Puozze arrabbià di Assunta Finiguerra, La Vallisa, 1999

di Cosimo Rodia

 

Dopo aver vinto la X edizione del Premio Vittorio Bodini, Assunta Finiguerra, nel maggio del 1999 pubblica: “Puozze arrabbià”, La Vallisa edizioni, una silloge in dialetto di San Fele (Pt), con a fronte la traduzione in lingua. Un bel libro che dona sapori antichi.

L’uso del dialetto per la poetessa lucana è un modo per far emergere il ricordo-mito della giovinezza, intriso di ansie, aspettative, crudezza e semplicità. Un ‘ritornare’ che oltre ad essere un fatto memoriale, è un fatto psicologico ed anche di coscienza di un popolo.

Puntuale è la precisazione di Daniele Giancane nella prefazione: “È una poesia che ritrova le ragioni dell’Io, dello scandaglio profondo dell’essere, del rapporto dialettico col mondo circostante”. Ed è la testimonianza che anche “la poesia dialettale” può assurgere “al pensiero ‘alto’”.

Molte liriche sono come se fossero state composte sotto l’effetto di un prolungato sogno dolce-amaro. E il ritorno a immagini e avvenimenti trascorsi, potrebbe essere un altro modo per annullare la coscienza, colmare il baratro che separa passato e presente, regredendo così nel mondo immobile della ‘naturalità’.

In “Stanotte”: Senza lui sono un’ostia sconsacrata/…a buon mercato/alla fiera nostra mi vendo per tomaia, sono evidenti le strutture arcaiche di un mondo lontano nello spazio e nel tempo, dalla forte coralità.

Ha precisato Marco De Santis: “Le pulsioni e le sensazioni fin qui originate straripano in un coacervo di emozioni, passioni, invettive, maledizioni”.

In questa linea, anche il tema amoroso-erotico è presentato nella sua nudità primitive, senza il filtro sovrastrutturale. Troviamo riferimenti ad un mondo in cui l’uomo, tutto istinto, era volto a soddisfare le necessità primarie, il bisogno di cibo, di calore, con infiammazione di una sessualità acre e animalesca.

La Finiguerra si cerca un linguaggio che le permetta l’affermazione e la comunicazione di ciò che ella è e vuole essere. Un linguaggio reale e fantastico, esistito e immaginario. C’è evidentemente un disegno simbolico, metaforico alla base, più che un supposto realismo.

Non vedo nella silloge un impegno intellettuale, ma una strada per aprire una finestra sull’uomo, mettendosi indirettamente al suo servizio. La poetessa riesce a donare una ricerca d’identità nel tentativo di non disperdere le caratteristiche socio-culturali proprie di un gruppo. I paragoni, le similitudini sono semplici, legati a immagini prese dal vissuto, da elementi reali, che divenuti desueti, conservano un certo che di mistero: Zingari coi coperchi mi vendevano/rocche, fusi e grembiuli pinti/ non avevano faccia e si chiudevano/ per non fissare i miei troppo dentro. O ancora: Era una montagna il cuore mio/ora è una frana sopra il torrentello.

Un modo evidentemente per riproporre forte lo spirito di radicamento nella propria realtà.

Importante è anche il bestiario rappresentato da gatti neri, topi, pipistrelli, ciuchi che animano una natura morta corrusca e fantastica.

Assunta Finiguerra rivela una cultura popolare in cui non mancano derivazione dalla fiaba seicentesca e in particolare da quella di Giambattista Basile. In questa linea leggerei le ombre, i santi, i mostri che pervadono molti versi: Uno mi ha toccato/ dicendomi: “Dove vai da queste parti? Siamo nell’Ade e a quarto a quarto l’anima nostra tutta viene lavata… Oppure: Io ti dico non è la messa che mi serve/ oggi hai visto San Vito con i nervi.

Credo che sia anche una strada per sfuggire alle aberrazioni di una società opprimente, ancorandosi alla sincerità e alla schiettezza dei sentimenti, dei quali i centri periferici (in particolari quelli montani) sono rimasti ancora depositari. E non che ci sia in ciò, un chiaro programma di riscatto, tanto da volgersi in un programma d’azione; la tendenza è di un atteggiamento evocative, per creare un valore assoluto, di là da ogni contingenza, al punto da far diventare i temi universali. Insomma, la Lucania non è un eden, un rifugio decadente, ma è reale con la funzione di supporto etico e fantastico. Il mito, infatti, è fondamentale: le feste, l’amore-sesso, le sfumature agiografiche, le altre espressioni originali, i sacrifici, la solitudine, il movimento e la sua immobilità sono una sorta di stampo cromosomico del popolo lucano e meridionale.

Insomma, a me pare di leggere nella silloge trasalimenti fantastici e ancestrali consegnati all’umanità.

 

Archivio. Recensione del 1999.

 

 

Lascia un commento