I drammi storici di Enrico Bagnato, Schena

di Cosimo Rodia

 

La collana “Pochepagine”, Schena editore, ha pubblicato i numeri 57, 97, 98 (tra il 1996-1999) con drammi storici di Enrico Bagnato. Tre volumi che costituiscono un unico volume per temi, per ricerca, per stile ed anche per fine pedagogico-letterario.

Il primo dramma è “Melo di Bari”, un Masaniello barese all’inizio dell’anno Mille, che organizzò una rivolta contro il dominio bizantino, considerato anche il precursore delle lotte risorgimentali.

Poi, è la volta dello sfortunato destino di “Pier delle Vigne”, Gran cancelliere di Federico, condannato a morte ingiustamente per tradimento.

Ancora, di “Isabella di Morra”, poetessa lucana uccisa dal fratello perché amava l’uomo sbagliato.

Il doge “Marin Faliero” decapitato per aver orchestrato una rivolta popolare contro l’arbitrio dei nobili.

La piccola perla: “Masada”, fortezza in cui gli ebrei preferirono il suicidio alla resa e alla schiavitù ai romani, oggi santuario nazionale israeliano.

“La Basilissa” e l’usurpazione del trono del Sacro Romano Impero d’Oriente al figlio Costantino IV.

“L’arcivescovo Romero”, di San Salvador, un prelato ‘coraggio’ dalla parte dei poveri e vittima dei militari e delle multinazionali.

Tutti personaggi accomunati da fine tragica; ma pur soccombenti riescono a calare l’ideale etico nei fatti storici, che liberati dai una lettura sincronica, divengono fatti d’oggi, o fatti di sempre.

Proposte di percorsi che manifestano la divaricazione intrinseca all’agire umano, fra “quello che è” e “quello che dovrebbe essere”.

È un teatro di grande impegno etico. È straordinaria l’esplorazione di Enrico Bagnato di documenti, cronache medievali, fatti e storie di perdenti e trucidati ingiustamente vuoi perché la bramosia di potere si combina con gli inganni, vuoi per l’orgoglio d’essere liberi fino alle estreme conseguenze.

Nel carniere della storia, Bagnato cerca tutto ciò che possa dimostrare la sua tesi, espressa in premessa in uno dei libri: l’uomo è sempre uguale a se stesso.

Secondo Aristotele la tragedia è imitazione di fatti che suscitano pietà e terrore, attraverso la cui rappresentazione riusciamo ad esorcizzarli o a padroneggiarli. Per Nietzsche la possibilità di accettare la storia dell’uomo è quella di trasfigurarla proprio nell’arte, dunque in letteratura.

È negli scritti che incontriamo l’orribile che fa parte di noi e che è in noi; ma che è pure la possibilità attraverso cui i ‘fatti’ si possono liberare dal disgusto e innalzarli al sublime.

Ecco, allora, il senso per cui le parole, in Bagnato, si scandiscono con leggerezza e bellezza uditiva e le cui storie sono rese liricamente.

Storie che sottintendono una disposizione umana, una pietà intense, chiusa in un’amarezza senza fine.

Tutti i personaggi sono eroicamente sconfitti, vittime innocenti, soffocati dalle leggi ineluttabili dell’agire umano. Come a dire: Ecco l’uomo; e tenere in conto la vera natura umana significa avere la possibilità di programmare l’EsserCi, nel modo più adeguato, in termini meno dolorosi.

In Bagnato il progetto morale è presente indirettamente e si dà per logica contrastiva. Solo l’ultimo dramma è apertamente ‘impegnato’ con il rifiuto etico della logica del potere, la denuncia delle lacrime e del sangue che temprano il potere, qualunque esso sia.

Con un vivace dibattito si chiedeva, un paio di decenni addietro, se il testo fosse importante nel teatro. La parte maggiorente delle voci affermava che fermarsi ai testi, significava negare la vita che nel teatro pulsa. Alla fine sono prevalse le estremizzazioni, al punto che il testo è diventato marginale, semplice ed elastico copione, scritto a volte dagli stessi attori per ritagliarsi una parte a loro più consona.

Contro questa modalità d’intendere il teatro, Bagnato ci regala testi da rappresentare, ma anche da leggere e da ascoltare.

Quindi non teatro colorito di surreale, di silenzi e di non detto, ma teatro come l’aveva inteso Pasolini: teatro di parole, dove la parola si fa azione. Un teatro per l’orecchio della mente e nulla per l’occhio.

Bagnato ci lascia una testimonianza forte di un’espressione artistica che vince il tempo e ci regala il piacere della lettura, della parola ricaricata di sovrasenso, di simbolo, di mistero.

Un teatro che forse va rappresentato, ma certamente letto in modo che le parole animino dentro la nostra coscienza addormentata fatti, personaggi-paradigmi, sentimenti.

 

Archivio. Recensione del 1999

 

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