Il canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile

 

Ce ne andiamo.

Ce ne andiamo via.

 

Dal torrente Aron

dalla pianura di Simeri.

 

Ce ne andiamo

con dieci centimetri

di terra secca sotto le scarpe

con mani dure con rabbia con niente.

 

Vigna vigna

fumare fumare

doppiando Capo Schiavonea.

 

Ce ne andiamo

dai campi d’erba

tra il grido

delle quaglie e i bastioni.

 

Dai fichi

più maledetti

a limite

con l’autunno e con l’Italia.

 

Dai paesi

più vecchi più stanchi

in cima

al levante delle disgrazie.

 

Cropani

Longobucco

Cerchiara Polistena

 

Diamante

Nào

Jonadi Cessaniti

Mammola

Filandari.

 

Tufi.

Calcàrei

immobili

massi eterni

sotto pena di scomunica.

 

Ce ne andiamo

rompendo Petrace

con l’ultima dinamite.

 

Senza

sentire più

il nome Calabria

il nome disperazione.

 

Troppo tempo

siamo stati nei monti

con un trombone fra le gambe.

Adesso

ce ne scendiamo

muti per le scorciatoie.

 

Dai Conflenti

dalle Pietre Nere da Ardore.

 

Dal sole di Cutro

pazzo sulla pianura

dalla sua notte, brace di uccelli.

 

Troppo tempo

a gridarci nella bettola

il sette di spade

a buttare il re e l’asso.

Troppo tempo

a raccontarci storie

chiamando onore una coltellata

e disgrazia non avere padrone.

 

Troppo

troppo tempo

a restarcene zitti

quando bisognava parlare, basta.

 

Noi

vivi

e battezzati

dannati.

Noi

violenti

sanguinari

con l’accetta

conficcata

nella scorza

dei mesi degli anni.

Noi

morti

ce ne andiamo

in piedi

sulla carretta.

Avanzano le ruote

cantano i sonagli verso i confini.

 

Via!

Via

dai feudi

dagli stivali dei cani

dai larghi mantelli.

 

Ussahè…

 

Via

via!

 

Via

dai baroni.

I Lucifero

i conti Capialbi

i Sòlima gli Spada

i Ruffo

i Gallucci.

 

Usciamo

dai bassi terranei

dal sudario

dei loro trappeti

dai palmenti

della vendemmia

profondi

a lume di candela

e senza respirazione.

 

Via

dai Pretori

dalla polizia

dagli uomini d’onore.

 

Non chiamateci.

Non richiamateci.

 

È scritto

nei comprensori

È scritto

nei fossi nei canali

È scritto

in centomila rettangoli

alto

su due pali

Cassa del Mezzogiorno

ma io non so

che cosa

si stia costruendo

se la notte

o il giorno.

 

Ci sono raffiche

su vecchie facciate

che nessuno leva: l’occhio

del Mitra

è più preciso

del filo a piombo della Rinascita.

 

Addio,

terra.

Terra mia

lunga

silenziosa.

 

Un nome

non lo ebbe

la gioventù.

Non stanchiamoci adesso

che ci chiamano col proprio cognome.

 

Noi.

 

Noi

ce ne siamo

già andati.

 

Dai catoi

dagli sterchi orizzonti.

 

Da Seminara

dalle civette di Cropalati.

 

Dai figli

appena nati

inchiodati nella madia

calati

dalle frane

dell’Aspro Monte

dei nostri pensieri.

Spegnete

le lampadine della piazza.

Scordiamoci

delle scappellate

dei sorrisi

dei nomi segnati

e pronunciati per trentasei ore.

 

Cassiani

Cassiani

Cassiani

 

Cassiani

Foderaro Galati

 

Foderaro

Antoniozzi

Antoniozzi

Cassiani

Cassiani

 

La croce

sulla croce,

diceva l’arciprete.

E una croce

sulla croce,

segnavano le donne.

Andavano

e venivano.

 

Foderaro

Antoniozzi

Antoniozzi

 

È stato

sempre silenzio.

Silenzio

duro

della Sila

delle sue nevicate a lutto.

 

È stato

il pane a credenza

portato

sotto lo scialle

all’altezza del cuore.

Sono stati

i nostri occhi stanchi

che andavano

le finestre illuminate

della prefettura.

 

Carabinieri,

fermatevi.

 

Guardate,

giratevi

non c’è nemmeno un cane.

Siamo

tutti lontani

latitanti.

 

Fermatevi.

 

Restano

gli zapponi

dietro la porta,

i cieli

i vigneti.

La pietra

di sale sulla tavola.

 

I vecchi

che non si muovono

dalla sedia, soli

con la peronospora nei polmoni.

Le capre

la voce lunga

degli ultimi maiali scannati.

L’argento

a forma di cuore, nelle chiese.

Le ragnatele

dietro i vetri, le madonne.

La ragnatela del Carmine

la ragnatela di Portosalvo

la ragnatela della Quercia.

 

Restano le donne

consumate da nove a nove mesi

con le macchie

della denutrizione

della fame.

 

Le addolorate

le pietà di tutti gli ulivi.

Lavando

rattoppando

cucinando su due mattoni

raccogliendo

spine e cicoria.

 

Cancellateci

dall’esattoria.

 

Dai municipi

dai registri

dai calamai

della nascita.

 

Levateci

il I giorno di scuola

senza matita

senza quaderno

senza la camicia nuova.

Toglieteci

dalle galere.

Non ubriacateci.

Liberateci

dal coltello di Gizzeria

dal sangue dei portoni.

Non chiamateci

da Scilla

con la leggenda

del sole

del cielo

e del mare.

 

Siamo

bene legati

 

a una vita

a una catena di montaggio.

 

Scioglieteci

dai limoni

dai salti

 

del pescespada.

Allontanateci

da Palmi e da Gioia.

 

Noi

vivi.

Noi

morti

presi

e impiccati

cento volte

ce ne siamo già andati

staccandoci dai rami,

dai manifesti della Repubblica.

 

Di notte

come lupi

come contrabbandieri

come ladri.

 

Senza un’idea dei giorni

delle ciminiere degli altiforni.

 

Siamo

in 700 mila

su appena due milioni.

Siamo

i marciapiedi

più affollati.

Siamo

i treni più lunghi.

Siamo

le braccia

le unghie d’Europa.

Il sudore Diesel.

Siamo

il disonore

la vergogna dei governi.

 

Il Tronco

di quercia bruciata

il monumento al Minatore Ignoto.

 

Siamo

l’odore

di cipolla

che rinnova

le viscere d’Europa.

 

Siamo

un’altra volta

la fantasia

gli dei.

Milioni di macchine

escono in targhe Magna Grecia.

Noi siamo

le giacche appese

nelle baracche nei pollai d’Europa.

 

Addio,

terra.

Salutiamoci,

è ora.

(da Sette piaghe d’Italia, 1964)

 

Un poemetto civile che punta l’indice sulle antiche responsabilità storiche che hanno permesso di far proliferare omertà e ignavia. Versi senza sconti che manifestano il grido dei vinti; un grido epico di dolore, di disillusione e forse nascostamente di Speranza.

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