Invelle
Regia: Simone Massi
Con la partecipazione di: M. Baliani, A. Celestini, M. Cuticchio, L. Lo Cascio, N. Marcorè, G. Marini, A. Massi, G. Massi, T. Servillo, F. Timi. Italia, Svizzera, 2023
di Italo Spada
Una curiosità: perché Simone Massi, regista e illustratore, ha scelto questo titolo per la sua opera prima di lungometraggio animato, premio Carlo Lizzani a Venezia 2023?
È noto quanto, a volte, sia complicato decidere come presentare ad estranei ciò che abbiamo scritto. Che sia racconto, fiaba, romanzo, canzone, poesia, film, o altro non riusciamo facilmente a prendere una decisione: è meglio riassumere, incuriosire, affascinare, indirizzare, convincere?
In dialetto marchigiano, Invelle significa “In nessun posto”. Sarebbe lecito, pertanto, chiedere all’autore: in che senso? Come precisazione che si tratta solo di un film dove vediamo cose che non accadono in nessun posto? Come invito a evitare errori e a rifiutare la violenza? Oppure, come augurio di non vedere in nessun posto quello che ci viene raccontato?
Ma che cosa ci viene narrato?
C’era una volta…
C’era un cinema orale. Piccola sala con braciere nelle fredde serate invernali, fresco cortile nelle calde serate estive; un solo regista, attore, proiezionista che si chiamava nonno/a; schermo personalizzato, spettatori non paganti e sogni ad occhi aperti.
I film? Racconti come quelli intrecciati in questo Invelle. Fiabe solo in apparenza; in realtà, storie d’Italia finalizzate a scolpire in chi guarda lezioni di vita impartite da una maestra che si chiama Storia. È lo stesso regista a precisare che si tratta di «un non luogo da cui la Storia con la maiuscola ha preso e preteso tutto quello che voleva e poteva. In cambio abbiamo avuto le storie con la minuscola, quelle che o le tramandi a voce, oppure si perdono…».
Storie da lasciare in eredità come quelle dei tre bambini protagonisti (Zelinda, Assunta e Icaro) che, in tre diversi anni (1918, 1943 e 1978), vivono lo stesso incubo (la violenza) e desiderano la stessa cosa (vivere in pace).
Ma conosciamoli meglio.
Zelinda vive in campagna. Orfana di madre, con suo padre impegnato nelle operazioni belliche del primo conflitto mondiale, i fratellini da sfamare, la stalla e le bestie da accudire, non ha tempo per assaporare la sua infanzia. Il mondo, quel mondo di distruzione e di morte che la circonda, non è fatto per lei e non le resta altro che cercare e trovare rifugio nella fantasia. Quando, alla fiera del paese, rivede i suoi genitori, non capisce se si tratta di una illusione, se sono loro che sono venuti a trovarla, o se è lei che li ha raggiunti nell’aldilà. Eppure, tanto le basta per illuminarle il volto.
Un sottile file rouge lega Zelinda ad Assunta, altra contadinella che, pur stentando a rimanere in equilibrio con l’unico piede che le è rimasto, non smette di guardare il cielo. Vorrebbe indossare il vestito colorato che ha pazientemente cucito, ma non le è permesso. I tempi sono bui e, per coronare il suo sogno, deve aspettare la fine della violenza nazista e della Seconda guerra mondiale. Solo allora riuscirà a respirare un po’ di pace, ma è passato troppo tempo e lei non è più una bambina.
Anche Icaro, il terzo bimbo contadino, vorrebbe (nomen omen) spiccare il volo ed evadere dagli anni di piombo in cui vive. La follia, ora, si chiama Brigate Rosse, gli attentati si susseguono, l’onorevole Aldo Moro viene sequestrato e ucciso, la sua scorta trucidata. Troppo sangue e Icaro ripiomba nel labirinto dei suoi sogni.
Accantonate le riserve di chi è abituato a porsi troppe domande sul come si raccontano le storie, focalizziamo l’attenzione su quello che ci viene raccontato. Più dei dialoghi, Simone Massi si serve del linguaggio delle immagini, definito da Chaplin “arte del silenzio”, per invitarci a riflettere. Lo fa con 40.000 disegni ricalcati da riprese dal vero e animati a mano con la tecnica di stop motion, affidando a voci di adulti commenti che si chiamano filastrocche, ninne nanne, storie cantate, lettere, brani di Pavese e di Garcia Lorca…
Impossibile vedere questo film e non pensare che le vicende di Assunta, Zelinda e Icaro non sono fiabe, ma lezioni di una saggia Maestra. Troppi asini (con tante scuse a quelli con quattro zampe) popolano le aule dove si decidono i destini di innocenti. A troppi bambini e in troppe aree del mondo viene negata l’infanzia. Per questo, non sarebbe stato fuori luogo se Simone Massi avesse concluso il suo film con un’altra animazione: la Maestra che lascia la cattedra e bacchetta chi non ha ancora capito che guerra e violenza non portano da nessuna parte.
Un film noir con qualche baluginio di luce che richiama Schindler’s list di Spielberg. I particolari colorati che, a tratti, squarciano il grigiore delle inquadrature fanno pensare alla bambina dal cappottino rosso che si aggirava nel ghetto di Varsavia che, a suo tempo (1993), fu vista come ambasciatrice del messaggio del regista: non perdere mai la speranza.
Un film didattico che la Maestra Storia, in un periodo come quello che stiamo attraversando, potrebbe utilizzare come fece a suo tempo Esopo, con Il leone va alla guerra. Vale la pena rileggere quella favola per capire che, oggi come ieri, i potenti, quando dichiarano guerra, non si servono solo di elefanti, volpi e orsi, ma anche di asini «perché hanno una voce più forte degli altri e sono un’ottima tromba per chiamare a raccolta i soldati.»
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