Lo Specchio della mente di Dante Maffia, Crocetti editore, 1999[1]

di Cosimo Rodia

 

Lo Specchio della mente di Dante Maffia è libro coraggioso, in versi tendenzialmente prosastici, in cui non vi sono preoccupazioni metriche, ma il linguaggio è carico di tanta potenza evocativa proprio della migliore lirica.

Un libro ardito. Ci sono trentaquattro personaggi di tre luoghi diversi del sud Italia: Aversa, Bisceglie, Girafalco, i cui protagonisti hanno in comune la follia; e sarebbero tutti soggetti da internare se non fossa sopraggiunta la legge 190, che aboliva i manicomi.

Tante immagini, tanti racconti, tante vite, tanti sogni disturbati dalla pazzia (Giovanni: «C’è un disegno di Dio/predisposto per la mente umana?/ La mia è piena di ghirigori/si muove/in trepidazioni che s’accumulano/nelle giunture»; Adelaide: «Poi nel buio ho scoperto/che i morti tornavano insidiando/ silenziosi le mie costole/giocandosi a dadi il mio corpo»; Grazia: «Nasceva da me/da un punto imprecisato del mio corpo/ una musica che mi pareva estranea /e sconosciuta ma poi diventava/ un ricordo, la memoria di un viaggio»).

Ma il mosaico di voci contiene una unità, che risiede nella possibilità di riscontrare il destino complessivo dell’uomo, il flusso dell’esistenza nei suoi vari aspetti.

Nelle trentaquattro storie, Maffei mi sembra che presenti con coraggio tante esperienze autonome, un campionario della commedia umana, quasi come a mostrare, attraverso i casi esemplari, una visione completa dell’esperienza umana o della vita tout court.

Ogni personaggio è un frammento di vita, un’esperienza esemplare, una prova della varietà e complessità del vivere.

Figure vere, insomma. Il poeta è come se sia sceso nei meandri della mente di ognuno, e con raffinata attitudine abbia scoperto le ragioni, le tendenze, gli istinti, il corso delle esperienze deviate.

Scrive Nelo Risi nella prefazione che ci troviamo di fronte a storie di miseria; ci aggiungerei a storie tragiche, forse di tanti Icaro, soffocati dalla natura, dal destino, dal divenire. (Ettore: «Nel pomeriggio entravo nel fiume/mi lavavo coglievo un ramo di ginestra/mordevo una mela cantavo/fino a che troppo calore troppa luce/ si sono beffati impossessati/ della mia carne»; Franco: «M’è rimasto un desiderio/ che batte batte smania vuole/ prima o poi… Andare sul marciapiede/ di fronte alla sua casa/ mettermi a ballare e tutti ad affacciarsi»; Agnese: «Perché mi trovo qui?/Per il mio desiderio/che non ho mai attuato»). Sono evidentemente destini di solitudine, di disperazione e di frustrazione.

Attraverso il linguaggio intensissimo Dante Maffia dà corpo ai sogni dei pazzi, importanti per la risonanza che acquistano nella visione del poeta e nell’immaginazione di chi legge.

Il linguaggio per queste ragioni è altamente allusivo; le sensazioni sono assaporate nei misteriosi valori esistenziali. Qual è il deficit riscontrabile nella sequela dei personaggi proposti da Mafia? L’incapacità di alzare il velo della realtà, per cercare qualcosa di che fonda positivamente la vita, capace di connotarla in questo spazio irrazionale e confuso.

Perché poi tante storie di uomini persi dietro filamenti e ghirigori dell’immaginazione? Forse per dare indirettamente l’allegoria della vita e presentarla come prigione, come agone entro cui le vite son soggiogate (soffocate) dalla storia, dal destino o dai destini. Nicola: «Il mondo/ignora me e te,/ siamo fuscelli, che gliene importa/ a ginestre palazzi fiumicello/ e ascensori e viali della nostra/ carne infetta di questo fluire che/ avanza inedito anonimo e straripa/ in noi senza che possiamo/ difenderci da nulla?».

Una combinazione di vite su un sostrato magmatico, fatto di un continuo interscambio tra quinte e ribalta.

Ad uno sguardo da lontano, gli accostamenti originano una linea importante che è esistenziale ed impegnata. In entrambi i casi, una visione in cui l’uomo è estraneo al grande movimento dell’esistenza. Certezza che crea insicurezza e de-potenzia il progetto di vita. Ecco come sono leggibili gli incubi, i sogni aberranti, le immaginazioni lugubri. A questo punto il poeta è testimone, ma anche giudice di una società e di una vita bizzarra e contraddittoria.

Quindi oltre a storie di emarginati e di miseria umana, direi che troviamo anche la voce di uomini schiacciati dalla vita, dalla sua forza incommensurabile e titanica, contro cui s’infrange ogni volontà. (Lucia: «Tesa a perfezionare il mondo, a distrarlo/dal suo garbuglio dalle maledizioni/ dalle troppe contaminazioni, restavo ore e ore/ alla finestra a progettare/ gli incastri: le erbacce da diserbare, ogni cosa/al suo posto il traffico silenzioso incanalato/ le sveglie degli uffici a perfezionare»).

La scrittura è variegata; a momenti di dolce rammemoramento si alternano immagini surreali; a una narrazione distesa, si alternano punte aguzze di immagini spinose e taglienti. Due aspetti contrari che si legano vicendevolmente e come cerchi in uno stagno si allargano e comprendono tutte le ansie dell’uomo.

Tante storie di folli, dunque, attraverso cui il poeta ci lascia dell’amaro e ci fa meditare. La follia. E se fosse una strategia di difesa dell’uomo dal dolore e dal male? Una malattia-escamotage per non sprofondare nel nulla? A noi il compito di scoprirlo.

Archivio, Carosino 2000.

[1] Nota pubblicata su “Meridiano Sud” di Bari, dicembre 2000.

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