L’anti-critica: alcune considerazioni sulla novella Il soffio di Luigi Pirandello

di Patrizia Gnarra

 

Si dà come assoluta, la verità che l’uomo ricerca fuori, intorno a sé, quand’anche fosse abbastanza simile o vicina al soggetto che la figura; quando poi questa è consustanziata all’io, carne e spirito insieme, non c’è dubbio che è trasfigurazione dell’animo che la sente o la precede.

Non siamo mai così sicuri che le due strade sopraindicate conducano a risultati diversi od opposti. Poiché tutto ciò che viene e che va dalla/ alla nostra soggettiva rappresentazione del mondo è conforme o complementare all’essere vivente e interpretante.

Dell’uomo è follia la percezione oggettiva di cose e viventi, conformi e difformi dal sé interpretante.

E, oggi più che mai, l’interpretazione non è che la fascinazione di un incontro-scontro, di una tregua nella furente lotta, battaglia d’identità, tra miserie umane e folgorazioni quasi divine.

Per altri aspetti ed esperienze in parte autobiografiche, il genio di Pirandello si è inoltrato in questa selva di aspirazioni tradite tese alla genuina e terribile fonte della verità, al contempo umana e sovraumana.

Com’ è improvvido parlarne qui, o meglio a questo punto della nostra storia, nell’età dell’Antropocene dettata dall’oracolo moderno dell’AI; si può certo avvertire l’urgenza di tracciare una qualche linea tra ciò che è umano e ciò che ne è solo una sconsolante imitazione.

Per questo preambolo, arriviamo, maldestramente, all’assunto che tutto ciò che attiene alla verità approda a noi, ai nostri sensi, attraverso ogni sorta di filtro.

E’ cosa complessa la verità, signori! E nella misura in cui è trasfigurazione dell’io interpretante, quest’ultimo soggetto fragile posto davanti alla natura composita della materia che lo assedia.

Ma ecco che con Pirandello nella novella Il soffio (contenuta nella raccolta Berecche e la guerra, 1934) si progetta l’inimmaginabile, l’assurdo, anelando ad una libertà: non certo quella esaltante dei popoli oppressi, ma quella sacrificata degli individui comuni e straordinari insieme.

Eppure la legge umana e di natura ci rammenta che la libertà di uno può nuocere gravemente a molti. E che solo il caso è il sistema regolatore più affidabile, infallibile.

Allora ci si rimetta pure a quest’ultimo, il caso, prevedendo anche una buona dose di sarcasmo e preveggenza che chiameremmo intuizione.

Ma il punto è che rileggendo proprio questa novella a trentadue anni ebbi questo tipo di suggestione o fascinazione terribile, che si trasmetteva come una sorta di fluido vitale o rivitalizzante di re-definizione dell’umile gesto alla stregua dei più comuni atti di forza e di sopraffazione umani.

La storia raccontata dall’autore ne Il soffio ci parla di verità negate, taciute, combattute e fortemente agognate; alcune di esse, a ben vedere, hanno costituito il fondale tragico della storia del Novecento ( si veda la Seconda guerra mondiale e i genocidi perpetrati in nome di idee divinizzate e così spietatamente professate).

Dunque, all’esclamazione del protagonista del racconto, narratore in prima persona, “Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via”, s’innesca una macchina inarrestabile della morte a cui nessuno può sfuggire. Il congiungersi del pollice e dell’indice diventa poi il sigillo di tale verità o interpretazione della stessa, il punto di congiunzione tra il vero e il verosimile dato a noi come lezione quotidiana sull’assoluto.

Vi è qualcosa probabilmente che, oltre a riguardarci tutti, ci ricorda per questo la lezione della Ginestra di Leopardi; tassello fondamentale di tanta letteratura del Novecento da Ungaretti, passando per Saba fino a Pirandello stesso.

Ma La straordinarietà di tale novella è tale in quanto ci induce quasi a leggere quella sequela tragica di fatti casuali, priva di vero patos, come l’epica tragica di quei popoli e di quelle minoranze disumanizzate dall’ideologia nazi-fascista e comunista tra le due guerre mondiali.

E non c’è nulla di rassicurante, come nel falso pietismo del protagonista, in ciò che accade e accadrà. Tanto più è semplice, comune il gesto, quanto è più facile replicarlo, da situazione a situazione, da circostanza a circostanza, si rigenera, si rinsalda nell’assurdo gioco della cieca sopraffazione umana.

Il monito sta proprio in questo facile scivolamento nella cupidigia più nera, nella implicita violenza evocata diligentemente, per gioco, per caso, per la natura malvagia stessa di chi ne fa un imperio, o un assunto di vita.

Signori, è stato scritto prima dello scatenarsi delle forze che hanno fatto scivolare l’Europa nella Seconda guerra mondiale e nell’ultimo capitolo delle dittature.

A partire dallo specchio – ovvero dalla trasfigurazione di ciò che il caso umano ha prodotto intorno a sé perdendosi o dileguandosi come l’aria: “…un impeto mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine, soffiata via, sparita…parlai nell’aria…un soffio e via… e il mio sguardo era l’aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare“.

Il richiamo a Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde è limpido ma ciò non deve far pensare a una mera citazione. Tutto si ricompone nel segno di un orizzonte di spaesamento rasserenante, di un naufragare (di nuovo Leopardi?!) ai limiti incerti della coscienza, quasi rigenerante, dove vita e morte s’intrecciano più vivide e unite che mai, governate solamente e magistralmente dal caso, che sia esso incarnato in una coppia di farfalle bianche o nel sorriso di una giovinetta gaudente.

 

 

 

 

 

 

 

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