La Taranto del cuore di Nicola Giudetti
di Cosimo Rodia
È forte, pregnante, costitutiva, in Nicola Giudetti, la memoria, ossificatasi e divenuta appartenenza.Un’appartenenza che vivifica i ricordi e informa continuamente il pennello, che si libera sulla tela in modo lento, con profondo acume e precisione. Sono convinto che ogni azione di recupero ha in sè una forza poetica ed epica. Una forza ben presente in Guidetti. Presente, principalmente, per la freschezza dei suoi assunti visivi. Cielo e terra si congiungono sulle sue tele. Gesù morto entra in equazione con i pescatori. La vita come dramma si identifica nel simbolo del Cristo. C’è una circolarità tematica che solo l’uomo della tragedia può avviare. La tragedia fa riscoprire il senso della vita. La barca, simbolicamente, è il calvario della vita.
Solo chi soffre guadagnerà il regno dei cieli. Ecco perché l’albero maestro, nell’opera “Riti della settimana Santa”, diventa la Croce di Cristo, sulla quale rimane ad eternare il dolore, un lembo di sudario.
Cristo si è fatto uomo. L’uomo fratello in Cristo nella sofferenza dei giorni. Taranto è tutto, per l’ex-pescatore autodidatta; e per riproporla si serve di tutta la simbologia marinara e della religiosità legata, in special modo, alla settimana Santa. E il lavoro procede con una fluidità tonale e con accostamenti cromatici di certo effetto emotivo. Emblematico è, ad esempio, il blu di prussia capace di creare un silenzio cattivante. E, poi, le barche, le reti e tutto l’armamentario del pescatore ritratto da Guidetti si arricchiscono di una bellezza anche per la ricerca dei dettagli, per la precisione nella rappresentazione dei particolari. E ciò con un uso di colori in cui alle tinte oscure fanno da contrappunto, spesso, i cappucci bianchi dei “perdoni”. Ci stanno due altre direttrici nella pittura di Nicola Guidetti. La prima è la rappresentazione sublimata della Taranto che non c’è più. Guidetti, specialmente, nei quadri paesaggistici, ritrae una quotidianità, che in realtà non è proprio la realtà. “Vico Inchiostro”, “Arco Cito”, “L’orologio della Piazza”, “Arco Carmine”… costituiscono una realtà sublimata; o, ancor meglio, la realtà come si vorrebbe che fosse. Per confermare quest’idea, paradigmatica è l’opera “Arco SS. Medici” che è un luogo tutto mentale. Su questo assunto parte la poesia. E l’estetico diventa funzionale all’etica (forse anche al politico). C’è una ispirazione autentica in Nicola Guidetti, che apre la cassaforte della sua memoria e, attraverso essa, legge la realtà e la trasfigura in Mito. Le sue tele, alla fine, sono un’aperta opposizione alla vita inautentica e meccanica, ai rapporti interpersonali aridi e desolati. Mosso da questo sentimento, s’apre un’altra direttrice nella produzione di Guidetti, costituita dalla compresenza sulle tele di effigie di Santi, vicoli della città vecchia, sovrapposte a immagini che ritraggono l’acciaieria, la cocheria, i camini degli altiforni. Questi ultimi sembrano infliggere delle vere sciabolate nella carne viva di Gesù sofferente. Con la rappresentazione della realtà, che non è mai rappresentazione del vero, Guidetti tenta di recuperare la genuinità dell’esistenza, nella quale l’uomo abita un mondo alla sua portata. È un mondo storico o metastorico?
Non importa cercare la risposta. L’importante è che sia un centro che irradi senso. Così trova collocazione un tempo che non ha subito il dominio e la distorsione dell’uomo; in questo spirito si inscrivono i quadri che rappresentano il borgo antico, angoli di paese abbelliti da grumi di Fiori e tant’altro ancora. Tele, che apparentemente, rappresentano un mondo in assoluta armonia col creato. È nostalgia? C’è chi ha scritto che la nostalgia sarebbe una malattia della crescita. E sia, se ciò serve a difendere un mondo in cui l’uomo rimane ancora un Valore.
