Paese del vento di Piefranco Bruni, Pellegrini editore, 2002

di Cosimo Rodia

 

È in libreria la terza edizione del romanzo Paese del vento di Piefranco Bruni, Pellegrino editore, con i prefatori Stefano Zecchi e Pio Rasulo. L’estetologo milanese nella prefazione scrive: “È una storia d’amore tra Isa e Diego”, ma non è solo questo. Direi che Paese nel vento è una tessera di Bruni scrittore; tutta la sua produzione, in verità, è come fosse un unico libro, arricchito, di tanto in tanto, di temi e situazioni. Paese del vento è un romanzo in cui l’autore riconferma l’autenticità narrativa e i temi a lui cari. Ha una fabula diaristica e intrecci che sono stilettate.

Ci sono personaggi (Isa, Diego, il francescano, Serenella, Palma…), le situazioni narrate (la casa del porto, il viaggio, Madrid, lo Ionio…) e tutti soggiacciono a una mediazione simbolica ed evocatrice. Simboli che riscattano sul piano dello stile il malessere quotidiano, le domande esistenziali, il nulla heideggeriano.

La vicenda o le vicende hanno molteplici intrecci e tutti basati sull’aspetto fantastico. Per Bruni è fondamentale lo stile, il ritmo, quindi la tecnica narrativa. I personaggi credo siano strumenti per costruire un ritmo entro cui configurare i simboli della realtà; sono un mezzo e non un fine. I personaggi non hanno la centralità; non sono i catalizzatori della narrazione. Centrale è il tempo del rammemoramento, delle situazioni riscoperte e proiettate in uno spazio mitico.

Tutto si inquadra in un clima simbolico. Serenella e Palma sono simboli della giovinezza; le storie d’amore, gli amplessi sono simboli della vis della vita, dell’energia vitale (forse della potenza della riproduzione quale atto naturale per opporsi alla morte).

E poi è un libro religioso. Non solo per il francescano o per i passi di salmi e vangeli letti lungo il viaggio o in treno dai tre uomini. È nella ricerca del senso antico della vita che risiede la religiosità di Bruni. La parola deve descrivere un rito, un fatto dimenticato o misterioso. La parola deve echeggiare ed evocare. E in questo libro, c’è più l’insistenza sulla parola che sulla struttura del romanzo.

Che Bruni sia un narratore lirico lo si evince pure dallo stile nervoso, a scatti, paratattico. C’è un continuo travaso tra poesia e prosa: sono due giare attigue che contengono lo stesso nettare. E il travaso è fatto una volta nell’una e una volta nell’altra. Ma il disegno letterario è lo stesso. I fatti, le situazioni, i temi raccontati in prosa restano ancora e sempre quelli della poesia. Solo proiettati su uno schermo più ampio e il rapporto fantastico fra le immagini si sviluppa in un contrasto in cui il linguaggio si distende per dare consistenza alla narrazione, per contro alla essenzialità della poesia.

Certo il fantastico cui approda l’autore ha sempre come punto di partenza un dato reale, che deriva dall’esperienza personale. In questa maniera il trascorso acquisisce la forza rappresentativa e nasce il simbolo. È col simbolo che Bruni tende ad addentrarsi nell’ambito ancestrale e primordiale della sua storia e/o della Storia.

La realtà simbolica vuole andare al di là del quotidiano e rappresentare l’autenticità della vita, riscattandola da quella comune. Ecco, allora, sciorinate nel libro le metafore, che cercano, smuovono, indagano.

Già dalle prime pagine emergono le paure, le frustrazioni, le solitudini della vita. E la madre delle angosce è avvedersi del passaggio delle stagioni, delle rughe solcare il viso. La causa dell’indagine spesso è avvedersi del passaggio dell’invecchiare. Penso al bellissimo sogno-racconto della Dea e del Pastore. La Dea non riuscendo a provocare il pastore perché fosse posseduta, dice: “Vieni all’ombra dell’oliveto a intrecciare i destini… Nessuno ti saprà difendere… I mortali non hanno salvezza”; la vita è con la morte. La morte. Ma prima che arrivi, il tempo corrompe i corpi, forma rughe, taglia la vista, secca le labbra. La tragedia è scritta. Allora, c’è il valore del simbolo che chiarisce i punti d’ombra e poi quel senso religioso, che pur non detto, è la salvezza alla nullificazione.

C’è nello stile un atteggiamento continuo alla confessione. La levità delle parole, il tono dimesso è un modo per cercare se stesso. È nella letteratura che si scrive il senso della vita. Bruni tiene in bilico la letteratura sulla vita. E la vita in bilico sulla letteratura. Pavese ha scritto: “Vivere senza scrivere non vivo”. Anche per Bruni la letteratura è vita.

Infine, Paese del vento è un libro anche di poesia, con forti sfumature musicali. Il linguaggio non è mai impacciato, anche nei passi più descrittivi. E la poeticità la si coglie sia nell’uso misurato di parole allusive: conchiglia, battigia…, o di sintagmi come: occhi di fuoco, sorriso di madreperla, aliti di stagioni, vento di sospiri.

Trascrivo un passo del romanzo in cui diventa superfluo rilevare le assonanze interne, le iterazioni, la punteggiatura che permettono a Bruni di ottenere una fluenza e un ritmo martellante e un’efficacia, direi metrica, eclissando lo scoglio della rima: “Giovinezza. Giovinezza. Primavere di bellezza. Partirò. Ma forse sono già nel deserto. Raggiungimi se vuoi. Potremo fare l’amore nel deserto. Senza luna e il vento sarà vento di deserto … So che verrai… quando l’aurora sarà dipinta sul mio volto… Ti raccoglierò nel mio silenzio e nel mio sorriso”.

È un libro che va letto lentamente e meditato, sono certo che stimolerà nel lettore interrogativi e riflessioni. E sarà già tantissimo.

 

Archivio. Recensione del 2002.

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