Echi di conchiglia di Pierfranco Bruni
di Cosimo Rodia[1]Echi di conchiglia, edizioni Trimograf, 1995, è un libro di racconti, in simbiotica continuità con il precedente Barchette di carte, e un tassello ulteriore della poetica di Pierfranco Bruni.
È un libro in prosa ma per la struttura del periodo, per il tono espressivo utilizzato, è anche di poesia. Scorrendo il testo, ci si accorge che le sezioni sono tante scaglie di un tempo divenuto mitico. Ricerca di storie perdute o racconti ritrovati. E in questo recupero ci sono i temi di sempre di Bruni: Il paese, l’infanzia, la religiosità.
L’infanzia e il paese hanno solo apparentemente riferimenti concreti. Le esperienze concrete sono in realtà trasfigurate e trasformate in mito. È il mito che esprime il momento essenziale dell’animo del poeta. C’è in Bruni una tensione verso una vita più bella, che quantunque sia considerata irraggiungibile, è pure tanto vagheggiata.
Le esperienze passate, schegge di una realtà andata, si ritorcono su sé stesse per diventare la poesia del suo cuore. È attraverso il mito che contempla il fascino e l’incanto d’un sogno di vita (che non può nella realtà inverarsi). Ecco perché servono i sogni.
I flashback perdono le concrete coordinate spazio-temporali. I riferimenti a S. Lorenzo del Vallo, i nomi, gli amici…, sono ‘fatti esterni’ che riflettono i movimenti interni. È qui che nasce la poesia di Bruni e la prosa va letta come forma, quasi come categoria di scrittura.
È acquisito, oramai, che la poesia non è legata al verso. E Bruni sposa questa variabile: l’uso frequente dei capoversi, il dominio della paratassi, la sovrabbondanza degli aggettivi e delle sensazioni colorate, la tendenza alle giustapposizioni, la successione dei sostantivi, le impressioni spesso legate alla terra natia; quel lembo, quella “striscia di sole” che è “il destino dietro i monti e di là dal mare”. Quelle esperienze sono sempre metaforizzate o quasi oniricizzate.
La paratassi usata da Bruni è uno stile che, oltre a riguardare il significante, riguarda il significato. L’accesso quasi asfissiante dei periodi brevi, singhiozzati, a volte anche strozzati, è una scelta profonda, come conclusione della strutturazione del periodo, con forte aspetto connotativo del messaggio poetico (e simbolico), creando uno spazio di risonanza e di confronto, e una originale dimensione enigmatica.
In Bruni la scelta stilistico-formale e la scelta delle parole (per l’intima potenza figurata) s’incontrano e si confrontano nello spazio prosastico, configurando una sintesi di poesia antitetica nei toni: c’è nostalgia ma anche speranza.
In Echi di conchiglia ci sono almeno due gruppi di parole-chiavi: Mistero, parole, vento e Viaggio, sogno, conchiglia. Sono parole che si caricano di semantica e divengono gli snodi della poetica dell’Autore. Qui siamo nella tradizione della rivoluzione della parola-testamento, dove la memoria letteraria è presente, anche se solo per convalidare delle scelte e degli itinerari. Qui la poesia scorre con la bellezza fanciullesca e si ossigena col mito, quello che sgorga dalle recondite zone del Super-Io (Infanzia) e da un primitivo Es, affamato di risposte. In questo impasto si struttura il personale timbro di Bruni. Timbro con carattere evocativo ed epifanico.
C’è una poetica come partecipazione a un modello intimo del reale. Nel libro, la sezione “C’era una volta” è la riproposizione di fiabe, castelli, promesse infantili, principesse in attesa…, ed è una ricerca dell’infanzia sotto mentite spoglie ed anche coordinate per strutturare la realtà. La delicatezza dell’atmosfera è tale da far pensare ad una estensione del fanciullino che è in noi; o il recupero dell’umanità primigenia che è in noi. Qui la parola si trasforma in idea. Anche la concezione del tempo è tutta interiorizzata. È l’uomo al centro della realtà. Realtà ricercata con suggestioni memoriali, restituendole la dimensione del tempo proprio attraverso quest’operazione di coscienza individuale. È la memoria che permette la confluenza del passato nel presente. È la memoria pure intuitiva, di bergsoniana memoria, a dare il senso del tempo come durata.
Su queste coordinate si struttura la poesia di Bruni. Poesia anche nella prosa. Quando sulla pagina essa si stende non per descrivere ma per rammemorare, diviene poesia, in aggiunta l’autore si lascia condizionare dalla memoria metrica, che origina la musicalità di alcune pagine. Un esempio per tutti: “Ci sono bimbi che s’incrociano tra i vicoli e si raccontano segreti. Vorrei catturare un loro segreto, ma sono voli di rondini nella fuga del tempo”.
Perché è musicale questo passo? Perché Bruni è amante di Gozzano e d’Annunzio. Il primo ha scritto col doppio novenario; il secondo ha usato il verso lungo di settenari più quinari. Ebbene, nel passo riportato, sino al primo punto fermo troviamo due novenari e un quinario. Poi, c’è un endecasillabo, infine, un novenario e un settenario. Bruni ha dentro anche la tradizione. Fatto formale, ma come dicevo, la scelta stilistica con quella della parola s’incontrano e configurano la peculiarità di una poesia che è poesia di ricerca sul suo e sul nostro Destino.
[1] Archivio. Recensione del 1995.
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