Sergio Tofano scrittore prerodariano

di Cosimo Rodia

 

Sergio Tofano (1886-1973) è stato giornalista, illustratore, scrittore, sceneggiatore dell’infanzia. Un uomo conosciuto con lo pseudonimo di Sto, che potremmo considerare il genitore nobile della letteratura per l’infanzia del Novecento e certamente il pilastro della diffusione della filastrocca, del non-senso e del gioco di parole; un gioco che disordina, ma che contiene in sé una tensione verso l’ordine, verso la ricerca di senso.

Tofano è il leggendario collaboratore del “Giornalino della Domenica” e del “Corriere dei piccoli”; proprio per il Corriere inventa il celeberrimo personaggio del signor Bonaventura. Tofano è l’artefice delle storie e delle illustrazioni che a mo’ di didascalie corredano i fumetti. I suoi testi diventano presto delle pièce teatrali, come Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura (1927). Ricordiamo la sua produzione più nota: L’isola dei pappagalli (1938); Bonaventura veterinario per forza (1948); Bonaventura precettore a corte (1953); Storie di cantastorie (1920).

Il linguaggio di Sto è raffinato, risentendo probabilmente l’ascendenza di Palazzeschi e del futurismo tout court; Tofano ha la grande capacità di intrecciare diversi registri, da quello aulico a quello plebeo. Rimane l’uso di un italiano medio proprio quando in Italia s’inizia a diffondere la lingua nazionale con i nuovi mezzi di comunicazione di massa.

Caratteristico è in Tofano il gusto per il non-senso di tradizione anglosassone, che lascerà in eredità a tutti gli scrittori per l’infanzia del secondo Novecento.

Non manca in Sto l’ironia, che è la figura con cui appunta il mondo degli adulti, a volte con una forte dose di irriverenza.

Proponiamo in lettura alcuni dei primi versi che accompagnano le strisce del signor Bonaventura sul “Corriere dei piccoli”:

Qui comincia l’avventura

del signor Bonaventura

che a scrutar sta con la lente

d’un vulcano le lave spente.

 

Il vulcano si ridesta

con rabbia ira funesta

e il meschino in aria scaglia

come un colpo di mitraglia.

 

Si fa notte, vien l’aurora

e pel cielo ei vola ancora

quale mai lontan pianeta,

infelice, è la sua meta?

 

Ma una gru gli vola intorno

invitandolo al ritorno:

l’animale a cui si afferra

lo rimorchia verso terra […].

Va detto che il personaggio tofaniano rimane fisso per cinquant’anni sul “Corriere”, conosciuto e amato da diverse generazioni, per diventare, come s’è detto, anche personaggio teatrale e trasmesso in televisione. A Bonaventura sono dedicate sei commedie, nella cui realizzazione lo stesso autore ha vestito la maschera del protagonista che l’ha reso celebre. La pregnanza della scrittura di Sto risiede nell’uso dell’ottonario, metro adeguato alle cantilene. Leggiamo la celebre Filastrocca dei cento animali:

Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar
e le mosche fosche e losche
fra le frasche stanno fresche.
Arsi gli orsi dai rimorsi
bevon l’acqua a sorsi a sorsi.
Mentre i ghiri ghirigori
fanno a gara nelle gore,
ai canguri fan gli auguri
con le angurie le cangure.

Ecco il merlo con lo smerlo,
il merluzzo col merletto,
la testuggine ed il muggine
ricoperti di lanuggine,
di fuliggine e di ruggine.
Tutti i cervi ci hanno i nervi
e stan curvi e torvi i corvi,
la cornacchia s’ impennacchia
e sonnecchia nella nicchia,
la ranocchia ama la nocchia
e sgranocchia la pannocchia,
i cavalli fan cavilli
ed il ghiozzo ci ha il singhiozzo
e la carpa è senza scarpa
e si fa la barba il barbo
ed i bachi sui sambuchi
fanno buchi con i ciuchi.

[…]

La murena sulla rena
con la rana fa buriana
ed a galla resta il gallo,
duole il callo allo sciacallo
che barcolla e caracolla,
la mangusta si disgusta
e i machachi  mangian cachi,
lo stambecco non ha il  becco,
la giraffa arruffa e arraffa
poiché vien di riffa in raffa.

Eleganti gli elefanti
con gli infanti stan da fanti,
la beccaccia si procaccia
la focaccia con la caccia,
la civetta svetta in vetta
e l’assiuolo solo solo
fa un a solo nel chiassuolo.
Per ripicca picchia il picchio,
la tellina sta in collina,
sta in calabria il calabrone
come a Fano sta il tafano…
Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pe
i bazar.

Un bestiario vario in cui ognuno richiama un atteggiamento, una caratteristica, una particolarità; ma ovviamente l’aspetto più proprio della poesia è il formidabile gioco di parole, con una sovrabbondanza di consonanze, assonanze, rime e rimalmezzo con risultati sorprendenti.

Leggiamo ora la storiella in versi de Il paggio saggio tratta dalla raccolta Storie di cantastorie; narra la vicenda di Vidichinto, un violento capitano di ventura, che chiede in moglie Matelda, figlia di Belisario. Il vecchio re, sentita la figlia, respinge la proposta, Vidichinto decide di vendicarsi dell’affronto. Belisario sarebbe certamente sconfitto se un saggio paggio, Benozzo, non avesse l’idea di circondare il castello di specchi, nei quali gli assalitori si riflettono, e, credendo di avere di fronte una grande armata, scappano. Alla fine, Benozzo sposa Matelda:

Narrerovvi in brevi versi,

se prestate orecchio attento,

una storia succeduta verso

il mille e quattrocento.

 

È l’eroe di questa storia

Belisario, antico duce,

ch’ora, vecchio e un po’ gottoso,

vita placida conduce

 

in un valido castello,

posto a’ piè de l’Appennino,

con la figlia, due valletti,

quattro paggi e un can mastino:

[…]

Ma, tra mezzo a tanta pace,

minaccioso cova il dramma:

ecco infatti un giorno arriva

al castello un telegramma,

 

ove è scritto: «Da le grazie

de la figlia vostro vinto,

ve la chiedo in matrimonio:

tanti ossequi – Vidichinto».

 

Vidichinto è un capitano

di milizie mercenarie

che scorrazzan la campagna

per imprese sanguinarie:

[…]

Si capisce che a l’idea

di sposar tale persona

a Matelda, la fanciulla,

fino il core si accappona;

 

e disperasi… ma il padre,

che l’adora anzi che no,

prende un foglio e a Vidichinto

risoluto scrive: «No!».

 

 Passa un giorno un altro passa

e ne passano parecchi…

allorchè vengon pel piano

mille e più lanzichenecchi.

 

Vidichinto li comanda

  • che ha giurato trar vendetta
del rifiuto – tutto in arme,

lancia scudo e baionetta.

[…]

Sono mille e Belisario

non ha invece a sé vicino

che sua figlia due valletti

quattro paggi e un can mastino.

[…]

Sono mille e la ferocia

che li guida non è poca:

gli abitanti del castello

senton già la pelle d’oca.

 

Ma Benozzo, uno dei paggi,

ha un’idea piramidale:

del castello da le stanze

fa portare sul piazzale

 

due… tre… quattro… cinque… dieci…

venti… trenta… cento specchi…

grandi piccoli mezzani

belli brutti nuovi vecchi

[…]

del castello ne tappezza

la facciata fitta fitta,

poi con gli altri si rimpiatta

a spiar da la soffitta.

 

Il nemico ecco s’avanza

furibondo a quanto pare:

sono mille e uniti ondeggiano

tempestosi come il mare.

[…]

Sono armati come loro,

come lor compatti stanno,

e più gli uni dàn di sprone

più sprone gli altri dànno;

 

e più incalzan gli uni irati

gli altri incalzano a misura.

Ahi! Fra i primi già serpeggia

direi quasi paura.

 

Vidichinto con gran gesto

nuova forza in essi infonde…

e di fronte ecco un uguale,

grande gesto gli risponde.

 

Con furor dirotto quindi

l’una parte si fa sotto…

si fa sotto l’altra parte

con furor quindi dirotto!

 

Onde i primi, sgomentati

da l’ardor del contrattacco

da improvvisa tremarella

presi e vòlto indietro il tacco,

 

via, di fuga… via, precipi-

tevolissimevolmente,

senza pur guardare indietro

al nemico inesistente…

 

via, di fuga, onde il terreno

dei lor passi in corsa tuona.

Mai si vide ne la storia

più veloce maratona!

 

Così, salvi dal periglio

del manipolo selvaggio,

gli inquilini del castello,

per virtù del saggio paggio,

 

escon fuori; e in guiderdone

a Benozzo, Belisario

dà per sposa la figliola

e lo fa suo segretario […].

Una splendida storia d’avventura, scritta in quartine di ottonari a rima alternata, che troverà un seguito nella letteratura per l’infanzia con Rodari, Volpi, Piumini.

 

 

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