La figlia dell’acqua di Pasqua Sannelli
di Maria Pia Latorre
È un polittico di donne La figlia dell’acqua, il romanzo di Pasqua Sannelli, uscito nel 2022, per Progedit.
La storia è piena di donne, a partire da Giulia, voce narrante che, sin dalle prime battute apre il romanzo ad un percorso di scavo interiore che avvolge il lettore per tutta la durata della narrazione.
Accanto a lei, a raggiera, si alternano le altre figure femminili; sua madre Elisa, le sorelle Marta, Marianna e Nadia, con le quali Giulia continuamente s’interfaccerà per cercarsi, trovarsi e trovare risposte al suo insopportabile dolore.
L’acutezza degli stati d’animo, l’aggravio dei ricordi si poggiano pesantemente sui luoghi, come fardelli che si accantonano in un angolo, quasi nascosti, e che poi si riprendono per decidere cosa farne. Così Giulia gioca con la sua vita osservando quelle delle altre donne della sua famiglia.
Giulia non giudica, anche quando giudica, perché il suo giudizio non può avere alcun peso , nelle sue condizioni, non avendo lei una collocazione ed essendo completamente destrutturata e scissa a causa di esperienze vissute in passato dalle quali non riesce a staccarsi.
Dunque Giulia si lascia andare ad osservare la vita, la sua e quella di chi le è accanto, si lascia vivere tenendo tra le mani una sorta di immaginario cubo di Rubik che si ostina a far girare a vuoto tra le dita, senza cercare di ricomporne i tasselli. L’improvviso aggravamento della malattia della madre è il perfetto rompicapo che piomba nella storia, la patata bollente che le figlie si passano di mano in mano, come accade solitamente in tutte le famiglie, quando un elemento della vulnerabile architettura familiare viene meno.
La società post-industriale non ha previsto cosa fare degli individui malati. È una falla, un buco, una dimenticanza del sistema, un sistema progettato solo per soggetti efficienti e in buona salute. Dei fragili, dei deboli, non è dato sapere. Se la sbrigassero i malcapitati del momento, a turno. Tanto quanto vuoi che duri la malattia di un vecchio? È una situazione momentanea, un effetto collaterale, un transitorio fine-vita che, basta poco, ed è già bello e dimenticato. Poi sotto a chi tocca. E quanto più le situazioni sono al limite del disagio, tanto più le fragilità diventano voragini senza fondo.
Ma qui il tessuto famigliare tiene, a parte l’iniziale strappo. Ma di strappi ne susseguono continui nella vita di Giulia, ed anche, inevitabilmente, in quella delle sue sorelle e della madre, quasi a voler sottolineare l’estrema vulnerabilità instabilità precarietà delle vite delle donne d’oggi. Giulia vive un rapporto conflittuale con la madre, con il quale è chiamata a fare i conti prim’ancora che con se stessa: “mia madre era diventata un maledetto senso di colpa che mi prendeva per la gola” e ancora “Con lei non c’è niente da fare. È una partita persa. Non è cattiva, ma ha quella verve ostativa: la decadenza dei costumi, la perdizione dell’uomo, la predica moralista”.
Ma le donne hanno risorse inesauribili. Sono fortissime perché sanno soffrire, ingoiare bocconi amari, sopportare, pazientare, e anche perdonare. Le donne non portano rancore, perché generano vita e chi genera nuova vita non può odiare, sarebbe contro la natura stessa del vivere.
‘La figlia dell’acqua’ è un romanzo che ha più marce, e le ingrana tutte. Oltre quella della scrittura fluida, intrigante e suggestiva, ha gli ingredienti del giallo, che catturano sin dalle prime pagine il lettore. Un’ambientazione, quella di Taranto, che si muove tra bellezza antica, lasciata a decantare sul luminoso golfo ionico, e sofferenza post-industriale, sapientemente resa nei risvolti della narrazione, dove si insinua insieme alle polveri sottili, le vere e reali assassine, fuori dalla metafora del romanzo.
Ora da diversi anni, a partire dai modelli polizieschi americani (uno per tutti, Miss Marple), si sta affermando prepotentemente la presenza femminile nei racconti di genere giallo. Spesso sono proprio le donne le protagoniste, e indossano gli ammalianti panni di commissari, detective, pubblici ministeri, ispettrici o più semplicemente sono le protagoniste di storie da raccontare, e che calcano la scena dall’inizio alla fine del giallo, col tocco dell’eleganza.
Solitamente i thriller di ultima generazione sono costruiti con tutti gli ingredienti che strizzano l’occhio al consumo: sfondi mozzafiato, ambientazioni patinate, bellezze sfrontate, largo uso di episodi divertenti e situazioni al limite del paradosso, donne multitasking che devono reggere sulla punta dell’indice svariati ruoli, da quello domestico (compreso l’importante ruolo di perno principale della famiglia) a quello sociale e pubblico.
Ci imbattiamo spesso in donne costantemente alla ricerca di un baricentro che stabilizzi le personalità e il ruolo sociale. Spesso si tratta di donne che cercano la realizzazione individuale ed il successo, ma non è questo il caso de ‘La figlia dell’acqua’. Qui c’è ricerca vera, e l’Autrice ha preso in mano la penna prima di tutto per scavare in se stessa, per cercare nel suo profondo le risposte, nel momento in cui il dolore non stordisce più e lascia il passo alla vita.
Come mi è capitato già di osservare, la scrittura della Sannelli è prismatica, “si snoda con leggerezza e ritmo; mirabili le descrizioni che, oltre al pregio della maestosità pittorica, diventano incredibilmente narrative e riescono, sapientemente con precisi tratteggi, non solo a ritrarre fedelmente la realtà, ma addirittura a farla parlare, coinvolgendo, così, il lettore in prima persona e inducendolo a credere di essere lui lo scopritore dei fatti, a partire da apparentemente irrilevanti agganci”, così si può osservare nelle minuziose descrizioni della città dei due mari.
Non mancano gli affondi sociali: “la scuola è un modello artificiale, con le sue regole, le sue prassi e i suoi rituali, si accende e si spegne al suono di una campanella”, o la citazione di Danilo Dolci “ciascuno cresce solo se sognato”.
La coerenza e l’abilità stilistica è godibilissima, e se ne può apprezzare la genuinità passando dal suo primo romanzo, Il dono della nuora a La figlia dell’acqua, in un’unità semantica che rappresenta la cifra della scrittrice laertina.
Di fatti, anche nel secondo romanzo vi è “grande maestria ed uso sapiente non solo delle tecniche di scrittura giallista, ma un uso esperto del climax, della modulazione del linguaggio, che, sempre molto accurato, passa, con estrema disinvoltura dai toni alti e colti, al linguaggio popolare, sfumato in colorite fioriture gergali; difatti, come nella migliore tradizione verista dei Capuana, Serao, De Roberto, Di Giacomo, Deledda, l’Autrice si avvale dell’artificio della regressione, annullando, in certi passi, le radici colte, per mettersi sullo stesso piano culturale dei personaggi”.
Un romanzo da gustare tutto d’un fiato, un buon compagno di lettura a cui auguro lunga vita.
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