è un poco di turbine lento di ossa
in questo orribile viavai
dove è alzato anche
un palco alla morte.
Ma io mi sento sempre spento.
Un poco di nebbia mi assale. Ed io ho amato un fiore di biancospino
nelle tue giunture, nelle tue ossa,
nelle aperte contrade. Guarda
non più di ieri; e la sagoma amata
dorme accanto ai futuri cipressi
colla giovinezza della tua gloria. Ma dimmi; e perché mi ami?
la tua giovinezza passata
e futura era una foglia
e perché da un lembo stai. Ma tanto, quel che ho amato
era la tua giovinezza scorsa
e remota come un canto
nel canto imminente della sera. (da Opere poetiche, vol. I, Lerici, Milano, 1962) Un incedere montaliano, con immagini che richiamano la terra aspra meridionale e la vita che si frantuma senza preavviso. Nel momento dei consuntivi, quando è pronta la celebrazione della fine, tutto s’annebbia e rimane la grazia della terra amata, sintetizzata nel fiore del biancospino, fragile nelle sue giunture ed accogliente. Cosa rimane di tanto amore? Un senso di appartenenza, nonchè la comprensione di aver amato una bellezza remora, presente (e noi aggiungiamo futura); un canto elegiaco che si chiude con un bellissimo decasillabo pascoliano.
