Lirismo, autobiografia e ironia in Francesco Grisi

di Sandro Marano

 

Ho conosciuto di persona lo scrittore Francesco Grisi (Vittorio Veneto, 1927 – Todi, 1999). Il cappello bianco di paglia di Firenze, il tabarro, la bianca barba francescana, il sorriso ora bonario ora ironico. E poi la conversazione fluente, intessuta di domande che calavano improvvise come un falco sulla preda e tutte convergevano, direi socraticamente, sul senso da dare alla vita: «La passione. Che cos’è la passione?». «Perché c’è l’esistente invece che il nulla?» «E posto l’esistente, perché c’è il male e non solo il bene?». Quando ci incontrava per presentare i suoi libri – di solito eravamo un piccolo cenacolo – si premurava di donarli un po’ di tempo prima agli amici che lo seguivano e che potevano intervenire, a ragion veduta, con domande, commenti o rilievi critici.

Al pari della conversazione, la sua scrittura era evocativa e carica di simboli, si avvaleva della tecnica del flusso di coscienza senza sacrificare però la chiarezza e la poesia. Si misurava con la cronaca, con la tradizione letteraria, con i ricordi. Non giungeva a conclusioni definitive, perché privilegiava la ricerca. Detto in tre parole: lirismo, autobiografia, ironia. «La scrittura» scriveva, «è una forma di preghiera nel rifiuto ironico del mondo».  Anche Pierre Drieu La Rochelle aveva scritto che la letteratura è una forma di confessione, ma senza l’ironia giocosa di Grisi. «L’unica soluzione» affermava Grisi, «è vivere nella meraviglia. E giocondamente ridere dell’esistenza».

Grisi era innamorato della vita ed era un uomo di fede: «Il pensiero che tutto sia provvidenza mi rende felice». Ma la sua fede si nutriva di dubbi, di incertezze, di interrogativi, di ipotesi in odore di eresia. Non per niente amava richiamarsi all’amato Jacopone da Todi, un cristiano del XIII secolo scomodo, ribelle, un po’ folle: «ma Jacopone era un fuoco […] aveva capito che Cristo è risorto sul serio […] per lui la morte non esisteva». Ci vuole un grano di follia. «Ma ci vuole la pazzia in mezzo ai robot, ai maxiprocessi, alla telematica. Almeno per rendersi frementi contro la violenza negli ospedali, nei tribunali, nelle carceri. Per difendere l’albero, il cielo, il paese, l’uccello, il silenzio».

Grisi disprezzava il conformismo che riteneva «il male oscuro degli intellettuali», un malvezzo che c’è sempre stato, a destra come a sinistra. E poneva una domanda che certo suona retorica: «che cosa conta una cultura che non sia polemica con il potere?»

La missione dell’intellettuale, sosteneva, è nella parola. E la parola è vita e fantasia. «La fantasia è provvidenza umana che ci libera dal male».

È difficile dire quale sia la sua opera più bella. Posso però dire quale preferisco. Ed è il breve romanzo Maria e il vecchio (1991) dove racconta l’amore e il dolore. E il viaggio. Ci sono tutte le sue domande, le sue eresie, le sue contraddizioni. La vicenda del protagonista, il professor Francesco Malaparte, che è una sorta di alter ego dello scrittore, si svolge attraverso due poli: da un lato c’è il padre morente, dall’altro c’è Maria Sedara, una giovane e bella donna, già allieva del professor Malaparte, che ha fatto la scelta del terrorismo. I nomi propri sono peraltro evocativi: Malaparte è lo pseudonimo di quello scrittore ribelle e anticonformista che fu Curzio Suckert e Sedara richiama la bellezza di Angelica nel Gattopardo. Il padre, peraltro, non è solo il padre biologico, ma rappresenta pure il passato, l’infanzia, la storia, la cronaca. E Maria? È la donna, la seduzione, la carnalità, il fascino, il mistero. «Aveva negli occhi il mare», dice nella stupenda chiusa del romanzo.

Grisi era di origini calabresi ed amava la Puglia, in particolare la valle d’Itria e la barocca Martina Franca dove l’avvocato Franco Silvestri del Sindacato Libero Scrittori organizzava spesso convegni e incontri. In uno di questi incontri mi diede, in segno di amicizia, una sua poesia dedicata a Bari. La riporto qua di seguito a conclusione di questo breve e incompleto ritratto (come poter rendere con la parola scritta il tono della voce, lo sguardo, il gesto?):

 

«Da un marino balcone ti intravedo, Bari.

Un velo sottile mi separa da te.

Il giorno scompare nel rosso tramonto.

E sei un fantasma che si intravede

in un giardino di rose crepuscolari.

Amo la tua indefinita forma così lontana.

Potresti trasformarti in un deserto o in cielo

dove gli angeli giocano con il santo Nicola

volando l’infinito con le ali colorate.

La tua storia antica non l’ho mai posseduta.

Forse non mi riguarda. Non sei terra dove

cammina la vita sicura nei sentieri conosciuti.

Quando abbracci con il tuo mare viene il peccato.

Il tuo desiderio è corruzione. Muore il fantasma.

I traffici cittadini dopo la notte. All’alba

le mani si gelano, allora, per paura.

Ti guardo. E mi accomodo con il tuo fantasma.

Deserto e cielo a Bari. Carovane promesse.

Mi perdo e ti ritrovo quando non sei più violenza.

Il sogno è l’unico amore che resta eterno.

L’altro si perde nel quotidiano che brucia.»

Lascia un commento