Trobar leu di Simone Giorgino, Spagina, 2016

di Cosimo Rodia

 

Trabor leu è un diario poetico, un taccuino esistenziale, dove Simone Giorgino annota sensazioni, sguardi, percezioni, sogni: una meditazione diversifica sull’esperienza dello stareQui.

Fin dalla poesia iniziale, “Ostensione”, il lettore è introdotto sia al tema dominante sia alla cifra stilistica della raccolta. Il primo motivo è quello dell’impossibilità della scrittura: davanti a un quaderno nuovo il poeta avverte l’incapacità di incidervi qualcosa di significativo: «Immagina – ma tanto non accade – / che sorpresa sarebbe e che calvario/ se un bel giorno/ poniamo tra ottant’anni lo trovassero in qualche valigia/ impolverata della vecchia casa/ E che miracolo e che soddisfazione/ se sfogliando qualcuno indovinasse /quello che forse pare il suo profilo/ ammiccante fra le pagine bianche/ del sudario». Quella di Giorgino è una poesia della sottrazione e della contrapposizione: il testo prende forma tanto attraverso ciò che viene detto, quanto attraverso ciò che rimane inespresso; così, a me pare che la poesia nasca dall’assenza, prima ancora che dalla parola.

Questo procedimento si accentua nelle liriche successive; in “Mappa” si manifesta in maniera inequivocabile lo stile accumulativo: Verbi, immagini e figure si susseguono vorticosamente, costruendo una rappresentazione quasi funambolica della realtà; le vere macerie non sono quelle materiali, ma quelle interiori; il movimento continuo espresso dai verbi: «Corri. Cammina./ Camminammo a lungo intorno», suggerisce un procedere senza meta: l’azione circolare, di girare attorno attorno, è la metafora di un’esistenza incapace di trovare un approdo. Anche il ricorrente ‘tu’, ora verso una figura femminile, ora verso un interlocutore immaginario, sembra nascere dall’esigenza di costruire un dialogo che resta essenzialmente sul piano del pensiero.

In “Ronda”, che ricorda “Le sei del mattino” di Vittorio Sereni, l’alba invernale restituisce alla città il suo volto quotidiano dopo che la notte l’ha momentaneamente occultato; gli uomini riprendono le loro occupazioni e invadono le strade come «spettri», ovvero figure spersonalizzate, ridotte a perlustrare gli «affari loro»; così, si delinea una modernità disumanizzata, dove la vita appare come una ripetizione meccanica di gesti privi di autenticità. Questa percezione si radicalizza in “Scrivere all’aperto”: «Il ponte tra te e il mondo è raso al suolo»; insomma, si registra una frattura insanabile tra individuo e realtà; così, «Il seme del piangere», forse, è già insito nella stessa condizione umana, benchè il mondo continui a simulare normalità con la rituale domanda: «Le cose come vanno? Vanno bene?». E così è pure in “Pulviscolo”: l’uomo è consumato dalla fatica dell’esistere e pur pregando «sui ginocchi rossi», finisce per vorticare come un granello nell’universo. Si configura lentamente una visione eteronoma della vita: l’individuo non domina il proprio destino ma ne è trascinato, vivendo una quotidianità priva di direzione.

Dentro questo scenario, emergono tuttavia tre direttrici che tentano, senza riuscirvi pienamente, di opporsi al pessimismo: la memoria, la trascendenza e l’amore.

In “Sentinelle” i ricordi dell’infanzia finiscono simbolicamente su un falò; eppure, anche se il fuoco li consuma, il poeta continua a riconoscere quel «fumo d’argento», segno che nulla viene davvero cancellato; sulla stessa linea si può leggere “Papermate”.

In ordine al tema della trascendenza, pur muovendosi da una posizione laica, Giorgino manifesta un bisogno irrinunciabile; in “Celicola” egli si rivolge al cielo affinché insegni a vivere; in “Verbo” il tono diventa quasi accusatorio verso un Dio che sembra non vedere «chi morì per cento volte nominandolo»; il desiderio del sacro comunque appare soffocato dalla modernità, oppure da una forza oscura che rende impossibile ogni autentico incontro con il trascendente.

Infine, l’amore presente in diverse poesie, che potrebbe costituire un motivo di salvezza esistenziale, ma rimane incompiuto. In “Vecchi quaderni” alcuni versi recitano: «Primo progetto di poesia d’amore: io ho sognato/ di saldare l’effimero e l’eterno/ e ancora espio/ e ancora scrivo»; il programma poetico di Giorgino sembra quello di trovare nella parola una riconciliazione impossibile. Ancora più intensi sono i versi in “Cuore di carta”: «Ma chi è che va o che viene/ chi è che sale o scende/ in/da questo nido/ che chiamerò mi chiamerà “mio amore” […] Io mi chiamo labbra che dettano/ solamente lettere/ d’amore. Abito qui». Residente in un quartiere popolare, in un deserto umano, il poeta continua ostinatamente a scrivere poesie d’amore, quasi fosse l’ultima possibilità di redenzione. Tuttavia, anche questo sentimento resta instabile e contraddittorio, tanto che poco oltre afferma amaramente: «Nessuno deve confidare appieno/ nulla di sé di vero».

In questo diario ondivago, l’atteggiamento che prevale sembra essere una profonda sfiducia nella vita; in “Le sirene delle rime chiocce” si legge: «Tutto è vano, tutto quanto./[…] Farò due passi fuori: “Andiamo a vivere!”/ contento del caffè, di un giro al centro./ Quando sarà più saldo dirà tutto/ il resto del poema ancora muto/ sul tavolo soltanto perché lui non l’ha voluto/ ancora scrivere».

La cifra stilistica di Giorgino, a me pare, s’inscriva nella tradizione della ‘linea lombarda’; il linguaggio è volutamente prosastico, antilirico e straniante; la tensione interna nasce dal continuo confronto tra interiorità e realtà esterna. Il mondo circostante non offre alcun autentico ristoro: persino l’infanzia è privata di idealizzazione, quasi sia stata una parentesi destinata a dissolversi. Emblematica, in questo senso, è la ricorrenza di lessemi come calvario, macerie, letamaio, rovina, larve, pulviscolo…; evidentemente un lessico che costruisce un immaginario dominato dalla precarietà.

Accanto a essi ricorrono frequenti entità astratte, segno di una continua ricerca di qualcosa che possa restituire significato all’esistenza. Tuttavia, ogni apertura metafisica è quasi subito ridimensionata da un’ironia amara che impedisce qualsiasi consolazione. Resta così una condizione di inquietudine permanente, alimentata tanto dalla sfera privata quanto da quella pubblica. Non è possibile stabilire se la sofferenza derivi dall’alienazione prodotta dalla società contemporanea o da una più intima condizione psicologica: probabilmente le due dimensioni finiscono per sovrapporsi.

Un altro aspetto peculiare in Giorgino è il continuo richiamo al ‘tu’. Questo interlocutore mutevole, misterioso, non sempre individuabile sembra rappresentare il desiderio di instaurare un dialogo che confermi la propria presenza nel mondo, ma il fallimento di tale dialogo rende ancora più evidente il non senso dell’esistenza. La raccolta assume così i tratti di una poesia esistenziale, nella quale la realtà entra continuamente nella narrazione non per offrire risposte, bensì per confermare l’inadeguatezza dell’uomo e l’irrazionalità del vivere; e l’io narrante proteso verso un dialogo che non si realizza, accentua il senso di isolamento. Nasce così una poesia dell’impossibilità: impossibilità di comunicare davvero, di trovare un interlocutore, di attribuire un significato definitivo alla parola poetica. A chi si rivolge il poeta? Che cosa può ancora essere comunicato? Sono domande che rimangono sotterraneamente aperte.

Non è dato sapere, infine, se alla base della raccolta vi sia anche un progetto di critica sociale (benchè non manchino chiari riferimenti, cfr. “Inciso. Quis est hic?”); ciò che emerge con chiarezza è invece una rappresentazione dolorosa della condizione umana, con sullo sfondo un brusio indistinto e continuo di quella modernità, che isola e disorienta. In questo paesaggio il poeta è insieme testimone e vittima: osserva il mondo con lucidità, subendone anche il tormento. È proprio questa tensione a conferire alla raccolta la forza di coinvolgere il lettore.

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