Le due culture – Nel tempo della rivoluzione digitalea cura di Mirko Grasso e Mario Nanni, Edizioni Milella, 2025
di Cosimo RodiaLe due culture nel tempo della rivoluzione digitale a cura di Mirko Grasso e del compianto Mario Nanni è un importante volume collettaneo, pubblicato dalla Milella, che riflette sul rapporto tra cultura scientifica e cultura umanistica, con interventi apparsi prima sul giornale “beemagazine”, poi, per l’intuizione del prof. Carlo Alberto Augieri, diventano un volume, proprio mentre Mario ci lasciava; parlare di questo libro è indirettamente un modo per tributargli un riconoscimento umano e intellettuale. Mirko Grasso nell’introduzione si sofferma, tra le altre cose, sulla necessità di riflettere sulle due culture, ancor più quando queste due sembrano essere messe da parte proprio dal sopravanzare della tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale; sicchè ribadisce che non è solo il problema di dialogo tra le due culture ma di una necessaria integrazione tra le due sfere, per una ricomposizione della complessità intellettuale e umana, in un’epoca in cui la scienza è sotto attacco e la cultura umanistica viene vista come poco incisiva per la comprensione della realtà sempre più mutevole.
Il primo intervento di merito è del prof. Mario Capasso che è stato l’apripista per gli altri studiosi intervenuti; rifacendosi ad un pamphlet di Charles Percy Snow (1959): “Two cultures and the Scientific Revolution”, Capasso sottolinea l’attuale squilibrio tutto a favore della cultura scientifica e la necessità di un riequilibrio con la cultura umanistica, perché nel passato i due ambiti non conoscevano una distinzione, anzi era normale che un intellettuale si occupasse di tutto lo scibile. L’inizio della deriva risale al Novecento, quando si è accentuata la frammentazione dei saperi, alimentando lo specialismo e considerando gli studi classici obsoleti e inefficaci per il progresso; solo che in tal modo lo stesso progresso ha perso il progetto politico-culturale, allora, sottolinea il papirologo, è necessario un nuovo umanesimo fondato sulla necessità per l’uomo di ritrovare la sua storia e il suo futuro, nel senso di ritrovare una forma politica ed etiche del mondo, capace di reggere il peso del proprio sviluppo tecnologico e di proiettarlo nel futuro. Oggi si assiste alla cancel culture, si cancellano infatti: le statue, nel mondo americano si cancellano le discipline umanistiche, si privilegia la laurea in discipline scientifiche e tecnologiche, si considerano obsoleti i licei classici, si pensa alla eliminazione degli scritti alle prove di esame…, tutto ciò dà plasticamente la rappresentazione della deriva.
Il prof. Carlo Alberto Augieri sostiene come non sia possibile la separazione tra le due culture, la cui separazione è un arbitrio socio-culturo-logico. La distinzione crea aberrazioni e un esempio ne è la definizione di bombe intelligenti. La cultura scientifica è effetto della ratio filosofica classica, nel suo ruolo perspicace di constatare, definire, determinare le cose ed i fatti. Allora si deve tornare a parlare di multidisciplinarietà e si deve presumere il dialogo tra saperi integranti, tra culture plurali, di lingue in contatto, di sguardi contemplati nel leopardiano gesto del sedersi e mirare. Insomma, oggi come ieri, dice Augieri, il mirare con meraviglia non è il mirare oggettivato predatorio di vite, di segreti, ma è la scintilla del conoscere per interpretare.
Anche la prof.ssa Enza Biagini sottolinea l’irrazionale antagonismo tra le due culture; e la proposta è un dialogo evitando sia una svolta etica sia che la scienza si trasformi in una neutra pratica robotica; i due campi devono interagire, mettersi in una dimensione inter-dialogica come sostiene Edgar Morin, affinché scaturisca l’apprendimento della condizione umana, dell’identità terrestre, della comprensione dell’etica del genere umano, e della condizione cosmica, al fine di riappropriarsi di una ‘terra patria’.
La dott.ssa Daniela Carlà esprime l’idea che quanto più il mondo è tecnologico tanto più ha bisogno di filosofia ed etica. In effetti i confini posti dall’etica all’intelligenza artificiale, non ne compromettono lo sviluppo, solo che la orientano al servizio del miglioramento delle condizioni umane.
Per il prof. Ivano Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, siamo in un paese squilibrato, che procede per rimozioni e contrapposizioni; richiama l’art. 9 della Costituzione Italiana (“La Repubblica promuove […] la ricerca scientifica e tecnica”), che considera una prima contraddizione in termini, perché in tutta l’età classica, passando per il Medioevo, fino al Seicento le due culture non erano assolutamente in contrasto, così ricorda Lucrezio, Seneca, la Schola Palatina che prevedeva l’arte del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica); nel Seicento avviene una prima frattura con Bacone, Galileo, poi con l’età dei Lumi, benchè la prima vera distinzione si realizza alla fine dell’Ottocento/inizi del Novecento, con la nascita della macchina, della seconda rivoluzione industriale, per accentuarsi nei nostri giorni, in cui avviene la vera rottura tra il sapere umanistico e il sapere tecnico-scientifico; e annota che quella tecnica che ci ha serviti e protetti, oggi si erge a signore e profeta del tempo presente e soprattutto di quello avvenire. È la tecnica che trionfa in ogni spazio, nelle vite individuali, in quella associativa, in quella pubblica e privata, e ci consegna un duplice messaggio: l’impotenza della politica e la soggezione dell’uomo affetto dalla ‘vergogna prometeica’ (cfr. Gunther Anders); oggi la tecnica è il pensiero dominante, non ha storia, guarda sempre al presente e al futuro, s’iscrive nello spazio web, conosce i linguaggi specialistici. Chi pensa alla storia e alla cura dell’uomo? La risposta è che a Prometeo è necessario affiancare Socrate, l’inventore del dialogo, perché come dice Cacciari (proponendo la scienza dell’intero) “chi non mette in relazione con il tutto le singole parti e i frammenti dei vari saperi può dire solo mezze verità: e quindi mentire”. È il pensiero umanistico che ci abilita al pensiero lungo, intero, completo e che costituisce la trama della tradizione culturale. Bene la robotica, l’intelligenza artificiale che ci sgravano del lavoro e ci liberano tempo, diagnosticano e curano malattie, facilitano la logistica, ma al fianco bisogna dare spazio al rispetto, alla giustizia, alla felicità, alle sofferenze per creare uno Stato, una comunità umana.
Il giornalista Carlo Giacobbe riconferma come a partire dagli anni ’60, tutto è asservito al monoteismo tecnologico che penalizza gli studi classici e umanistici; il rischio è quello di non riuscire più a guidare le sfide.
Il prof. Francesco Gallo Mazzeo rileva la presenza di una ignoranza di ritorno, che disgrega la società, facendole perdere il telos condiviso; conclude che la cultura è una, il fisico senza poesia perderebbe sentimenti, emozioni, umanità, il poeta senza fisica non sarebbe che un alito di vento e le sue parole un flatus vocis.
Il prof. Franco Aurelio Meschini affronta la caduta verticale del liceo classico nelle scelte delle famiglie italiane, conseguenza del venir meno della fiducia nel valore formativo degli studi classici; una sfiducia da cui scaturiscono idee azzardate come eliminare la storia dalle prove di maturità, la semplificazione della traduzione, l’eliminazione degli scritti dagli esami di stato; una impostazione che esalterebbe la rivoluzione informatica e che, da strumento umano che porta rapidità, controlli moltiplicati, tempi accorciati della comparazione, ci allontanerebbe dalla comprensione della storia, dell’agire e del pensare.
Mario Nanni poi intervista Dacia Maraini, che sottolinea come l’ignoranza presuntuosa ha dato vita all’idea di una scuola azienda, con la preside che diventa dirigente e gli studenti prodotti da fornire alla società. La scuola non produce ma forma, e l’attuale deriva potrebbe essere la conseguenza dell’involuzione della scuola.
La prof.ssa Gabriella Sava riafferma il concetto di unicità del sapere umano, benchè nel XIX Secolo si sia avviato un processo di specializzazione delle ricerche, incrinando la visione unitaria del sapere. Una separazione già affiorata nel Settecento con gli illuministi, allorquando avevano proposto la separazione dello studio della natura da quello dell’uomo, della storia, delle istituzioni sociali. Ci aveva pensato, poi, Wilhelm Dilthey a teorizzare la separazione tra scienza della natura e scienze dello spirito. C’è stato il tentativo di Federico Enriques con la sua “Rivista di Scienza” nel 1907, a sostenere un’integrazione tra culture, principalmente per opporsi al cosiddetto particolarismo scientifico, che si diffondeva; sulla stessa linea si è mosso il Circolo di Vienna, ma a porre il problema in termini più chiari è lo scienziato inglese Charles Percy Snow con “The two cultures and the scientific revolution”, testo tradotto in Italia nel ‘64 dalla Feltrinelli, con la prefazione di Ludovico Geymonat, il cui prefatore sostiene l’incomunicabilità tra scienziati e umanisti, e la necessità di proporre non un superamento della frattura in termini nostalgici, ma una riorganizzazione degli studi per dare agli studenti il diritto di tenere aperta la mente a tutte le possibilità di strutturazione e de-strutturazione e ri-strutturazione cognitiva prospettabile da una visitazione incrociata, affidando alla storia della scienza il ruolo di ponte cognitivo (cfr. Luciano Gallino).
Seguono gli interventi dei proff. Ennio De Bellis,Beatrice Stasi, Michele Campiti, Carlo Doglioni, Antonio Leaci, Luigi Nicolais; stralci di un volume di Piergiorgio Odifreddi; della prof.ssa Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università “La Sapienza”; del prof. Fabio Pollice, già Rettore dell’Università del Salento, il quale parte dalla considerazione che non vi è alcuna contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica, che l’insostenibilità del nostro modello di sviluppo non è il risultato della cultura scientifica, ma del dominio della tecnologia. Un dominio alimentato da interessi economici, tanto pervasivo e mimetico da assumere in tempi più recenti una natura quasi autoreferenziale. Pollice sottolinea che la crisi del nostro modello di sviluppo derivi dall’abdicazione della cultura che riguarda tanto la componente umanistica contro quello scientifico e presume che questa separazione sia strumentale per indebolire entrambi, permettendo allo sviluppo tecnologico di non avere freni. L’errore è aver permesso alle leggi economiche di guidare le relazioni tra i popoli, tra i paesi, ponendo la competizione quale criterio di allocazione delle risorse; si è arrivati alla modernità con un immenso processo di sostituzione del come al perché. Il dominio della tecnologia attribuisce infatti un potere assai maggiore del possesso in sé dei beni; e il potere economico usa a proprio vantaggio la tecnologia e lo fa con modalità diverse e persuasive. Già Horkheimer e Adorno avevano denunciato i rischi insiti nella spirale del progresso tecnologico, asservito a scopi economici. Secondo i francofortesi l’uso strumentale della tecnologia sarebbe in grado di determinare nel tempo un subdolo capovolgimento del progresso in regresso, portando la ragione umana ad operare in maniera anti-razionale, anti-umana. La tecnologia è infatti padrona del presente e determina non solo i comportamenti delle persone, ma lo stesso modo di pensare, di leggere e interpretare la realtà, senza dotarla di senso e di proiezione verso il futuro. Pollice dice chiaramente che la tecnica non può essere più considerata il vero soggetto della storia; riprendendo Galimberti, afferma che la tecnica sta determinando la fine della democrazia, in quanto ci mette di fronte a problemi sui quali siamo chiamati a pronunciarci senza alcuna competenza. La tecnica non è più uno strumento nelle mani della politica, per migliorare il benessere della società, in quanto è la politica ed essere divenuta strumentale alla tecnica, giacché consente di organizzare la società in modo che, spogliata della sua capacità etica, possa alimentare e sostenere la tecnica. Allora occorre una rivoluzione teleologica, per ridefinire i fili dello stesso sviluppo, gli obiettivi che il genere umano deve porsi, riportando l’uomo all’interno della natura e risignificando la condizione e l’azione.
Seguono gli interventi del giornalista Antonio Salvati, dei proff. Carlo Storelli, Brunello Tirozzi, la bella intervista di Mario Nanni a Giuseppe De Rita, questi sottolinea che in realtà più che di due si dovrebbe parlare di tre culture: umanistica, scientifica e dell’opinione, specialmente oggi nell’era dei social; naturalmente il presidente del Censis rivendica l’importanza di quella cultura che ha espresso il valore della relazione, il valore dell’uomo per l’altro uomo e richiama Levinas per il quale il volto di Dio comincia dal volto dell’altro. Ribadisce che contro la vittoria dell’opinionismo, c’è l’antidoto della cultura classica che ha partorito la nostra Costituzione, riconoscendo i valori del lavoro, della famiglia, della persona, della solidarietà sociale, dello studio del meritevole anche se privo di mezzi.
Interviene il Cardinale Fernando Filoni, Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, che esprime il bisogno di non dimenticare che esiste una dignità dell’intelligenza e di ricordare che l’essere umano pur con la sua prevalenza nell’universo, non possiede la superiorità. Afferma che non esiste una cultura, una scienza che ne possa fare a meno, sebbene spesso si faccia uso della ricerca contro la dignità umana, la pace e il bene comune. Il progresso o è umano o non lo è; la cultura e la stessa scienza partono sempre da ciò che l’essere umano è e si esprime: ambedue tendono a ciò; e ricorda le parole di Paolo VI, al termine del Concilio, allorquando rivolgendosi agli uomini di pensiero e di scienza, esorta a cercare la verità, chiamandoli “esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia… pellegrini in marcia verso la luce”.
Infine, il premio Nobel per la fisica nel 2021, prof. Giorgio Parisi ha sottolineato quanto sia errato pensare ad una cultura superiore ad un’altra; non esiste un modo di risposta onnicomprensiva ai fenomeni; lo scienziato sottolinea che non c’è scoperta scientifica che possa sostituire la riflessione sui destini dell’umanità o l’apertura di orizzonti che solo l’arte, la storia e la filosofia possono darci. C’è bisogno di uno scambio continuo che porti un vantaggio reciproco, e il dialogo è indispensabile, specialmente adesso che dobbiamo affrontare una formidabile crisi globale, climatica e l’inquietante ricomparsa all’orizzonte della guerra mondiale e delle armi nucleari, fenomeni che non sono diretti dagli scienziati, ma da sistemi di interesse e di potere.
Un volume da cui partire per alimentare riflessioni e sviluppare una coscienza che garantisca il nostro essere nel mondo da soggetti umani e autonomi e non soggetti di consumo, ma è pure uno strumento fondamentale per gli studenti delle scuole secondarie, affinchè mettano a fuoco, con consapevolezza, le scelte personali e diventare cittadini attivi nella difesa dell’umanità padrona di sé e del proprio futuro.
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