Rashomon   

Regia: Akira Kurosawa

Con: T. Mifune, M. Kyo, T. Shimura, M. Chiaki, F. Onma, K. Ueda.

Giappone. 1950. Durata: 88’

 

di Italo Spada

 

Flashback – Da Garlasco a Kioto. Ma chi è quel bimbo?

Nella frenetica epoca che stiamo vivendo, non sarebbe del tutto strampalato sintetizzare con un semplice segno di interpunzione commenti e riflessioni personali su fatti di cronaca, letture di saggi e romanzi, visioni di film. Abbiamo capito tutto: punto; attendiamo un seguito: virgola; siamo soddisfatti o meravigliati: punto esclamativo; rimaniamo perplessi o non abbiamo capito bene: punto interrogativo.

Per esempio… il delitto di Garlasco.

 

Il 13 agosto 2007, una ragazza (Chiara Poggi) viene ritrovata senza vita nella villetta di famiglia. Indagini, testimonianze, prove, sospetti, individuazione dell’assassino (il fidanzato Alberto Stasi), rinvio a giudizio, processo, condanna. Fine? No. Assoluzione in primo grado e in appello, annullamento della sentenza da parte della Cassazione, nuovo processo di secondo grado, nuova condanna, conferma della Corte Suprema. Una ventina d’anni dopo, a seguito di errori accertati nella raccolta delle prove, l’avvio di nuove indagini. Indizi, testimonianze, ipotesi e interrogativi a catena: con quale oggetto contundente è stata uccisa Chiara? Come mai le scarpe del presunto assassino erano pulite? Perché non furono prese le impronte digitali della vittima? La bicicletta nera vista da una testimone era o no quella dell’assassino? In quale ora è stato commesso il delitto? Perché furono fatte con ritardo le ricerche sul computer e sull’auto di Stasi?

Da ulteriori esami risulta che il DNA trovato sotto le unghie della vittima non appartiene al fidanzato, ma ad un amico del fratello: Andrea Sempio. Da qui il sospetto che “in famiglia si sa quello che accaduto, ma non si dice”. E ancora: un ex maresciallo dei carabinieri è accusato di falsa testimonianza, un’amministratrice di pagina Facebook, sedicente medium, viene processata per diffamazione e minacce.

Insomma: e se il colpevole fosse innocente e l’innocente colpevole?

 

Flashback.

Sullo schermo della memoria appaiono scene di un film giapponese del 1950, Leone d’oro a Venezia (1951) e Oscar come miglior film straniero (1952): Rashomon di Akira Kusosawa, «opera luminosa e lugubre, sporca e adamantina, caotica e rigorosa». Nella convinzione che certi capolavori sono sempre attuali, vale la pena riproporlo alla nostra attenzione.

Anche qui un episodio di cronaca nera.

In un bosco di Kioto, nel periodo medievale, un samurai viene ucciso e sua moglie stuprata. Nessun dubbio sull’assassino (il bandito Tajômaru), ma diverse e contrastanti le versioni di ciò che è accaduto e dei perché.

Piove a dirotto; il boscaiolo che ha trovato il cadavere del samurai e un monaco che quel giorno aveva incontrato la coppia mentre si recava al tempio, trovano un provvisorio riparo presso l’invalicabile porta nelle mura difensive (Rashomon). A loro si aggiunge un passante che, sentendo ripetere al boscaiolo “non capisco”, si incuriosisce e vuole sapere che cosa è accaduto realmente. Le versioni si intrecciano, discordano, disorientano. A dispetto di quanto racconta il boscaiolo, accade persino ciò che nessuno avrebbe mai immaginato: i protagonisti della vicenda si autoaccusano e fanno ricadere sugli altri la responsabilità morale. Tajômaru dà la colpa al vento che, sollevando il velo della donna, ha suscitato in lui un irrefrenabile desiderio sessuale che lo ha spinto a stuprare la donna e ad uccidere il samurai; la donna afferma di essere stata lei l’assassina che, dopo la violenza subita, non è riuscita a sopportare il disprezzo del marito; il samurai – rievocato da un medium – dice che si è suicidato per il dolore e la vergogna.

 

Che dire?

Lasciamo da parte l’impossibilità di conoscere la verità perché ognuno, come direbbe Pirandello, crede ciò che vuole, ma resta lo sgomento nel constatare che l’uomo, sin dai tempi di Caino, non ha mai smesso di compiere atti di violenza. I media riservano trafiletti alle belle notizie e una serie di approfondimenti a omicidi, suicidi, furti, incendi, sparizioni… Certezze e dubbi, volti e maschere si intrecciano ed è comprensibile sentirsi disorientati e sperare di vedere uno squarcio di cielo diradare la tempesta.

Dove? Quando? Come?

 

Ancora un flashback e sempre su Rashomon.

Nella scena finale, quando cessa la pioggia e i tre personaggi che hanno trovato riparo stanno per andare via, accade qualcosa di inaspettato. Si sente il vagito di un bimbo. Chi è? Chi lo ha abbandonato? Perché?

Il boscaiolo, già padre di sei figli, decide di prenderlo con sé e il monaco loda il suo gesto. Gli spettatori, però, non possono non chiedersi: Ma chi è quel bimbo? E perché il regista giapponese ha voluto chiudere la vicenda con un «epilogo quasi apologetico» ?

Varie le interpretazioni della critica: «Il gesto altruista del boscaiolo è il riscatto morale dell’uomo che, superando l’egoismo, è ancora in grado di fare del bene»; «Siamo di fronte a un simbolo sulla rinascita della fiducia nell’umanità»; «Resta comunque la speranza nell’innocenza incontaminata»; «Anche nella notte più nera bisogna ripartire dall’umano, dalla condivisione, dalla riscoperta della propria tenerezza».

Non sappiamo la religione professata da Kusosawa, ma sembra azzardato supporre che quel boscaiolo (chiamato anche taglialegna, falegname) richiami la figura di San Giuseppe che collabora alla redenzione facendo da padre putativo a Gesù. Più convincente sarebbe  pensare che, con riferimenti allo Shintoismo, il regista abbia voluto ricordare credenze e preghiere ai kami, divinità e forze vive che abitano ogni elemento della natura – alberi, montagne, fiumi – e vengono onorati con l’obiettivo di mantenere l’armonia tra l’essere umano e il mondo circostante.

Si scelga l’ipotesi preferita, purché, una volta per tutte, finiscano – a Garlasco, a Kioto e in mille altri posti – la pioggia della violenza e i pianti a dirotto dei bambini.

 

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