Fiabe di Luigi Capuana, Tabula fati, 2026

di Cosimo Rodia

 

Con grande merito l’editore Marco Solfanelli ripropone dieci fiabe di Luigi Capuana, offrendo ai lettori l’occasione di riscoprire un aspetto forse meno noto della produzione dello scrittore siciliano. Va subito precisato che le fiabe di Capuana non sono quelle classiche (come ho schematizzato altrove, cfr. L’evoluzione del meraviglioso, Liguori) ovvero non sono quelle trascritte dall’oralità, ma sono invenzioni letterarie dell’autore; ad ogni modo si avvicinano alle fiabe classiche per il linguaggio, per le formule narrative, per la tipologia dei personaggi e per la prossimità all’immaginario della fiaba popolare siciliana, tanto che pur essendo scritte di sana pianta, aderiscono perfettamente ai modelli della tradizione. Nello specifico, Capuana fa uso delle funzioni di Propp, come la struttura triadica dei personaggi, l’aiutante magico, l’oggetto prodigioso, le prove da superare, la punizione dell’antagonista, il lieto fine…; elementi ben orchestrati, tanto da conferire alla narrazione l’impressione di autenticità propria delle fiabe popolari.

A rafforzare questa sensazione contribuiscono anche i temi e l’ambientazione delle stesse, ovvero: la presenza della fame, il lavoro di tessitura, il mondo dei pastori, la povertà, la vita quotidiana delle campagne, il re che sembra un vicino di casa… costituiscono un tessuto realistico sul quale s’innesta il meraviglioso; infine, non manca il recupero dei grandi motivi della tradizione classica: la scarpetta con cui si riconosce la vera principessa, gli anelli fatati, le streghe, gli orchi, le metamorfosi, le prove iniziatiche e gli immancabili premi riservati ai giusti.

Ad esempio, in “Ranocchino” il più piccolo dei tre fratelli giunge a conquistare il regno, confermando il tradizionale rovesciamento delle gerarchie familiari. In “Cecina” la principessa sgraziata, dopo il ripudio, viene sposata grazie all’intervento della strega. In “I tre anelli” si ripropone il tema dell’invidia tra sorelle: è la più giovane, grazie all’umiltà, a compiere scelte che le garantiscono la felicità. Particolarmente efficace è “Piuma-d’-oro”, nella cui fiaba una principessa capricciosa versa intenzionalmente il sale nel pasto di una vecchina che si rivela una strega e che non tarda a punirla: rende la giovane leggera come una piuma, tanto che il vento la trasporta nel suo castello, dove rimane prigioniera fino all’intervento del re del Portogallo, destinato a liberarla e a sposarla; dopo queste peripezie la protagonista fa ammenda dei propri errori, acquisendo un nuovo abito interiore. Moraleggiante è anche “La figlia dell’Orco”, nella quale il fratello minore viene tradito da quello maggiore nella contesa per il regno; dopo numerose prove e dopo aver sposato la figlia dell’orco, recupera il trono grazie ad un aiutante che gli impone di perdonare il fratello; la morale implicita è che il perdono rappresenta la più alta forma di giustizia. Analoga impostazione troviamo in “La padellina”, dove la generosità diventa lo strumento attraverso cui il protagonista conquista una migliore condizione sociale, secondo uno dei più propri insegnamenti della fiaba.

Questa raccolta conferma come Capuana abbia saputo utilizzare il meraviglioso non soltanto per intrattenere, ma anche per educare, esaltando nei racconti valori universali quali l’umiltà, la giustizia, il perdono, la solidarietà e la fiducia nel prossimo. Pur essendo opere d’autore, queste fiabe conservano l’immediatezza e il fascino della narrazione popolare, dimostrando quanto profondamente lo scrittore conoscesse la cultura siciliana.

È un volume che merita attenzione non solo da parte degli studiosi di letteratura per l’infanzia, ma anche di tutti coloro che desiderano riscoprire il valore culturale della fiaba come patrimonio vivo della nostra tradizione narrativa.

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