Le ancore infeconde di Corrado Calabrò, Pagine, Roma 2000
di Cosimo Rodia
C’è una linea invisibile che lega i calabresi che vivono una volontaria diaspora: il forte sentimento d’appartenenza alla terra del sole, aspra, ciottolosa e il comune sentimento d’amore, dai forti chiaroscuri, passionale, carnale, direi, andaluso. E Corrado Calabrò ne è testimone esemplare. Convinzione che si consolida leggendo la nuova silloge poetica Le ancore infeconde, introdotta da Elio Pecora.
Corrado Calabrò è l’amore. Brucia di passione d’amore. Il poeta è un fuoco che divampa per l’amore e per i suoi trasalimenti. L’amore è gioia, tempesta di sensi, cova dentro nelle parti più recondite dell’animo e consuma. È estasi e caduta; piacere e dolore: Mi manchi…/…/come manca la freccia alla ferita. Un paragone tragico, conseguente al perché all’assenza di te/non c’è un altrove.
Non è colmabile lo spazio della donna che crea tremore, che origina tensione irrazionale, che monta una forza di cento bighe. Ne “Peccato non originale”, prendendo a simbolo una magnolia che esala il suo profumo e s’apre lentamente eppure inesorabilmente, proprio come cresce il desiderio d’amore, che lievita fino a diventare una tenaglia che serra cuore e mente, il poeta reggino, romano d’adozione, scrive: Stordisce la notte di bianco/coi suoi bulbi incensieri, la magnolia.
Il lettore quasi partecipa, nel prolungamento della metafora, all’incontro dei corpi, dal cui contatto esplodono faville che rischiarano la notte.
Ancora: Pure, come tumide labbra,/pure prende alla gola il turgore,/sopra ogni altra cosa persistente,/della magnolia che si schiude in fiore…./come un rettile guizza il desiderio,/ancora, ancora s’erge in tutto il corpo,/il cieco e fremente,/in disperato agguato. L’amplesso è un morire per rinascere. Crescono, compresenti, il ritorno di Senso e un patimento disperato. Ecco il binomio: piacere-dolore.
Ma l’amore può essere una trappola? Forse il tempo tout court è una trappola, perché tutto avviene con rapidità e tutto si consuma nell’attimo: Hanno piegato tutte assieme il capo,/le rose;/sciupate dalla pioggia, all’improvviso.
E donde provenga il benigno-maligno impulso primario, nessuno mai dire; è come l’origine dell’arcobaleno. E questo stato di turbolenza non lo si può razionalizzare e non lo si può neanche condividere con un’altra persona. Non ci può essere dialogo con chi è causa del moto sismico dei sensi. Il dialogo, alla fine, può avvenire solo con se stessi, di fronte al muto specchio dell’animo. Sono incantevoli un endecasillabo e un quinario: Piano… /… / distacchi prima il fianco e poi la mano/dal mio costato. L’Eva, traditrice, se ne va in punta di piedi, portandosi con sè una parte dell’amante. Siamo alla grazia assoluta. Ognuno è monade. Ognuno è solo di fronte al mondo e alle sue lusinghe.
E, poi, ognuno cerca sogni o illusioni: Non è te che – forse- amo/ma questo laccio sottile e tenace/che ci strangola. La donna del peccato, allora, è quasi un pretesto, uno strumento per misurare la propria presenza nel mondo. È certamente una visione drammatica dell’amore, ma è lo scenario in cui l’uomo si muove, gode e soffre.
L’amore ha un potere oscuro e intrigante e Calabrò lo metaforizza col mare; così il mare nasconde misteri, conosce burrasche e bonacce (calmerie), proprio come l’uomo malato d’amore. L’aria è rarefatta e i toni contengono freschezza passionale.
Ma c’è un altro aspetto che si legge in trasparenza nella silloge: la caducità della vita. Tutto scorre velocemente, tutto è transitorio, come a dire: la vita ha una punta di massima tensione, in termini di potenza esplosiva, d’intensità. Ecco, perché bisogna vivere: La cosa più penosa è far le mosse/sulla battigia, invece di nuotare. Bisogna scommettere e usare lo stesso metodo che si usa per il mare: Al mare si va incontro come viene,/ in un’illimita inconcludenza,/ sentendosi lambire a ogni bracciata/da una carezza che non si trattiene.
E dopo il battere di ciglia, tutto passa e non resta che cercare le cose significative nell’amarezza del ricordo: Un sasso inanimato sulla roccia:/ma – gemello di quelli che stanotte/piovevano da spazi siderali/con scie incandescenti -/ questo sasso conserva per sé solo/la memoria impietrita/d’aver sfiorato il volto di una stella. Una delicatezza da vertigine: dopo una notte d’amore, sopraccoperta, il poeta gusta il passaggio dalla penombra dell’alba alla chiarità del Giorno; le membra s’intorpidiscono per la spossatezza: che rimane? Il ricordo che prolunga il godimento dell’estasi.
Sarebbe a dire che si giunge all’acme, poi, lungo una verticale si scende verso il basso, precipitosamente; manca il leggero declivio che porti al tramonto. Tra giorno e notte manca la fase mediana di un lento adattamento. Così l’amore nasce e si brucia nel breve volgere di tempo.
L’aspetto drammatico nella silloge di Corrado Calabrò è mitigato dalla grazia affabulatrice: Sento la gola deglutire il silenzio/di queste lunghe notti senz’amore /…/ la mente – presa in un circuito chiuso -/che nutre la metàstasi di te.
Eppure, bisogna andare oltre, voltare pagina, lo “squalo” ha bisogno di inabissarsi per sopravvivere!
Il punto di forza della raccolta è certamente la limpidità e la grazia nel dettato poetico; turbolenze e quiete sono rappresentate con timbri di alto lirismo. Altri esempio: Il mare acquosamente s’è sbiancato/come gli occhi dei ciechi. Ancora: Dolce… si consuma la brace della notte. Infine: Molle specchio di acque i tuoi occhi… Come un uccello caduto dal nido/è tiepito/il tuo seno.
È un canzoniere d’amore. E l’amore contiene l’uomo con tutti i suoi slanci, sogni, frustrazioni, ansie, attese e ricordi. L’attimo è luce e il tempo vi si scrive in maniera indelebile.
Altri motivi di Corrado Calabrò? Amore tout court, tempo, mare, terra del sole, adesione alla vita, possono bastare per fare di una silloge una chiara pietra miliare nella poesia contemporanea, specialmente quand’essa è infarcita di canonici endecasillabi di pregevole fattura e quando l’impianto retorico è di una raffinatezza, propria dei miglior ‘fabbri’.
Archivio. Recensione del 2000
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