E dopo vennero i sogni di Pierfranco Bruni, Il Coscile editrice, 2000

di Cosimo Rodia

 

E dopo vennero i sogni è il nuovo romanzo di Piefranco Bruni. Un testo di narrativa che contiene un’ambivalenza: è in continuità con la passata produzione dell’autore per alcuni nuclei tematici reiterati e intorno ai quali si distende una prosa molto prossima alla poesia; è in discontinuità con la precedente produzione, per i temi di denuncia politico-sociale. L’autore appunta i trasformismi, i fuggi fuggi verso postazioni che garantiscono un posto al sole, in barba alla coerenza e alla moralità.

Anche lo stile è nuovo, infarcito di ironia, di affabulazione fantastica, di allegorie.

C’è nel libro una mistura di viaggio nella memoria, avventura, descrizione di paesi strani e misteriosi, ricordi d’amore e di giovinezza. La narrazione si libera su un sostrato di magia, spesso strumentale per affrontare argomenti a sfondo didascalico.

Si susseguono racconti liberi e genuini con uno stile prezioso. I periodi di Bruni, essenzialmente paratattici, si snodano con cadenze fisse, impreziositi dall’uso assai abile di molte figure retoriche. Un virtuoso dello stile, quindi, probabilmente perchè l’autore pensa che la letteratura debba occupare il primo posto nella stima degli uomini.

Il libro è il viaggio dell’autore in luoghi reali (Oria, Taranto, Pollino, Matera…) e immaginari in compagnia dei suoi due figli, la giovane Micol, che ha curato la metafisica immagine di copertina, e il piccolo Virgilio, curatore dei disegni nel testo, che profondono tanta dolcezza, quanto dolce è il suo visino cesellato nel caschetto di capelli corvini.

E il viaggio e le visite narrati dai tre protagonisti, spesso sono un pretesto, non tanto  per un diario, quanto per innescare una riflessione sul tempo.

Ne Il castello di Oria, il  testo recita: “La fantasia non si ricostruisce. Diventa sogno. E le voci di quel tempo  sono antiche e nessuno le riascolterà. Ma il castello è lì, nella memoria che continua”.

In altri racconti, paese e castello creano un binomio che origina mistero e magia. È il castello il simbolo che scatena nel fanciullo congetture fantastiche; è nel castello che immagina di correre, fare incontri straordinari, compiere gesti eroici, quasi esorcizzando quel luogo che incute timore.

E nel parlarne, Bruni soddisfa intenzionalmente due aspetti: alimenta la fantasia in chi  legge e rende familiare il bene culturale.

Non mancano storie appese ai ricordi che fanno affìorare i sentimenti forti dell’uomo: la morte, la vita come transito, l’innamoramento.

È certamente un libro che avvicina giovani e meno giovani al valore dei simboli, a confrontarsi con essi. Un modo, probabilmente, che apre la strada alla religiosità che è alla base della vita e delle cose.

Certo non è un libro da leggere come divertissement, perché è una lettura introspettiva  e di contenuti. E Bruni ne è consapevole, tanto che parlando al piccolo Virgilio, dice: “Non so se riuscirai a capire queste parole ma io te le dico ugualmente. Ci sarà un tempo che le cercherai…”.

Un programma educativo importante che semplificherei così: è fondamentale presentare sentimenti e contenuti anche a chi non ha gli strumenti per capire, perché in ogni caso parlare è sempre una semina; e la semina alimenta la speranza che almeno un seme alla fine attecchisca.

Ci sono lunghe pagine dedicate ai racconti fantastici. La fiaba La città dei segreti è vicina a quella classica. Barbanulla è capace di nascondere i segreti delle malelingue; quasi un mito che regala spiegazioni. E la città dei segreti è molto simile al paese dei balocchi di collodiana memoria, cioè a quell’ambito in cui l’Es può liberarsi senza freni inibitori.

Ci sono fiabe, come La favola impazzita, tipologicamente postmoderne per le peculiarità di intrecciare la storia con la realtà, interloquire con il lettore, l’interscambio di passato e presente.

Ci sono favole, come L ‘uccello mangia colori, che appalesano un’ascendenza da Fedro, specialmente per il carico di moralità. Qui sono illustrati icasticamente valori morali, utilizzando la figura dell’ironia; ovvero, esprimere un concetto col suo contrario, tanto da rendere indiretto lo scopo educativo.

È evidente, per esempio, che gli animali menzionati allegorizzano il mondo dei nostri giorni, fatto di tradimenti, di arrampicatori, di fannulloni. È la realtà la parte essenziale della metafora; quindi, l’intento prioritario, non è di espungerla, ma di ergerla al centro della simbolizzazione e rappresentarla nelle sue sfaccettature. Direi, che l’atmosfera e lo spirito delle favole risentono dell’amarezza originata da esperienze negative dell’autore; e con abilità Bruni ci fornisce un documento per capire la società dei nostri giorni e il disagio spirituale in cui tanta parte degli uomini versa.

E così dopo la poesia, la prosa lirica, la saggistica-narrativa, Bruni approda alla fiaba. Ma è evidente che i suoi intenti non cambiano. Anche con la fiaba, si riconferma il fine di tracciare una strada fatta di recupero della memoria. Muovendosi tra ironia, sillogismi, non sense, periodi sospesi, affabulazione aperta (perché potrebbe non finire mai), Bruni ha la forza di tracciare una via di ricerca e di meditazione con una forte valenza umana e esistenziale.

 

Archivio. Recensione del 2000

 

 

 

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