“Canne al vento” di Grazia Deledda, Solfanelli, 2024

di Cosimo Rodia

 

L’opera di Grazia Deledda del 1913 è stata ripubblicata da Marco Solfanelli, con la cura di Enrico Rulli, restituendo ai lettori un romanzo ancora fresco, con la Sardegna primitiva quale spazio dell’animo umano, nel quale la realtà concreta della povertà, della decadenza e della sudditanza si fonde con un mondo di simboli, credenze ancestrali e istinti primigeni.

La vicenda è ambientata nella nota terra aspra, segnata dall’immobilismo sociale, da gerarchie rigide e superstizioni; al centro della narrazione vi è la nobile famiglia Pintor. Il patriarca, don Zame, è padrone del destino delle proprie figlie, costrette a vivere nella sua ombra, solo Lia trova il coraggio di fuggire, raggiungere il continente, sposarsi e dare alla luce Giacinto, prima di morire prematuramente.

Nella vecchia casa, dopo la morte misteriosa di don Zame, rimangono le tre sorelle Ruth, Ester e Noemi, ultime eredi di una nobiltà ormai ridotta in miseria; la loro esistenza si consuma lentamente tra ristrettezze economiche, silenzi e rinunce; a prendersi cura di loro vi è il fedele servo Efix, figura centrale ed enigmatica del romanzo.

L’esistenza delle dame Pintor procede tra giorni sempre uguali, povertà, usura e lento sfacelo della casa. Gli unici momenti di vitalità sono rappresentati dalla festa di Nostra Signora del Rimedio, quando il paese sembra ritrovare, per un arco breve, una gioia tutta istintiva.

Il fragile equilibrio della famiglia Pintor è infranto dall’arrivo del giovane nipote Giacinto. La sua presenza riapre vecchie ferite e porta alla luce sentimenti nascosti. L’atteggiamento delle dame è diversificato e contrastante, celando un universo di segreti e passioni represse.

Del giovane esuberante s’innamora Grixenda, una povera orfana che vive con la nonna; ma anche la zia Noemi lascia affiorare un sentimento ambiguo, inconfessabile, fatto di gelosia e desiderio, che si manifesta sotto forma di un’ostilità apparentemente inspiegabile verso Giacinto; questi dal canto suo non ha forza morale né la maturità per essere d’aiuto alla sua famiglia, anzi vive dissipando denaro, accumula debiti e arriva perfino a falsificare la firma della zia Ester sulle cambiali, trascinando definitivamente le donne sull’orlo della rovina economica, per la cui ragione la zia Ruth muore di crepacuore.

Quando il giovane si allontana, è ancora il servo Efix a tentare di ricomporre ciò che il destino sembra aver spezzato: comprende la sincerità dell’amore tra Giacinto e Grixenda, così convince il ragazzo a tornare e a sposarla. Noemi nel frattempo sopraffatta da sentimenti che non riesce ad ammettere nemmeno a sé stessa, spinta anche da Efix, sposa il ricco cugino don Predu, prima del matrimonio del nipote.

Proprio nel giorno dello sposalizio della padrona, Efix muore, rifiutando la confessione, portando con sé un segreto che aveva segnato l’intera sua esistenza. In realtà quel peccato da espiare, come traspare dal testo, commesso molti anni prima, quando aveva favorito la fuga di Lia, provocando involontariamente la morte di don Zame, sembra una ragione surrettizia perché l’omicidio in realtà non è stato volontario; e sarebbe ingiustificato da espiare per tutta la vita un eventuale peccato legato all’essersi opposto all’ordine millenario, favorendo la fuga di Lia. Quello che Efix si porta nella tomba è sicuramente qualcos’altro, un peccato più inconfessabile, che decide di tenerselo tutto per sé vita natural durante, da grande personaggio tragico.

Un romanzo corale, un dipinto dai forti chiaroscuri, una storia dolce e violenta al contempo.

Ora, Deledda è una nota scrittrice del realismo italiano; la sua analisi della società sarda è precisa, concreta, priva di idealizzazioni; la povertà è rappresentata nella sua durezza materiale; la fame, i debiti, il lavoro dei campi, la dipendenza economica, il peso delle convenzioni sociali condizionano concretamente la vita dei personaggi; il linguaggio aderisce al parlato; i modi di dire, le imprecazioni, i proverbi, le formule popolari restituiscono pienamente la mentalità della civiltà contadina; eppure, il realismo della Deledda ha un quid in più: è un realismo magico, nel senso che prevale in lei l’uomo con le sue inquietudini, le sue credenze e i suoi sogni. Ogni personaggio vive costantemente in una condizione bina, sospeso fra colpa e redenzione, fatalità e libertà, peccato e speranza; ad esempio, Efix è un servo che incarna il rimorso. Noemi rappresenta una donna divorata dal tempo che passa e da una passione proibita che cerca disperatamente di reprimere. Giacinto è l’emblema della debolezza umana, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Le sorelle Pintor vivono come anime in attesa, inchiodate in una casa la cui decadenza diventa metafora della loro stessa esistenza.

La cornice del romanzo, poi, è la Sardegna nella sua significazione simbolica: le campagne, il vento, la luna, gli alberi, i sentieri, le case sembrano partecipare emotivamente alle vicende dei personaggi. Le feste religiose, il timore degli spiriti notturni, i racconti tramandati oralmente, i proverbi costruiscono una dimensione nella quale il reale e il soprannaturale convivono naturalmente; per questo è giustificato parlare di realismo ‘magico’. Poi, la festa della Madonna del Rimedio costituisce è l’emblema di una coralità, il paese sembra liberarsi della propria immobilità e la religione diventa insieme rito, appartenenza collettiva, gioia.

E alla fine, e paradossalmente, il vero protagonista del romanzo sembra essere nessuno dei personaggi, ma il destino. Nel dialogo tra donna Ester e Efix si dice: «Perché la sorte ci stronca, così, come canne?» «Sì,» disse allora lui, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché. Siamo canne e la sorte è il vento».

Insomma, l’uomo è fragile e non domina la propria sorte, viene anzi piegato dagli eventi, dalle colpe ereditarie, dalla storia familiare, dalle passioni e dal tempo; come le canne si flettono sotto il vento, così gli uomini resistono finché possono, ma non sono mai padroni del proprio fato. Tutti i personaggi tentano, in modi diversi, di opporsi al destino: Lia fugge e muore prematuramente; le sorelle attendono e nell’attesa bruciano la giovinezza; Noemi cerca l’amore ma ottiene un matrimonio senza felicità; Giacinto è inseguito dalle sue colpe; Efix dedica un’intera esistenza ad espiare una colpa, senza liberarsi dal peso del passato.

Eppure, Canne al vento offre anche un altro aspetto, distinguendosi per questo dal pessimismo dei veristi. In questa storia troviamo un emergere di richiami ad una vocazione di bontà; troviamo un’apertura di credito ai valori morali che affiorano nei momenti tragici, quasi a riscatto del destino doloroso di miseria; una possibilità di redenzione etica. E non si tratta di cambiare il proprio destino materiale, perché quello rimane immutabile, ciò che può cambiare è il cuore dell’uomo: si pensi alla dedizione di Efix o a Don Predu, che inizialmente avverso alle dame Pintor, entra nella loro casa dopo più di vent’anni e mostra una generosità inattesa; e perfino Giacinto conosce momenti di sincero pentimento. Sono piccoli spiragli di luce che non cancellano il dolore, semmai ne attribuiscono un significato.

Dopo più di cento anni Canne al vento continua a parlare al lettore della fragilità umana, del senso del limite, della colpa, dell’espiazione e della ricerca di una dignità possibile anche nel dolore; dicendoci inoltre che l’uomo non può scegliere il vento che soffia sulla propria esistenza, ma può scegliere con quale dignità affrontarne la forza.

Ed ecco il vigore presente in Canne al vento da farne un classico, proprio perché dopo più di un secolo continua ancora a parlarci ed essere strumento efficace di scandaglio umano.

Lascia un commento