Atti di nascita di Claudia Di Palma, Minerva, 2021
di Cosimo RodiaAtti di nascita contiene quaranta liriche, raggruppate in cinque sezioni. Nella prima “Nessun corpo, nessuna rosa” sono contenute delle preghiere di grande afflato: «Rovisto a mani nude nel vocabolario del cielo./ Porto alla luce i diecimila nomi dell’essere/ma ogni nome ti nomina invano»; l’autrice ricerca un segno, una manifestazione dell’altissimo, e benché Egli sia davanti e dietro i nostri occhi, tra chi cerca e il Cercato vi è un distacco incolmabile; «La parola è un chiodo […] Da lì tu mi guardavi senza mai/sciogliermi, mi lasciavi ai miei giorni grossolani […] dissanguavi in croce». E ogni «giorno è una corona di spine» e finanche l’alba, anziché annunciare un nuovo giorno, annichilisce. Il limite umano probabilmente risiede nella distanza col creatore, in quanto l’uomo svanisce e si polverizza: «Allora io, polvere o pozzanghera/svanisco, mentre tu ti ergi./Sono io a perdere la carne». E nella vita sono le convenzioni a decidere un buongiorno o un addio; e lontani dalla legge si crea «disordine che non si quieta».
Anche nella seconda sezione: “La conta dei respiri” continuano le invocazioni a Dio, affinché distribuisca i suoi frutti, prodromi per accarezzare la verità del mistero: «Spazza la tua sapienza/distribuisci i tuoi numeri,/i tuoi misteri,/i frutti». Troviamo, poi, un bel cammeo narrativo dedicato a Maria, che accoglie l’eterno, è lasciata sola, sventrata, per dare alla luce l’eterno, che fattosi uomo già «inizia con un pianto la conta dei respiri»; insomma, la vita è guadagnata a fatica, venendo fuori dalla «strettoia della cervice» e attraversando deserti.
La terza sezione “Rituale dello straniamento” è la rappresentazione della solitudine, tanto che l’amore, la forma più alta di reciprocità, non origina unione feconda, ognuno rimane solo, e finanche gli amplessi si esauriscono nel mero esercizio fisico: «Infine questo incastro di corpi/ è un incastro di parole/che cercano un senso compiuto/e si accontentano di essere suono»; «Ogni istante vieni sparisci,/mentre mi accarezzi mi abbandoni»; «A volte ci amiamo per prepararci all’addio/davanti al camino che attende»; «L’amore lo lascio ai posteri./Io mi contento dello svanire,/delle rovine»; questa incomunicabilità rende infruttuosa ogni ricerca inclusiva e lo stare insieme non colma il buio; e della relazione con l’altro da sé non rimane che «il bene» di «un frammento». Il vivere è inautenticità: «La mia immagine dentro lo specchio:/una mappa amputata,/una geografia disabitata».
La quarta sezione “Ogni giorno la fine” è la riproduzione di una vita con lo stigma della disfatta: «Dovremmo puntare ogni giorno la fine», perché l’inumano ottunda la possibilità di vedere la bellezza del mondo: «Ogni migrante scampato alla guerra/è morto, e vivo nel groviglio delle onde»; l’uomo è ridotto a merce: «Un pezzo come un altro/del tutto uguale agli altri/al banco del mercato»; in questa vita dall’asfittica quotidianità manca evidentemente un senso.
L’ultima sezione “Altrove immondo” è engagée contro la dea dell’abbondanza, che origina inquinamento, plastica, immondizia: «Il tuo volto è una chiesa,/un’assemblea di detriti che cantano/la melodia delle mosche». Il mondo, dunque, è un letamaio, un’immagine evidentemente surreale, da The day after, e l’ultima lirica rapprende la denuncia dello spreco, delle sperequazioni, delle vite marginalizzate nel mondo ricco e disumano.
È un’operazione d’intarsio, di sovrapposizione tematiche, compiuta da Di Palma, la cui koinè è nell’investigazione dell’EsserCi, svolta con una poesia ricerca, elaborata, utilizzando la tecnica di passaggi stranianti, di versi ellittici del verbo, di un apparato metaforico personale, approdando ad un linguaggio originale, ad un dettato franto, spesso impoetico, ma mai parlato, quanto piuttosto espressione di laceranti conflitti (ricerca di Dio, solitudine, delirio consumistico). Siamo di fronte ad una esplorazione angosciata della storia individuale fatta di ricerche, di attese, fallimenti e ad una rappresentazione del quotidiano spersonalizzato, disumano, un quotidiano senza aura (cfr. il mondo è un immondezzaio). Nei quaranta componimenti troviamo una continua ombra d’incomunicabilità, finanche l’amore non crea ponti di comunicazione solidaristica e l’eros, pur contemplato nell’amore, diventa mera materialità. Su tutto incombe una lontananza, una sfiducia, un distacco che porta ad una vita sempre inadeguata, ad un vuoto da colmare, ad uno spaesamento.
Così, a me pare, nella silloge abbiamo una poesia centrata sull’interiorità individuale, sulla ricerca di senso personale, sulle proprie domande esistenziali, e una poesia che ha per oggetto i problemi collettivi, dando così voce concreta alle speranze e ai bisogni di tutti; una poesia plurifacce, dunque, che contiene quella parte individualistica e quella parte di dimensione corale in cui ognuno potrà rivedersi.
È interessante, l’ansia metafisica delle prime liriche del volume, che non tracciano un percorso di Salvezza, ma costituiscono una lunga preghiera, che nasce dalla consapevolezza della precarietà e della caducità della vita, ragion per cui la ricerca di Dio non elimina il pessimismo e la problematicità; allora possiamo presumere che la tensione dell’autrice garantisca la certezza della realtà (per quella che è) e il valore conseguente della scrittura poetica; ovverossia, la realtà nel suo aspetto tragico e la poesia come compito di scandaglio e possibilità di comunicazione umana col Divino, benchè la tensione religiosa non riscatti la vita inautentica, il desiderio di eterno non riscatti l’opacità del contingente (non vi è nella giovane autrice ancora un disegno provvidenziale capace di orientare i destini).
Prevale in Claudia Di Palma un’idea magmatica della contemporaneità, in cui persa ogni certezza, possono avere buon gioco l’indifferenza, l’assuefazione di fronte alle aberrazioni sociali; e per cristallizzare queste visioni, l’autrice si serve stilisticamente dell’incedere secco del verso, della paratassi, delle forme ora ellittiche ora stranianti, dell’accumulo di verbi con una modalità aspra, come se la lingua si adeguasse al presente contraddittorio, frantumato e violento.
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