».

Semeraro scrive una sorta di preghiera francescana rivolta agli elementi della natura: acqua, fuoco, aria…, chiedendo soltanto che il mondo rimanga favorevole alla vita e capace di spalancare le porte alla «letizia di nuvole e vento». Da questa prospettiva nasce anche la critica alla società contemporanea. Nessuno s’interroga più sull’essenza della vita perché tutti sono assorbiti dall’egoità: «Le stelle sono sempre più sole/ nessun occhio è rivolto/ al cielo dei misteri/ nessuno scruta il bene più alto». L’infelicità moderna deriva da questa incapacità di uscire da sé stessi. È qui che la raccolta rivela una componente etica e psicologica. L’autore non impartisce lezioni e non propone soluzioni. Si limita a indicare ciò che avverte come malato nel mondo e, soprattutto, dentro di sé. Il suo sguardo non è accusatorio ma autocritico: egli stesso fa i conti con le scelte compiute, con le occasioni perdute, con una felicità che continua a sfuggirgli.

Sul piano stilistico Semeraro utilizza un dettato prosastico, spoglio, a volte anti-melodico. La parola poetica rinuncia agli ornamenti per assumere il tono della confessione; l’autore non cerca l’effetto lirico ma la verità dell’esperienza e la poesia diventa così uno spazio di testimonianza. L’intero volume può essere letto come un lungo esame di coscienza. Da una parte vi è ciò che era stato immaginato e desiderato, dall’altra ciò che la vita ha effettivamente concesso. Nel confronto prevalgono la disillusione e l’amarezza; amarezza per ciò che non è stato, ma anche per la sensazione di aver consumato troppo presto l’energia propulsiva della giovinezza.

Alla fine, emerge una visione dolorosa, in cui l’autore non si sente artefice del proprio destino, ma anzi sedotto e trascinato dalle illusioni della vita. Eppure, proprio qui risiede la forza del libro, ovvero nella capacità di trasformare la disillusione in consapevolezza e la fragilità in poesia, perché se tutto è destinato a dissolversi, la parola poetica continua ostinatamente a opporsi all’oblio. E finché durerà il respiro, durerà anche questa resistenza.

 

Lascia un commento