Racconto di viaggio

Hegel ad Heidelberg – Una visita della città tra filosofia e inondazioni

di Alberto Dati

 

Arrivando ad Heidelberg in Germania verso la fine di agosto, sapevo che Hegel aveva qui insegnato nel biennio 1816-1818, e vi aveva pubblicato la sua Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in compendio. Sapevo anche che la città è oggi un centro universitario vivace, noto per i tanti locali e ristoranti in cui mangiare cucina tipica del Baden-Württemberg, e per il celebre castello, che incombe sulla città da un’altura. Non sapevo però dove fosse la casa in cui il professor Hegel abitò: a naso, mi sono orientato verso il centro storico, perché due secoli fa non poteva aver dimorato in luoghi lontani dall’Altstadt attuale. Con l’aiuto di Google Maps, e dopo aver fatto sostanziosa colazione in una caffetteria alla francese nei pressi della nostra gasthaus, mi incammino su Plöck, una lunga strada silenziosa che parte da Bismarck Platz e corre parallela alla principale Hauptstrasse, conducendo fino al cuore del centro storico e al Duomo. So di dover arrivare al civico 48-50, qualche centinaio di metri più in là: osservo negozi di grafica, agenzie di viaggio, lavanderie, gallerie d’arte, kneipen abbandonate, case placidamente disposte in fila ordinate e linde. L’atmosfera è silenziosa, raccolta, le biciclette sono appoggiate ai muri. I rari passanti – è mattino – mi salutano con un cenno del capo o un mezzo sorriso. Ad un tratto trovo il palazzo a tre piani, candido e moderno, risalente agli anni ’70, che fu costruito in sostituzione dell’edificio ottocentesco demolito. A ricordare la permanenza di Hegel in quella strada vi è oggi solo una targa, che appunto commemora il filosofo e la sua residenza temporanea (in realtà solo un anno, 1817-18). Mi aspettavo una statua, un busto di bronzo, qualcosa di più imponente presso cui fermarmi a meditare sullo Spirito del Mondo, ma niente. L’unica memoria che la città ha dedicato all’illustre filosofo è una targa scura incastonata in un muro bianco come la calce.

Ora, a poca distanza dalla casa scorre il Neckar, bel fiume che bagna Heidelberg e dopo qualche chilometro si unisce al Reno, e che le ha donato nel corso dei secoli la sua evidente ricchezza. Immagino che il filosofo abbia spesso passeggiato sulle sue sponde e attraversato l’Alte Brücke, il ponte vecchio che immette nel centro storico. Si sarà guardato intorno, perché ancora oggi la città è circondata da boschi bellissimi che ricoprono la valle del fiume e le alture dell’Odenwald che si vedono da tutta la città; avrà respirato a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino, prima di andare a tenere lezione in Università. I suoi biografi lo confermano, questo biennio fu uno dei più felici della sua vita e apprezzò particolarmente le bellezze della natura di questi luoghi. Io cerco di fare lo stesso, immaginando di seguire le sue orme, quando – perso nella mia rêverie – leggo su un pilastro del ponte le date delle più gravi esondazioni delle quali la città è stata vittima. Una in particolare mi colpisce: 20 ottobre 1817. Vivere su un fiume – è noto – comporta sempre dei rischi. Hegel abitava appunto nella sua casa di Plöck da qualche mese, e avrà sicuramente osservato con ansia le piogge torrenziali, il gonfiarsi delle acque, l’esondazione, i disagi in città. Me lo immagino, con la faccia lunga e il naso schiacciato ai vetri del suo appartamento, ad osservare la pioggia incessante di quei mesi, a ravvivare la candela e a rimettere mano al lavoro che andava compiendo in quel periodo, che gli avrebbe reso la cattedra a Berlino. Il vecchio ponte rimase impraticabile per più settimane, la parte bassa del centro fu allagata, il lungofiume sommerso completamente, relegando Hegel e i suoi concittadini al buio e alla noia della vita in casa.

Il fatto è che nell’aprile 1815, due anni prima, l’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia aveva provocato in tutto l’emisfero boreale quello che fu chiamato “l’anno senza estate”. Piogge abbondanti, fiumi in piena, carestie, oscuramento parziale del sole, furono per decine di mesi all’ordine del giorno: alcuni storici pensano oggi che anche le piogge che decisero la battaglia di Waterloo e la sconfitta di Napoleone in Belgio a giugno 1815 fossero dovute proprio all’esplosione del remoto vulcano indonesiano. Se quel vulcano non avesse eruttato ad aprile, Bonaparte avrebbe avuto ragione di Wellington a giugno. Per una sinapsi incontrollata, Hegel e Napoleone sono collegati nel mio cervello per mezzo di un’esplosione vulcanica in Indonesia.

Piò o meno mentre Hegel si insediava ad Heidelberg, Napoleone – suo coetaneo – si installava a Sant’Elena, luogo molto meno ospitale della colta città tedesca. Anche nell’emisfero australe le conseguenze dell’eruzione vulcanica, pur se attenuate dalla distanza, furono tali da sconvolgere il microclima dell’isola-prigione. Dalla lettura delle memorie di Las Cases e O’Meara, per i primi due anni e per tutto il 1817, emerge l’altissimo tasso di umidità e le piogge continue dell’isola. I francesi ne furono affranti e attribuirono le pessime condizioni atmosferiche alla peculiarità del clima subtropicale, ben lungi dal sapere che era un lontanissimo vulcano che aveva invece causato la sconfitta del loro sovrano e l’umidità costante della roccia infame sulla quale furono confinati fino al 1821.

Così, collegando arbitrariamente il filosofo tedesco agli esuli francesi, percorro anche io il ponte vecchio entrando dall’antica porta che immette nel centro medievale: apprendo che il ponte fu inutilmente fatto saltare dalla Wehrmacht in ritirata a marzo del 1945, e ricostruito in soli due anni. Mi aggiro col naso per aria nelle stradine che vanno animandosi, mentre – vista l’ora – i ristoratori cominciano ad offrire ai clienti fiumi di birra, vino bianco del Reno e della Mosella, salsicce bollite e cosce di maiale arrostite. Il centro è pieno di librerie e di negozi che vendono calze di tutte le fogge. Attirato da entrambi, entro in negozi surriscaldati dal clima torrido recente e mi soffermo in una bellissima libreria antiquaria su Hauptstrasse, l’Antiquariat Hathy – un’istituzione cittadina – le cui pareti sono completamente ricoperte di volumi vecchi e antichi, prime edizioni e rarità, dal pavimento al soffitto: un vero sogno che odora di pagine ingiallite e “fioriture ai bordi e al taglio”, come dicono i bibliofili. Esco trasognato da questo luogo della meraviglia e per aggiungere stordimento mi siedo con la mia compagna ad un tavolo di uno dei tanti bar che affollano le strade. Mi servono una berliner weisse mischiata con sciroppo di mirtillo e cubetti di ghiaccio, da bere con la cannuccia. La sorseggio con gusto osservando il passeggio cittadino, le biciclette, i bambini silenziosi, gli anziani che ingollano ettolitri di birra chiara e bianca, di vino e di spritz alla tedesca. Così, placidamente come il Neckar, scorriamo tra le strade del borgo antico, lunghe e allineate perché la città è come costruita su un rettilineo parallelo al corso del fiume.

Finiamo la giornata su una finta spiaggia di sabbia riportata su una sponda, in una specie di beach club teutonico nel quale nessuno degli astanti fa il bagno ma tutti siedono su sdraio colorate e salutano il sole calante ridendo e bevendo insieme. Ascoltiamo una band locale che accenna malamente cover di Amy Winehouse, poi durante l’ora blu risaliamo le sponde del fiume, un po’ infreddoliti dal brusco calo della temperatura. Ci immergiamo di nuovo nel flusso incessante di Hauptstrasse, lunga e seducente, che ci porterà altrove e che noi ci porteremo nel cuore.

Agosto 2026

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