Il delirio della memoria di Primo Leone, Besa, 2001

di Cosimo Rodia

 

La memoria, il disagio, le perdite, da una parte, l’estetico, la musicalità, la parola, dall’altra creano la poesia, per il bisogno di misurare il presente. E nel chiarire la cifra del presente, appare sullo schermo il passato colto attraverso bagliori di ricordi, che solidificandosi, fuoriescono dall’oblio e originano la memoria.

Dalla silloge “Il delirio della memoria” di Primo Leone emerge un vissuto impastato di speranze, slanci e solitudine; un racconto lungo, in cui si delinea la vita di un uomo o la vita dell’uomo. Quell’uomo che chiede ragione di tanti perché; del perché, ad esempio, i giorni si frantumano in mille pezzi e quello che rimane sono cocci ‘aguzzi di bottiglia’.

Lo sforzo compiuto dal poeta nell’indagare il passato in modo febbrile, gli permettono di costruire un edificio per una grande requisitoria contro il tempo e la vita.

Si può dire che i fatti richiamati nella raccolta non hanno mai i caratteri forti dell’oggettività, sono di contorno e creano lo spunto per agganciarsi alla sostanza mobile e sfuggente della memoria e allo scorrere della vita, appercependo brandelli di verità che originano travaglio.

“Il delirio della memoria” è un’arringa con un tourbillon d’immagini che s’inseguono, e che divengono aghi piantati nella carne viva.

E nel libro il rammemorare non crea un momento autoreferenziale dello spirito. La memoria, raccolta per illuminazioni, per impressioni, più che costituire un riferimento, un’isola, più che fondare un sillogismo del tipo: Io ricordo quindi sono, rinforza nel poeta la convinzione angosciosa che tutto è friabile e tutto continuamente insidiato da mutazione.

Il tempo del poeta non è mai un tempo ritrovato.

E se in alcuni versi sembra che il canto sia più disteso e nostalgico, immediatamente appare, nel delirio, la violenza di immagini che sostanziano simbolicamente l’irrazionalità della vita, il non-senso, l’incenerimento di tutto ciò che passa: ieri rispetto ad oggi; l’oggi rispetto al domani. L’ambivalenza verso l’idea di ‘tempo’ è la variabile di tutto il libro.

Il delirio opera un movimento vorticoso di idee che si inseguono in maniera disordinata e quasi in apnea: “Il buio… il mio incubo bambino… le mie ombre sul soffitto, fantasmi senza luce che mi stringono il cuore… inseguono i miei sogni quando le parole sono sussurri inascoltati e richiami senza eco”.

C’è apparentemente un’eroica accettazione della vita. Apparente, infatti, è il disincanto verso una memoria capace solo di recuperare “orme di cenere”. Eppure, contraddittoriamente, la memoria è capace di restituire “sogni intatti nelle cattedrali della notte/scavate tra le rughe di pietra”. La contrapposizione, evidentemente, non è componibile.

Quindi, il ricordo non sembra medicare, eppure il poeta invoca quel delirio che di fatto lo cortocircuita: “Vorrei chiudere le stazioni dei miei treni… salire sui vagoni ormai in disuso e fermare la mia memoria sulla vernice scrostata e sui binari arrugginita”.

Amato e odiato delirio. Allontanato e ricercato delirio; cercato perché in questo stadio mentale si trova ‘il tempo’ con “mille dimensioni”. Ed è pure anelato: “Mi ritorna l’urgenza di una memoria che si scomponga in mille tramonti”.

Eppure, non c’è mai un approdo rassicurante: “Fare i conti con un ragioniere impazzito … che tenta alchimie algebriche frugando tra sogni… contrade… confini… silenzi… parole”.

È un libro in cui la parola s’insegue, ora in versi ora in prosa, ora col registro letterario ora con quello colloquiale, ora con tono drammatico ora ironico; ed è un libro dell’anima, scritto per inquisire un tempo che ci scivola tra le dita e dilegua respiri, sogni, tensioni, sguardi di fanciullo.

Nessuno può fermarsi e guardare indietro, perché voltare lo sguardo significa, appunto, cadere nel delirio.

Tante sono le cose che non si dovrebbero fare, eppure si fanno. Leone sa che recuperare la memoria è un giocare senza carte; ciò nonostante, quando spalanca le porte e si rituffa nel mare magnum dell’infanzia: “Ogni fiocco di neve/ è un sogno/ che disegna trame incantate”.

Nella lirica “Padroni dell’eternità” si rappresenta la bellezza della gioventù che crede ai miracoli, ai pirati, ai sogni… e qui il tono diventa malinconico, con un andamento lirico soffuso e dolce.

Ma autocensurandosi il poeta dice in “Fragile eclisse” che il sogno, la forza di credere nel mito rimane in chi, come i gabbiani, non si arrende e continua a cercare e, principalmente, a credere.

Ma come si fa a credere quando “Teneri sorrisi/disegneranno la tua ombra/di rosa bruciata”? Come si fa a credere, quando un’ombra di rosa bruciata, abbruna il carnato della giovinezza?

L’opposizione è la consapevolezza forte dell’irrazionalità della vita; una equazione che Leone non risolve, perché non può risolverla. Ne “Il giardino dei sogni perduti”, il poeta immagina un luogo fatato dove nascono tutti i sogni: dei fanciulli, dei vecchi, tutti. E qui, il vecchio guardiano dice chiaramente che vi nascono solo i sogni veri, ovvero, quelli che non si avverano mai, perché quelli che si avverano non esistono.

Ecco la verità: i sogni esistono per rimane tali e nessuno può cambiare i loro connotati; così “senza fine… su questo muro di sempre… muro di parole e sangue”.

Primo Leone ci consegna questa contraddittoria verità, quest’aporia che è nei cromosomi umani.

Così “La vita è… soltanto un attimo”, e con il sogno, con la memoria, nell’attimo si ha la chance di appercepire il nostro tempo (nostro in quanto noi siamo in esso), di cui volente o nolente ne siamo un momento, non coglibile con l’esprit de géométrie.

 

Archivio. Recensione del 2001.

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