La poesia icastica di Alfonso Gatto – Confronto con alcuni temi della pittura figurativa europea d’avanguardia

di Patrizia Gnarra

 

Inizio con un aneddoto memorabile e divertente insieme, che risale ai primi anni di Università a Parma, dove un ispirato professore di Letteratura italiana, Marzio Pieri, interrogava noi studenti sulla poesia di Alfonso Gatto.

Il docente lo introduceva così: “Se vi dico Alfonso Gatto, voi mi risponderete “Miaoo”, e io vi dico che era un grande poeta”.

La fortuna della poetica di Alfonso Gatto era lì riassunta in una battuta arguta, gustosa da un eminente e appassionato frequentatore di letteratura italiana, certamente “in tono” con la vicenda lirica gioiosa e giocosa del Gatto.

Qualche elemento della biografia.

Il poeta salernitano con origini calabresi nasceva dunque a Salerno, città di mare sfrontata nei suoi accostamenti architettonici, stilistici, e pure dotata di una grazia severa. Essa è un coacervo d’arte aulica e popolare, esotica e locale, un esempio di integrazione culturale che puoi leggere nei visi dei suoi abitanti e visitatori, o tra i banchi di un suggestivo mercato pullulante di vita.

In breve, le tappe fondamentali della sua vita.

Il periodo milanese con la pubblicazione delle prime poesie (anni’30); il trasferimento a Firenze e la direzione della rivista letteraria “Campo di Marte” (Vallecchi); la partecipazione alla resistenza e l’iscrizione al partito comunista italiano, da cui si defila nel 1951, in forte polemica. Muore nel 1976 nei pressi di Grosseto a causa di un incidente stradale.

Percepito come esponente quasi secondario del movimento dell’Ermetismo italiano, quel movimento letterario che ebbe come massimi rappresentati Montale, Ungaretti e Quasimodo, a ben vedere il contributo di Gatto alla poesia del Novecento si colloca marcatamente fuori dagli schemi, fuori dal canone definitivo e rassicurante.

A ciò si aggiunga che, pur affondando le proprie radici nel materialismo idilliaco di Leopardi e nel simbolismo pascoliano, la sua opera poetica è una epifania tra vita e sogno che sconfina nel campo delle arti figurative d’avanguardia di ambito europeo. È d’obbligo ricordare che Gatto è stato anche un prolifico giornalista di cronache d’arte e artista nella seconda parte della sua vita. Dalle arti figurative desume le composizioni post-impressioniste e la gaiezza dei colori, ove le fattezze umane si sciolgono partecipando ai lineamenti di un paesaggio anch’esso scarnificato.

Matisse e Munch sono i maestri indiscussi del pittore-poeta, e come tali vengono interrogati sui temi della vita, dell’amore e della morte. In particolare, La danza di Matisse è il manifesto di una ricerca del sé che si ricongiunge con il naturale, il primigenio, non priva di quegli elementi  giocosi tipici del mondo infantile, quali il girotondo ( si veda anche l’opera “La gioia di vivere”) e al contempo il teatro disordinato dello scatenarsi delle forze della natura.

Se si rileggono poi le poesie Poesia d’amore e Sogno d’estate si ha l’impressione di una danza di potenza immaginifica, intrisa di musicalità, tessuta su colori e assonanze, così fitta: “Le grandi notti d’estate… oltre il chiaro/ filtro dei baci, il tuo volto/ un sogno nelle mie mani”. Chiari echi delle pitture di Munch troviamo in questi versi che hanno per oggetto il bacio di amanti frementi in un paesaggio apparentemente idilliaco.

E nello stesso paesaggio strasfigurato dal poeta Gatto vivono figure tratteggiate, incise nella cara memoria del poeta stesso: “Lontana come i tuoi occhi/ tu sei venuta dal mare/ dal vento che pare l’anima”.

Il verso è lo spazio contratto, il segmento di visioni ed esperienze che si annodano, succedono in una modalità prevalentemente paratattica: “Tu vivi allora, tu vivi/ il sogno ch’esisti è vero./ Da quando t’ho cercata… E il bacio che cerco è l’anima”; diventando così unità di misura di un affresco o bassorilievo “naturale” di cose, uomini e parole.

La ripetizione monotona di parole semplici, i contrasti vividi, il disvelamento finale di una profondità che è l’anima fanno di questo testo un girotondo o cantilena dalla struttura complessa e finemente tessuta.

Sostenute ancora una volta dall’andamento paratattico, la ripetizione costituita dall’anafora e l’uso della rima (anche nello stesso verso) si ritrovano nel componimento Sogno d’estate: 

Trapeli un po’ di verde/ il limone, il sifone,/ il piccolo portone/ della pensione,/ trapeli il blu,/ anche tu/ vestita col tuo nudo rosa,/ ogni cosa amorosa./ Amore è amore/ liscio alla sua foce./ Un’alpe zuccherina,/ l’amore è brina./ Che sogno averti vicina/ notturna, fresca, sottovoce.

 È la parola che si chiarifica nell’intreccio, che incide come cantilena e per questo icastica, nel fissare forme e colori in un impasto meraviglioso, insuperato, tanto più aperto a molteplici definizioni, che però non sono mai risolutive, perché gongolanti tra il sogno e l’esperienza, l’incanto del desiderio e il distacco dal certo.

A buon titolo, l’opera del poeta-pittore s’inserisce in una compagine europea, opera data nell’incisività delle immagini-parole, quest’ultime icone, al tempo stesso, soggette al dileguarsi nell’indistinto universale, in un’eterna danza di elementi o similmente in un giocoso girotondo.

Si finisce con una citazione calzante di Pablo Picasso: “Ho imparato a dipingere come Raffaello; adesso devo imparare a disegnare come un bambino”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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