Strada di Agrigentum di Salvatore Quasimodo

 

Là dura un vento che ricordo acceso

Nelle criniere dei cavalli obliqui

In corsa lungo le pianure, vento

Che macchia e rode l’arenaria e il cuore

Dei telamoni lugubri, riversi

Sopra l’erba. Anima antica, grigia

Di rancori, torni a quel vento, annusi

Il delicato muschio che riveste

I giganti sospinti giù dal cielo.

Come sola allo spazio che ti resta!

E più t’accori s’odi ancora il suono

Che s’allontana largo verso il mare

Dove Espero già striscia mattutino:

il marranzano tristemente vibra

nella gola al carraio che risale

il colle nitido di luna, lento

tra il murmure d’ulivi saraceni.

(da Nuove poesie, 1938)

 

Una trasfigurazione della sua Sicilia, paradiso perduto. Quasimodo rievoca passato e presente: il ricordo dello splendore dei templi greci e il suono del marranzano che si allontana verso il mare (forse la metafora del suo essere ‘esiliato’).

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