dove stormiva l’infanzia raccolta,
alla luce spaziale, rosea al volo
di mattine animate senza volto. D’uno stesso tepore che si tocchi
l’arie spirate e quella terra brulla
ove, stanco di nascere, il fanciullo
era adagiato, frutto di ginocchi. Nelle distanze d’azzurri incompresi,
aliti bianchi di bianchi paesi,
apparsi a un tratto tra le gialle dune,
come un inquieto respirar di lune. E in quel costante tepore che sale
dalla terra senz’erba né rugiade,
risentire il calore sempre eguale
e immemore, del grembo della madre. (da Celeste affanno, Libera Editrice Fiorentina, 1954) Un viaggio memoriale scritto in endecasillabi, in cui l’infanzia è un punto forte di riferimento. Nonostante la terra brulla, il paesaggio dell’infanzia è dominato metaforicamente dal bianco, dalla luce spaziale, dall’azzurro, da colori capaci di donare sinesteticamente un affetto simile a quello del grembo materno; sicchè il paese, le strade, il territorio, rimangono un’ancora esistenziale rassicurante.
