Fra lacrime e preghiere di Girolamo Comi

 

[…]

Del palpito segreto della terra estiva
(di una marea d’invisibili grilli coperta)
riodi tu la musica sorgiva,
come sospesa e sempre rifiorente:
gorgoglio di sorgente
continue, ininterrotte:
abbraccio al giorno di una intensa notte…

*

Una tu sei, e tutte in te comprese
l’ère della bellezza prima… Un coro
di lievità di creature accese
di palpiti boschivi d’aure d’oro…
Sapore di bontà di trasparenze

di linfe e ninfe… e il mio sangue rapito
da un moto oscuro di riconoscenze
verso un dio vago estrema ombra di un mito…

 

Oggi tutt’altra ebbrezza m’ha conquiso
nella pazienza attiva di volere
— contemplando un sol viso —
accedere alle sfere
delle creature in Dio uno e trino risorte
dalla fatale morte
di tutte le terrestri primavere…

*

Se da te m’allontano, Amore, è per raggiungere
un po’ prima che gli occhi mi s’oscurino
la fulgida sorgente
degli spiriti puri.
Se da te fuggo è perché la poesia
in noi rinasca inesauribilmente
immagine e realtà del paradiso intatto
di cui qualche bagliore è come fermo
sul ciglio di un paesaggio dell’eterno.

*

Da voluttuosi e languidi legami
presto mi scioglierò per possedere
tutto l’Amore — Amore — e rivedere
l’anima liberata dai richiami
destinati a sfiorire…

Accese di paesaggi e di giardini
intensamente lontani e vicini
saranno le stagioni di cui porto
in petto la celeste architettura
col respiro dell’anima e del corpo
ricuperati all’armonia che dura
nell’abbagliante scia
del fuoco della Croce
e della poesia […].

(da Fra lacrime e preghiera, 1966)

 

I versi di Girolamo Comi contengono una visione cristiana dell’esistenza, quasi la poesia coincide con la preghiera, presentata con un vestito estetico dalla musicalità avvolgente. Un racconto della personale esperienza religiosa, narrata con immagini accese e rutilanti e da cui emerge anche la forte memoria culturale (come in “boschiva età notturna di pascoli”, “un coro di levità”, “moto oscuro”, “m’ha conquiso”, “celeste architettura” dal sapore ora carducciano, ora d’annunziano, ora dantesco).

E ciò veniva scritto nel 1966, quando altrove si diffondeva la poesia di Nelo Risi (“Dentro la sostanza”, 1965 e seguente); Andrea Zanzotto (“La Beltà”, 1968, in cui si frantuma il linguaggio, anzi il lirismo è volontariamente superato per attribuire alla parola altri significati); Luciano Erba (“Il male minore”, 1960 e seguenti, con immagini di cronache brevi, ovvero tanti fotogrammi di una realtà sgranata e con un verso impoetico); Giovanni Giudici (“La vita in versi”, 1965, con una narrazione volutamente antilirica); Elio Pagliarani (“La ragazza Carla”, 1962); per non parlare dei poeti dell’avanguardia, Gruppo ’63, con Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, che attaccano radicalmente il linguaggio e le forme letterarie per opporsi al conformismo legato al boom economico; e  benchè quel lavoro fosse lodevole nelle intenzioni si è rivelato alla prova dei fatti intellettualistico e settario, da allontanare i lettori dalla poesia.

 

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