L’orlo del bicchiere di Pasquale Martiniello, Editrice Ferraro, 1997
di Cosimo Rodia
Pasquale Martiniello[1] scrive poesie proponendosi con carica lirica, morale, rivoluzionaria. Carica presente anche nella sua ultima raccolta L’orlo del bicchiere, prefata da Francesco D’Episcopo, dell’Università di Napoli.
Martiniello ha carica etica quando grida, nei suoi versi meno musicali, il deserto dell’uomo contemporaneo. È rivoluzionario quando, nel fronteggiare l’odierna realtà di disancorati, ripropone una gioia sottile rammemorando una civiltà che aveva i suoi ritorni in termini di fede, valori e gerarchia. L’orlo del bicchiere sono liriche con un afflato e con un raptus scritte da un uomo vero. La poesia espressa è la voce non di un naufrago scampato alla morte, ma è la voce che tutti possono sentire riverberare dentro di sè. Il paese, la famiglia, le vie, i lavori agricoli divengono il centro da cui s’irradiano i significati e costituiscono un microcosmo di affetti, di vita, di segreti. Un microcosmo quale punto d’equilibrio e di confronto con la realtà. La civiltà contadina è un grumo di radici, ma anche fonte d’emozione e d’esistenza. Il paese, l’infanzia, i campi sono i cardini di un mondo che certo non era facile (si consumavano tragedie), ma era pure il mondo della magia. Quella di Martiniello è poesia di emozioni e di cultura. È poesia del rammemoramento, ma essa è pure concepita da chi, respirando in quel mondo duro e magico, ha acquisito gli strumenti intellettuali per leggerlo in modo analitico e riflettere sulla vita, sull’uomo, sul sud.
La visione di Martiniello è di guardare alla poesia (e lo si evince dall’accento che usa) come strada capace d’innescare un processo di rinascita del Sud; il prof. D’Episcopo nell’introduzione parla di sfida alla Babele delle lingue e dei cuori.
Forse, qui, va colta anche la dimensione epica della poesia di Martiniello che dai Canti della memoria passa a L’orlo del bicchiere. I versi del poeta irpino sono dei lampi di madreperla che irradiano luce su una tragedia che non è individuale, ma di un popolo intero.
Canta la sua terra, l’Irpinia, con un senso di totale religiosa dedizione. Sullo sfondo della sua epica (moderna) c’è la campagna arida su cui si versa sangue e sudore, punteggiata da asini, passeri, mucche. Eppure era un mondo di affetti finissimi, in cui centrale era l’amore, la grande forza che significava la vita e faceva vincere le difficoltà quotidiane.
Da rivoluzionario, l’autore combatte il mondo d’oggi e recupera miticamente il passato impregnato di primitiva religiosità, quale modo per fronteggiare l’anomia. La lirica Ho bevuto è un testamento; denota il passaggio del testimone già avvenuto. Prima non c’erano vizi, non c’erano giovani cagionevoli. Oggi a tutti si arrossano le mani. Prima, la generosità della terra che riempiva le stive effondeva sicurezza. Oggi più nessuno conosce il digiuno e il lavoro manuale. Prima la natura era religiosamente rispettata, più che la sposa, e di ogni frutto era ringraziato il Signore per il dono ricevuto, perché era un Segno o una preghiera esaudita. Oggi più nessuno alza gli inni al Signore. Ecco il confronto chiaro, lapidario, secco e senza via d’uscita. L’anomia è dilagata, sono saltati gli argini. È qui che Martiniello sprigiona la sua carica rivoluzionaria, con una forte spinta morale, perché il suo è un grido di denuncia; un grido sostenuto da tutta la forza che gli viene dalla certezza del passato, quando la vita conosceva la circolarità. E, poi, c’era la grande forza dell’attesa.
Martiniello partecipa a due mondi: all’antico, fatto di lavoro, di stenti, di attese e a quello moderno in cui conta la quantità e l’apparire. Il poeta dall’alto della sua sensibilità rifiuta il secondo, perché il primo pur con ferite da fuoco è sempre un mondo con riferimenti certi e condivisi. Ecco la dolcezza dei canti antichi: Il sonno nato dalle fatiche apriva vie / di sogni a nidi di angeli con spade di vento.
Quando la vita ha tempi prestabiliti, ogni cosa scorre secondo il flusso naturale. La vita contadina aveva coordinate accettate e non si conoscevano le lusinghe di falsi irenisti, di pseudi paradisi, di bellezze di plastica. Qui i versi sono testimonianza di un mondo granitico che non conosceva l’esterna interferenza virtuale che ricrea le menti, che sradica le appartenenze, mortifica l’immaginazione.
I versi declamano, invece, il caldo buono del focolare, il camino da caricare, il piacere di un giusto bicchiere di vino, benchè il poeta sia consapevole della distanza di quel mondo: un mondo di immagini, la cui lontananza ci ha già impoveriti al punto che sono gusci di cicale le parole.
È lapalissiana la solitudine dell’uomo moderno, espressa dal poeta irpino a volte con un’acre definizione delle cose, tal altre dipanata in una prospettiva di dolcezza: È il calore del cuore che ci manca…/…/un nuovo olio e sale/per risolcare la fronte con quel segno che è principio e fine / certezza e risveglio. Come ha scritto D’Episcopo il ramo (forse) emergerà dal diluvio.
La lirica d’apertura I tuoi occhi è una preghiera mariana. Un esame. Una invocazione di perdono per l’uomo che si è perso dietro le moderne sirene, che ha trasformato il tempio in un mercato e s’è lasciato avvinghiare dalle serpi del benessere, al punto che la terra gira inviperita e ci smemora in un garrito silenzio di tramonto.
L’uomo ha barattato la sua anima bella per precipitare nel disamore e nel secolarismo. Di fronte a tanto, Martiniello prega Maria, come ultima possibilità.
Nella raccolta la parola traduce i sentimenti del poeta, il suo sentire le cose. E ogni lirica è un pezzo isolabile che dà la dimensione poematica dell’autore.
Martiniello è un poeta facile, nel senso che non predomina nessuna oscurità. Il suo è un lavoro im-mediato, con poco intarsio, che s’alza e raggiunge il livello della coscienza. Nella sua poesia il verso spessissimo si dilata sino a sfiorare la prosa.
Ha ridotto al minimo il comune denominatore di tanta poesia italiana. È stato immune da tentazioni sperimentali ed ha proceduto diritto verso il suo impegno. Per questo, la scelta di un verso narrativo, funzionale, che riempie di contenuto; per quanto non mancano salti e dislivelli. Ad ogni modo, un verso semplice, con una sorta di classica chiarezza. Basta come piccolo esempio i due splendidi endecasillabi, uno dei quali sdrucciolo: Le reti appendo a caviglie di luna / e il remo lascio a denti di salsedine.
La pronuncia è secca, lucida, razionale, tagliente, a volte, assertoria. Il lessico è realistico anche se è frequente un plurilinguismo magmatico aperto a forme gergali. Niente fronzoli nella poesia di Martiniello, ma pathos e figure essenziali.
L’orlo del bicchiere è una grande prova di testimonianza di come il mondo possa essere folgorato dalla forza della poesia.
[1] Mirabella Eclano (Av), 1925-2010.
Archivio. Recensione di gennaio 1998.
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