Il Sud tra volti e paesaggi – L’arte invisibile: dieci poeti e dieci pittori

di Cosimo Rodia

 

Esaminando la storia evolutiva della percezione critica o la filogenesi delle antologie poetiche, che sono i luoghi privilegiati per definire il canone della poesia italiana, si verifica facilmente che la poesia al Sud non esiste; nelle città universitarie del centro-nord, legate anche a grandi case editrici, le voci meridionali sono state sempre ignorate; gli esempi sono copiosi: “La poesia contemporanea dal 1980 a oggi” di Andrea Afribo (Carocci, 2007), “Poetiche e individui – La poesia italiana dal 1970 al 2000” di Maria Borio (Marsilio, 2018), “La poesia italiana dagli anni Duemila” di Paolo Giovannetti (Carocci, 2017), “Poesia italiana dal Novecento a oggi”  di Alberto Bertoni (Marietti, 2019), “Braci. La poesia italiana contemporanea” di Arnaldo Colasanti (Bompiani, 2021), “Distratti dal silenzio. Diario di poesia contemporanea” di Stefano Dal Bianco (Qodlibet, 2019), “Poesia dell’Italia contemporanea” di Tommaso di Dio (il Saggiatore, 2023). Le antologie, appena citate, seminano l’idea, tranne qualche eccezione, che al di sotto di Roma vi sia un deserto culturale. La critica ufficiale, lì dove ha tentato di stabilire i canoni, ha tenuto conto solo di scrittori settentrionali.

Nel secondo dopoguerra, eccetto una sparuta pattuglia di scrittori (Carrieri, Bodini, Scotellaro), il Sud non ha avuto voci significative da essere annoverate negli studi accademici; e ciò si è verificato mentre da Roma in su, la poesia svoltava verso l’autobiografismo, una modalità di scrittura poetica inaugurata da Montale con “Satura” (1971), lungo la cui direttrice si sono incamminati, poi, i poeti come De Angelis, Cucchi, Conte, Magrelli, Cavalli, Bellezza.

Rispetto alla suddetta direttrice, la poesia meridionale probabilmente non è stata considerata meritevole di rigore, nella ricerca creativa ed espressiva; e i critici accademici sono stati, forse, più interessati a cogliere la risposta della lirica ai cambiamenti sociali avvenuti, a causa dell’aumento smisurato dei consumi, della diffusione capillare dei media, della presenza debordante del mercato, dell’istruzione di massa, della diffusione della parola dequalificata, della distruzione della cultura umanistica (Montale), dell’affermarsi dell’autobiografismo e dell’età del narcisismo (Berardinelli), della crescita della cultura pop, della diffusione della logica leaderistica e della dilagante soggettività; sono stati folgorati, insomma, dalla pluviale poesia dell’autoespressione.

Una tipologia di scrittura poetica (quella al di là della linea gotica), che non è escluso abbia originato un allontanamento dei lettori. Una critica in tal senso l’aveva espressa già Carmelo Bene, riproposta, nei toni ancor più caustici, da Massimo Ridolfi (Cfr. “Poesia un sistema vecchio come il Cucchi”, in certastampa.it, del 29 marzo 2024), secondo il quale la decadenza della poesia italiana, o la sua involuzione, parte proprio da Giovanni Raboni che inventa una poesia da ‘tinello milanese’, apertamente criticata da Carmelo Bene nella storica puntata di Mixer Cultura nel 1989. Maurizio Cucchi, il continuatore di Raboni, avrebbe, poi, il peccato di aver fatto passare attraverso Lo Specchio della Mondadori tutta quella poesia impoetica che ha abbassato la qualità letteraria contemporanea. Una poesia, per Ridolfi, che “ci ammorba e ci rovina”; ovvero, rovina il gusto della vera poesia, tanto da non saperla più distinguere[1].

Ora, la poesia deve poter contenere un segreto, una malia, un’esplosione, un gusto, un sogno, una visione; se si avesse bisogno di raccontare cose minime e quotidiane (come in tanta poesia canonizzata), ci sarebbe la narrativa declinata nei diversi generi (diario, lettere, appunti di viaggio, racconti brevi…); la poesia, invece, è vita, radice, memoria, futuro.

A fortiori, la poesia meridionale non avrebbe dato contributi significativi in letteratura, visto che anche Berardinelli nella sua ultima antologia “L’ultimo secolo di poesia italiana” (Quodlibet, 2023), si sofferma su quei poeti che a suo parere “sarebbero stati esemplari”, e nella sua schiera sono espunti gli scrittori del Sud. Così, è stata messa da parte una copiosa produzione meridionale e, principalmente, non si è dato la possibilità di far conoscere, al pubblico nazionale, la luminosità abbacinante trasposta nella dimensione umana di tanta poesia pugliese che parte da Bodini, Comi… per arrivare ai nostri giorni, passando per Lino Angiuli, Vittorino Curci, Daniele Giancane, Angelo Lippo, Biagia Marniti, Adriana Notte, Cristianziano Serricchio, Gerardo Trisolini.

L’esemplarità degli atti e dei comportamenti del contadino meridionale, l’apertura a temi afferenti la natura, l’ambiente, la terra arsa dal solleone; o, ancora, la lucentezza della terra del sole, i temi legati alla tradizione e alla memoria, la siccità, i profumi, le inferenze culturali di tante civiltà…, sono aspetti sufficienti per dire che questo Sud, con le sue peculiarità, può costituire il contesto di voci che si muovono in un senso diverso da tanta poesia del Nord, e che possa dire qualcosa di significativo nel difficile momento, in cui il paese si muove lungo una linea spersonalizzante imposta dalla globalizzazione, il cui isolamento umano risulterebbe oltremodo accresciuto, col propagarsi di una narrazione da ‘tinello milanese’.

Credo che i poeti del Sud, abituati alla precarietà della vita, possano offrire un contributo nella gravità dei problemi irrisolti, col loro carico di amore-odio per le tradizioni conservate nelle coscienze individuali; e la poesia del Sud si scrive col silenzio e con l’uso appassionato della parola. Credo che nella poesia meridionale si trovino quegli elementi capaci di ingenerare sogni, speranza, utopia, ambizione, rabbia (propositiva). Aspetti che sono riscontrabili nei dieci poeti raccolti in questa antologia, quale spaccato di una produzione letteraria in cui leggere il nesso tra poesia, parola individuale, parola collettiva, destino personale (La maggior parte degli scrittori coinvolti, inoltre, sono animatori di proposte letterarie col fine di elaborare iniziative di attivo servizio culturale; è il caso di Giancane, Rodia, Zilli, Evangelista).

Come si potrà evincere dalla lettura, la poesia proposta si sdipana tra un parlato di ascendenze whitmaniana (Giancane), un narrato realistico (Campagnolo, Maremonti, Cataldini, Deidda), un simbolismo in cui gli eventi e la dimensione del Sud s’inglobano a valori spirituali, per mezzo della trasfigurazione poetica (Luceri, Rodia, Zilli, Evangelista).

I dieci autori offrono un risultato poetico che segue una diversa direzione rispetto alla vulgata nazionale, e mostra come tali percorsi abbiano piena coscienza della ricerca linguistica e semantiche, in posizione contrastiva ad una poesia canonizzata spesso piatta, sovrabbondante, impoetica.

E con Daniele Giancane troviamo la commozione per le testimonianze classiche, quel passato che è bellezza, grandezza ma anche fondatezza; luoghi che conservano “pietre e messaggi” per chi cerca la ratio dello stare Qui. La terza poesia è dedicata al mare, in cui la Puglia è immersa e da cui è condizionata nel suo divenire, dalla forza mitica e dalla visione aperta all’avventura. Un messaggio carico di energia libertaria e di sogno liberante, un modo di modellarsi ai principi della razionalità e contestualmente lasciare spazio ai sogni, ad una visione del mondo più aperta, tollerante e umana. Il linguaggio con cui scrive Giancane è sempre chiaro e con una forte dose di ironia; sono versi semplici, umani, schietti che tracciano una profonda riflessione e contengono una fiducia nella vita e nelle potenzialità umane.

Marilena Cataldini scrive con un pastiche linguistico di italiano e gallipolino, attraverso cui compie un consuntivo dell’essere e dell’apparire, del cos’era e cos’è, e come la storia spesso si riproponga nelle sue contraddizioni, dove finanche le chiese diventano simbolo dell’avere, trasformando le ragioni del “barocco”. È la parola, col suo portato di significati, che potrebbe salvarci?

Il secondo testo è carico di identità, mito, realtà e denuncia. È nostra la responsabilità del silenzio dei campanili, come anche della vita della natura; per difendere, allora, la “bella terra”, bisogna ridare cittadinanza all’”umanità ingegnosa”, assecondare il “sospiro” davanti alle “edicole dei santi” e ridare voce alle “prefiche”. Una supplica perché si dia spazio a ciò che ci conserva umani. Infine, una personificazione del “mare”, che col suo esercito di onde escogiterebbe di tutto per sedurre la terra ferma; ciò nonostante “urla” che da solo è impotente a difendere un Sud, sotto attacco.

Per la Annarita Campagnolo il Sud è quello dei ricordi, quello delle case di bianco calce, di altarini davanti agli usci, come antichi Lari e il gioco dei bambini carichi di futuro. Questo mondo ha la forza di essere sempre presente, perché “ovunque resta”, grazie alla memoria indelebile che la società contemporanea non cancella. E Campagnolo è dentro il mondo del lavoro, dando conto dei lavori stagionali tra i filari di uva, col doppio turno, quello dell’alba e quello pomeridiano, accomunati da “bestemmie e sudori”. E continua lo sguardo sui frutti della terra generosa, l’uva nel suo circolo vitale, dal suo spuntare in primavera fino alla vendemmia, passando per il periodo di cura al tempo del “belletto”. Poi una nota finale: la vigna, dopo la vendemmia, continua a donare i sarmenti per l’inverno. Quello di Campagnolo è una visione positiva che considera il Sud, nonostante tutto, carico di risorse cui attingere. Giorgia Deidda scrive versi immediati e cristallini senza barocchismi, dipingendo il Sud silenzioso che piange “d’un grido di vento”. I paesaggi rappresentati sono il correlativo dell’animo e delle sue ambasce.

Maurizio Evangelista scrive un inno al Sud con la sua metafora della pianta che fa crescere i rincalzi, oppure con le case che si abbracciano nei vicoli, case affiancate, con le madri che si dividono anche il respiro. Il Sud, allora, è una condizione dello spirito, una parola che unisce e che tiene insieme; una visione che contiene in sé un argine contro la globalizzazione. Nel secondo testo Evangelista crea un’allegoria attribuendo al Sud il nome di Maria e con ironia svolge una critica alla civiltà per cui il matrimonio era condizione per la donna di realizzare la propria libertà. Un tema che apre non poche riflessioni (senza scomodare De Martino). Anche nel terzo componimento Evangelista gioca sul piano dell’allegoria, attribuendo ai bambini il significato di paese fantasma, alludendo ad una realtà senza futuro da preservare sia ai bambini sia alla vita.

Leo Luceri affronta il tema della civiltà perduta e lo fa con ascendenze bodiniane, ricordando le attese, i sogni non realizzati, i segni nostalgici di un passato significativo. E incombe il silenzio per la perdita d’identità, custodita gelosamente, senza abiure. La poesia di Luceri non lascia spazio al non detto e fa emergere il tema nucleare, ovvero il tempo, sia quello storico, sia quello biologico, che si cristallizza nel trapasso dei giorni e delle stagioni; e di fronte a questo passaggio cieco, non rimane che fermare quel tempo memorabile in un archetipo, capace di regalare ancora echi, per chi voglia ascoltare l’antica voce delle nostre radici. “I ricordi sono pietre sgusciate” e l’identità una mano cui tenersi per non cadere nell’oblio: “Cosa saremmo senza quel sale/riflesso sull’acqua scirocca”, e riflesso ancor più “sul Tafaluro truccato da sfinge” (richiamando lo scoglio nella caletta di Sant’Andrea, simile alla sfinge egizia).

Grazia Maremonti presenta un grido identitario e di rivendicazione con “Sabaudi”, richiamando il Sud borbonico, con capitale Napoli, rapinato dai piemontesi. Le altre due liriche, poi, sono una sorta di carta d’identità di Maremonti, nella commistione tra sé e l’ambiente esterno: “Annuso la pioggia/mentre il cielo è metà della mia strada”; oppure, vuol stare “dove sull’acqua corrono le foglie”. Siamo alla corrispondenza biunivoca tra Sud e l’Io autobiografico, con l’autrice che si presenta come una voce forte contro coloro i quali hanno velocemente svenduto storia e identità.

Cosimo Rodia presenta un canto nostalgico in cui i sogni hanno alimentato speranze, per infrangersi, poi, davanti al divenire necessario delle cose. L’ancora è costituita dalla vis contadina, quella forza che rammenda la rete sfilacciata dalle avversità del destino. Una forza vitale che nonostante le ambasce, l’inclemenza dei fenomeni atmosferici, permette al forese di tornare nei campi a seminare fiducioso nelle future raccolte. Ebbene la fiducia del contadino è metaforicamente la fiducia che ha il meridionale di fronte alle avversità della storia. Alessandro Zaffarano parla di un Sud fatto di muretti a secco, di fichi d’india, di mare… che fanno da cornice alla domanda esistenziale sul tempo, sull’esistenza breve.

Giuseppe Zilli è colui il quale anima le cose inanimate, secondo il principio che tutto si trasforma e nulla si distrugge; sicchè le pietre del Salento per Zilli parlano, hanno finanche un cuore festoso, perché da scultore riesce a tirare la forma dall’informe. Il secondo testo è una condanna aperta ai pregiudizi che condizionano la quotidianità come un “cappotto vecchio” usato nel mese di agosto, col solleone. La terza poesia contiene il tema delle opportunità che hanno le pietre fatte cadere dai muretti a secco dalle pecore nella transumanza; il loro rotolare è una nuova possibilità di vita; inoltre, l’autore richiama gli ulivi ischeletriti dalla Xylella con l’aspettativa di una rinascita. Zilli ci presento un Sud di colori, di ambasce e di speranze.

Una poesia senza fronzoli, dunque, in cui dominano i temi tipici del Sud: il “mare”, il solleone, le pietre erose dal caldo e dalla salsedine, lo scirocco, gli ulivi. Si potrebbe leggere in tanta meridionalità, scevra da autobiografismo narcisistico, un sotterraneo desiderio di rifondazione etico-letteraria all’alba di un mondo globalizzato che condiziona gusti e modi di pensare, una combinazione di realismo e sogno, quasi metaforizzata nell’accoppiata del bianco della calce con l’azzurro del cielo e del mare, e, poi, l’uva, la terra ustionata, le case abbracciate tra loro, costituiscono un portato di stilemi collegati alla memoria, all’identità, all’intimità.

Dai trenta componimenti, allora, emerge una poesia viva, che pur diversa per melica e scelte stilistiche, è capace di tracciare dei percorsi, nella prospettiva di coniugare letteratura e realtà, senza che nessuno scimmiotti le tante voci canonizzate, permettendo alla poesia, invece, di suggerire un Oltre, verso il quale tendere con la forza delle proprie esperienze, dei propri sogni e delle proprie utopie.

 

 

 

[1] (Riproponiamo alcuni versi del poemetto: “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani, che Pier Vincenzo Mengaldo ha considerato uno ‘dei risultati più notevoli e originali’ della poesia coeva: «Carla Dondi fu Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodattilo/ all’ombra del Duomo/ Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro/ sia svelta, sorrida e impari le lingue/ le lingue qui dentro le lingue oggigiorno/ capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED/ qui tutto il mondo…/ è certo che sarà orgogliosa./ Signorina, noi siamo abbonati/ alle Pulizie Generali, due volte/ la settimana, ma il Signor Praték/ è molto esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così/ nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino/ sarà la sua prima cura la mattina. /UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C 1/ Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno/ adesso che lavori ne hai diritto/ molto di più. / S’è lavata nel bagno e poi nel letto/ s’è accarezzata tutta quella sera./ Non le mancava niente, c’era tutta/ come la sera prima – pure con le mani e la bocca/ si cerca si tocca si strofina, ha una voglia/ di piangere, di compatirsi/ ma senza fantasia/ come può immaginare di commuoversi?/ Tira il collo all’indietro ed ecco tutto[…]».

 

Lascia un commento