Le figlie di Federico di Enzo Quarzo, Besa, 2004

di Cosimo Rodia

 

L’operazione editorial di Enzo Quarto rientra nella linea di rifondazione del romanzo storico, e lo fa in modo originale: s’improvvisa cronista del secolo XIII; e come i cronisti dell’epoca, quantunque non disponga gli eventi storici in ordine cronologico, pur dandone conto con digressioni varie, descrive in terza persona e con linguaggio medio, luoghi, ambienti, personaggi; e tra questi ultimi primeggia Federico II, lo “stupor mundi”, come lo consideravano i suoi contemporanei per la conoscenza di sei lingue, per le abilità militari, per l’alto senso dello Stato, poeta e raffinato diplomatico. Sovrano, che al pari degli orientali, si circonda di lusso esotico, benché condanni la mondanità della curia romana e protegga i frati francescani.

Tanti elementi nelle cronache inventate da Enzo Quarto, che costituiscono il materiale con cui edifica narrativamente il romanzo “Le figlie di Federico”, teso sia a dar conto di una figura mitica qual è Federico II di Hohenstaufen, sia di personaggi femminili straordinari e modernissimi, inseriti in una quotidianità semplice, fatta di credenze e di vizi comuni.

Il ‘cronista’ parte dal 13 dicembre 1250, giorno in cui Federico II di Svevia muore nel Castel Fiorentino, vicino Lucera; dunque, avanza ipotesi su ciò che avrebbe minato la salute dell’imperatore: l’arresto del figlio Enzio, il tradimento di Pier delle Vigne, le continue opposizioni dei Papi, le scomuniche.

Le pagine di Quarto si riempiono di riferimenti storici precisi: Innocenzo III e la sua abilità diplomatica con cui afferma il potere della Chiesa distinto da quello imperiale; l’epurazione dei Saraceni dalla Sicilia e il loro trasferimento in massa nella città di Lucera (con la relativa impennata dell’artigianato e dei commerci; le scomuniche dei Papi; la V Crociata con il relativo capolavoro diplomatico di liberare Gerusalemme e Nazareth, senza colpo ferire, per via di accordi con il Sultano di Egitto; la sottomissione dei principi papisti.

In questa parabola straordinaria, Enzo Quarto, però, và al di là di un testo che poteva essere una delle tante biografia storiche ed introduce il sale; ovvero, presenta il gusto e la forte attrazione di Federico per l’eros; e non quello estetico che il lettore potrebbe aspettarsi, memore del ciclo bretone e cavalleresco; e neanche la delicatezza di Lancelotto o di Perceval per l’amore gentile, svolto in modo raffinato, fatto di ammiccamenti, sguardi, contatti appena accennati. No. Il lettore è di fronte all’amore come eros, tutto fisico, carnale; quella dimensione, insomma, umana e animale nata con la vita.

Le pagine centrali delle false “Cronache” sono proprio riferite alle donne. E qui tra realtà e finzione, Quarto crea alcune figure fortemente chiaroscurali, mai esistite.

Siamo nel 1229 a Gerusalemme, Federico festeggia la liberazione dei luoghi Sacri e nel tripudio dei festanti incrocia gli occhi magnetici di Giamila, una giovane madre con la propria bambina Maryam in braccio.

Con Giamila passa una notte d’amore, e la narrazione, benchè spinta, riesce a dare conto del mistero, delle forze ancestrali mosse dall’eros, dell’apoteosi del piacere, le cui sensazioni rimangono indelebili nel ricordo dell’Imperatore.

All’indomani Giamila sparisce e gli lascia la figlia di due anni; Federico l’adotta, la battezza a Brindisi e la fa crescere nel Castello di Oria.

Quando la notizia della imminente morte di Federico si diffonde, Maryam, già donna, e fotocopia della madre, si reca a Lucera per abbracciare almeno una volta il padre adottivo.

E qui le pagine divengono di altissima tensione: la giovane quasi comandata da un istinti primordiale e irriflesso si adagia “nuda di fianco a Federico”: “Questi, inebriato dal contatto con quella delicata e fresca pelle nera, lasciò che i suoi polpastrelli percorressero rotondità […] rievocando le immagini di un ricordo sopito, violentato, ma mai dimenticato. Schiavo di quella forte emozione gioiosa, l’imperatore non deve essersi accorto per nulla che il suo corpo abbandonava il mondo dei viventi”.

Ogni ragione di Stato, ogni successo terreno, ogni ricchezza materiale è una piuma rispetto al peso dell’estasi provocata dall’amore, che si ribadisce essere misterioso, dilagante, travolgente.

Non meno primitivo è l’iniziazione all’amore della figlia illegittima di Federico, Violante, anch’ella cresciuta in un monastero nei pressi di Foggia. Divenuta quindicenne, è data in sposa a Riccardo, un giovane conte di Caserta. Le nozze si celebrano a Castel del Monte e il primo rapporto sessuale avviene in una vasca da bagno, posta al centro del cortile con tutti i convitati affacciati alle balconate.

E l’atto si consuma senza alcuna delicatezza, con una impudicizia e violenza da sfiorare la crudezza degli antichi riti d’iniziazione: “Un forte applauso coronò le plateali manifestazioni di godimento del conte sposo. Un applauso che riportò Violante atterrita alla realtà. I suoi occhi incontrarono prima il volto fiero e rilassato dell’uomo assegnatole come sposo, e poi, rivolti verso l’alto, si incrociarono con lo sguardo tetro e demoniaco, almeno così a lei appariva, dell’imperatore affacciato alla finestra della sua stanza”.

Federico sembra essere il paradigma dell’uomo sempre uguale a se stesso; cerca il senso della vita e lo fa incamminandosi verso mille direttrici; e ognuna, però, è come se lo rimandassero all’altra senza mai avere la possibilità di individuare il ‘quid’, capace di far tornare il senso della vita.

In alcuni passaggi riferiti a Violante, sembra prendere posto pure il medioevo raccontato da Philippe Ariès, quale età della primitività, della istintualità libera, dell’assenza del sentimento d’intimità.

Probabilmente c’è pure questa dimensione, ma quello che più emerge è l’uomo alle prese con i propri istinti, piaceri, dilemmi esistenziali, ricerca tout court.

Sembra evidente che i fatti storici riferiti alla instabilità politica dell’occidente, la compenetrazione in occidente della cultura greca ed araba, le lotte per la formazione delle monarchie moderne, costituiscano la grande cornice entro cui si muovono figure ‘tipiche’ della vicenda umana.

 

Archivio. Recensione del 2004.

 

 

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