Corpus – Racconto d’amore di Giuseppe Selvaggi, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1984

di Cosimo Rodia

 

Leggere un libro del 1984 potrebbe sembrare fuori tempo, perché già consegnato alla storia e alla critica; ma ne vale la pena perchè ci troviamo di fronte ad una voce lirica in controtendenza a tanta poesia minima che ha invaso le librerie, con il beneplacito delle grosse case editrici. L’autore è Giuseppe Selvaggi con “Corpus – Racconto d’amore”, un libro d’amore, lirico ed esistenziale.

Selvaggi è un poeta puro, vero, immediato, non costruito. Attende alla poesia spontaneamente. “Corpus” contiene sette disegni di José Ortega ed è un libro intenso, che a leggerlo in uno stato di bisogno, potrebbe prostrare. Bisogna leggerlo, allora, quando non si è in debito con il mondo per tentare un consuntivo.

I temi centrali del libro sono: lo scorrere del tempo, che macina strada e lascia rughe sulla “bocca” (c’è una rappresentazione straordinaria ne “Il Prologo”); e l’Amore, ovvero, il sale della vita, fatto di fisicità, di corpi, ma anche di attese, di rimandi, di sogni. Le liriche di “Corpus” permettono di ricostruire l’ambiente degli anni giovanili del poeta; la giovinezza e i primi passi dell’amore si colorano di tinte particolarmente emotive, come in “Gli incontri segreti”. Tra le parole prendono vita le situazioni che hanno acceso l’animo e mente del poeta, i primi turbamenti e il risveglio dell’eros; ma più di tutto, appare la consapevolezza che tutto passa come in un lampo: Questa giovinezza sul tuo volto/basteranno dieci germogliate/delle rose sul davanzale/per vederla finita.

Aleggia sempre la malinconia per l’impossibilità di prolungare lo stato di grazia, la magia dell’incontro dei corpi. L’amore è nel contempo drammatico e delicato, estatico e malinconico. Nè manca l’accesa sensualità tutta mediterranea. “Il costume da bagno” è una lirica emblematica in questo senso, dove l’amore è impasto di fisicità e sogno.

Il poeta ha un grande merito: non occulta l’erotismo e non si lascia frenare dal perbenismo. L’autenticità delle tensioni è rappresentata senza l’uso della sordina. I motivi e le immagini erotici si caricano di senso e divengono paradigmatici. Stupendi sono i due settenario occultati: La pioggia sulla vigna spacca il miele del fico.

È evidente l’onestà intellettuale di fronte alle ustioni della carne per la bellezza del corpo. Oppure, ne “La bellezza”: Quando… ti spogli diventi tu/vestita di tutti gli sguardi; è un canto destrutturato da ogni imperativo morale.

Credo che l’amore fatto di eros e di sentimenti delicati come quelli per la maternità, poi, risponda all’idea di conglobare l’uomo, le sue passioni, il divenire impersonale, come sotterraneamente uniti. La spiga del nostro amore sarà matura nel tuo grembo.

Selvaggi insiste sull’ambivalenza della donna; è madre-genitrice e donna amante, bella, delicata; e la poliedricità figurale trova senso nell’Unità.

C’è un vitalismo agonistico capace di schiacciare il tempo che fluisce. Finchè esiste la tua forma umana/…/diamo consistenza alla vita./ Il resto è inutile eternità.

Credo che ci troviamo di fronte ad un testamento umano, in cui si afferma apertamente che non si può stare soli, l’uomo è fatto per amare, dannarsi, per perdersi negli occhi dell’amata. E sono sterili steriotipi, le maschere del vivere secondo le regole della buona costumanza.

Importanti sono, poi, le presenze e i richiami geografici: il mare, il Pollino, Cosenza, il luogo natio di Cassano Jonio.

Ma ciò che giganteggia è il senso ambivalente, drammatico-dolce, della vita e dell’amore, che subisce un’accelerazione tensiva nel testo per via delle immagini che amplificano i versi. Per il poeta l’amore è tutto. Il corpo della donna, fino a quando il tempo non lacera le grazie e le rotondità, è appagamento e dona Senso. Quando, come un rapace, il tempo sottrae la bellezza, si manifesta una frustrazione, che può essere vinta sognando o tradendo: (Lui) La tua pelle sorride nel ricordo… (Lei) Ballavo a piedi nudi quando vidi i tuoi occhi.

Sono parole che straziano. Ci sono dei passaggi visivi nei versi che sostanziano sogni e desideri. Ci sono parti epigrammatiche, ma il centro di tutta l’affabulazione poggia sull’autobiografismo. E l’autobiografico si annulla nella fugacità o nell’estasi di una sensazione.

La storia di Selvaggi è la storia dell’uomo che si chiede come si possa fermato lo scorrere indistinto della vita; per il giornalista calabrese la risposta è l’eros; è la bellezza raccolta su un corpo di donna. E quest’idea diventa anche il monotema della silloge, affrontato con un registro lirico unitario; dalla prima all’ultima lirica non ci sono scarti, tutto è rigoroso, assoluto, unitario, naturale; e tutto s’intreccia alla perfezione: il brio dall’eros e la specifica corporeità; corpo-sentimento; ricordo-realtà; passato-presente. Sono coppie intrecciate reciprocamente. La memoria è del corpo. Il ricordo del poeta è ricordo di fisicità che echeggia e muove le corde della vita. Tu nuda … illustri la corporale necessità di esistere. Siamo alla misura dell’EsserCi.

I passaggi memoriali, poi, hanno la forza di far diventare presente il passato, di conficcare lo stiletto nella carne viva. Il poeta ridiventa nel sogno attore e protagonista. Siamo al riconoscimento ufficiale della forza vitale delle epifanie umane, capaci di donare Senso.

Dal punto di vista formale le liriche sono ricche di immagini, di metafore, di robuste suggestione, in cui comunque si configura un mondo in movimento, in continua ricomposizione. Dall’inizio alla fine si conserva un sapore fresco, lontano da passaggi oscuri.

Una grande voce del Sud, dunque, quella di Selvaggi, che crea un punto di riferimento lirico e ridona prestigio alla potenza della parola di fine secolo.

 

Archivio. Recensione del 1998.

 

Ecco il video: “Giuseppe Selvaggi – Una vita per la cultura”  realizzato da Pierfranco Bruni per il centenario della nascita.

 

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