La strada verso Emmaus di Stefano Baldinu, Edizioni Il Foglio, 2025

di Maria Pia Latorre

 

Mi addentro in un deserto / come si entra in una tentazione. Comincia così La strada verso Emmaus, come una pagina evangelica. Letta e interpretata da Stefano Baldinu, in un viaggio interiore che è stato prima smarrimento, poi si fa erranza e ricerca, in un cammino aspro per ritrovare finalmente la fede.

Una lettura che, dai primi versi, avvolge di dolcezza e di rara emozione, un cammino alla sequela della Scrittura, alla ricerca delle fonti della Parola biblica.

Per i Greci era così tanto immenso lo spazio interpretativo legato al sentimento d’amore da avere la necessità di essere espresso con ben dodici parole diverse che, sinteticamente, qui elenco: eros (έρως), l’amore carnale; philia (φιλία), l’amicizia profonda; storge (στοργή), l’amore verso la famiglia; philautia (φιλαυτία), l’amore per se stessi; mania (μανία), il senso del possedere; charis (χάρις), l’amore idilliaco; himeros (ἵμερος), il desiderio fisico; anteros (αντέρως), l’amore per il/la proprio/a compagno/a; pragma (πρᾶγμα), l’amore che porta pazienza ed è duraturo; pothos (Πόθος), l’amore lontano; thelema (θέλημα), l’amore nei confronti di ciò che si fa e agape (αγάπη),l’amore incondizionato, un amore che esiste in sé, anche se non  è ricambiato. È quest’ultimo, amore che va al di là delle forze umane, amore puro che si dà incondizionatamente, senza alcuna aspettativa o attesa di ritorno.

Ed è di questo sentimento che è colma la silloge La strada verso Emmaus, Edizioni Il Foglio, edito nel novembre 2025, nella collana di poesia diretta da Cristina de Vita.

Sei le sezioni costruite dall’Autore come esigenze di cammino di fede: Attraversando il deserto, Vespri, Getsemani, Compieta, La strada verso Emmaus e Mattutino.

La prima sezione è in diretto dialogo con il Libro dell’Esodo, viaggio per antonomasia compiuto dagli Ebrei verso l’Egitto, là dove, vivendo la triste esperienza della schiavitù, il popolo eletto si libererà attraverso il lungo difficile viaggio nel deserto, tra fame e sete, verso la Terra Promessa. Esodo come messa alla prova, come fatica e fiducia smisurata in Dio. Ma anche angoscia per i pericoli da attraversare e per la forte precarietà unica esperienza plausibile e compagna nel cammino. Temi mirabilmente tracciati nella prima sezione, con l’Autore a invocare “Il Tuo silenzio era una voce/ troppo assordante per me”[…] “Ora il Tuo volto converge nel mio/ e mi sazia” (qui vi leggo il Dio che, nel deserto, sfama il popolo suo figlio con la manna).

Vi è tutta la forza dei testi sacri dell’Antico Testamento in questa prima sezione, dove ritroviamo intatta la forza del Deuteronomio, resa sublimemente da Baldinu: “Avevo lasciato sullo stipite della porta/ un segno del mio vissuto, del Tuo passare”.

Elemento fondante il viaggio è la preghiera che, nella seconda sezione dei Vespri si disvela con un unico testo.  “A volte immagino il sonno/ un foglio di acqua sottile/ sul quale cammina il nulla degli uccelli/ il tutto degli angeli”, si tocca con mano, qui, l’intensità dei versi in cui vengono accennati accostamenti contrastanti, come troveremo in tutta la silloge, quasi a voler scandire un moto continuo di allontanamento e di avvicinamento dall’oggetto d’amore.

A completare il doppio binario di questo percorso di aperto canto, la sezione Compieta, anch’essa composta di un unico lungo testo, quasi una canzone dedicata al ricordo del fratello prematuramente scomparso da bambino, che ha segnato dolorosamente l’infanzia dell’Autore. Vespri e Compieta come due braccia tese in avanti ad accogliere, come due ali angelicate, come la mano di Dio che incontra quella dell’uomo nel Giudizio michelangiolesco.

Particolarmente interessante la sezione Getsemani, che contiene dieci memorabili poesie, una per ognuno dei dieci comandamenti, di cui do un assaggio, per il primo comandamento: ”Sì, lo ammetto, sono geloso di Te/ come tu lo sei di me”,  e poi    “Mi amo troppo poco/ per come sono/ per poter amare gli altri/ come me stesso”, per il sesto.

Stefano Baldinu è alla sequela del Cristo, lo è dal principio del suo cammino, lo è per scelta e attrazione, lo è nelle fibre più vibranti dell’anima, lo è perché è la figura del Cristo che chiama e interpella la sua coscienza religiosa.

“La strada verso Emmaus” è la sezione topica, in cui l’orante ritrova la fede, ma, dopo l’attraversamento del deserto e del buio degli abissi, appare irrobustito e rivestito di nuova luce. Il cammino raggiunge le soglie del Mattutino – ultima sezione – con un ampio e dilatato canto di lode e di ringraziamento.

La vita è un dono gratuito e proprio questa gratuità, per il credente, trae origine da Dio (per Blaise Pascal è la scommessa su Dio) e ne fa scaturire la sua essenza divina. Noi stessi, quando amiamo, cioè quando ci doniamo totalmente, senza tornaconti e senza egoistiche necessità, siamo immersi nella stessa divinità di Dio. Per molta umanità – tra cui il nostro Autore – non è possibile concepire l’esistenza come qualcosa di casuale, di non finalizzato. C’è stato quel grande unico uomo, duemila anni fa, che ha detto che se ci siamo è perché c’è un progetto su ognuno di noi, se ci siamo è perché l’amore ha avuto bisogno di manifestarsi, di rendersi immanente, di crearsi una sostanza della sua stessa essenza che completasse il piano divino. Mi emoziona continuamente il pensiero di David Maria Turoldo quando ha affermato che Dio ha creato l’uomo perché aveva bisogno di amare qualcuno.

Poi, ognuno di noi, nella ricerca, segue il proprio istinto, il proprio fuoco, ed è proprio dai diversi impasti interiori che vengono fuori le migliori originalità, come in questa silloge. Così scatta in ogni poeta una sorta di meccanismo di difesa del proprio territorio poetico, della propria identità, del proprio grido di esistere rivolto al mondo.

Ogni uomo è una sillaba di Dio” ha dichiarato Tonino Bello e noi sappiamo bene che la poesia è oltre il dichiarato. Questo è, sarà il suo immutabile mistero, un mistero gonfio di silenzio.

Leggere La strada verso Emmaus significa, dunque, interrogarsi sulle domande esistenziali che, come silenti geni portatori sani di vita, sono sempre in attività dentro di noi, per poter continuare a chiederci dove andrà l’uomo, poiché come ha scritto José Saramago nel “Libro delle previsioni” “sapremo sempre meno che cos’è un essere umano”.

Ben venga, dunque, la poesia in afflato religioso, come ci indica Bobin e come Baldinu vive nel suo quotidiano poetico.

Lascia un commento