Spazi che respirano senza tempo di Valeria Montaruli, Besa 2001

di Cosimo Rodia

 

La raccolta poetica “Spazi che respirano senza tempo” ha già nel titolo un elemento conturbante quanto esplicativo. Articolata in quattro sezioni, sin dalla prima l’autrice propone il macrotema della ricerca ontologica con uno stile intenso e nervoso.

Il tentativo di avere risposte in ordine al mondo che ci circonda, al telos e al ruolo giocato dall’uomo, credo siano le esigenze che fanno contorcere la poetessa, che paradigmaticamente vede nel deserto il luogo del silenzio, del pieno/vuoto, di infinito/finito, di urna/culla della vita.

A cosa approda? Vitaliano Brancati ha scritto che il bagliore del sole è troppo forte da lasciarci al buio; così anche in Montaruli l’eccessiva chiarità del ‘deserto’ non può che portare al buio, per quanto una sottile fiducia ella riponga nella potenza del silenzio, capace di aprire valichi nei segreti della vita e percepire “armonie sonore”.

La prima sezione scorre più soft, con una diffusa tecnica impressionistica, fissando tutto ciò che crea un fremito e disponga lo spirito ad una sorta di auscultazione dei fremiti dell’Essere (come in “Primavera in campagna”, “Meditazioni nel trullo”, “Valle D’Itria” dove il paesaggio è sempre correlativo oggettivo di stati d’animo).

A partire dalla seconda sezione, il cerchio è come se si stringesse sul piano tematico e gli assunti filosofici diventare più chiari.

La lirica “Sono” recita: “Sono/roccia mangiata/da tempeste di vento […] Alba e tramonto/nascita e morte/ principio e fine.

È evidente che di fronte alla disintegrazione operata dalla morte, l’essere “tutto”, è ben poca cosa! Allora, bisogna trovare il modo per giustificare e dare senso alla vita; il cui senso la Montaruli lo trova proiettandosi verso un Altrove, che non è un luogo terreno, come si evince in “Volare”: Volare/su cavalli di fuoco[…] tra le spirali del Cielo […] in abbracci di luce.

Solamente arrampicandosi su questi cieli si può liberare la pesantezza del corpo.

In “Viaggio nel sogno” ci sono versi bellissimi in cui si dà l’idea che solo nel sogno (o lasciando libera l’immaginazione) si ha la possibilità di saltare sull’ippogrifo e compiere grandi oltrepassamenti.

È lontano dalla carne, dal mondo, dalla “quotidianità” che l’anima può sentirsi libera. E la tensione verso l’Archè, porta ad un paradiso di “luce”, di fiori multicolori e di profumi; ovvero un paradiso laico voluto probabilmente per una memoria ancestrale o per una tensione primigenia che è in ogni uomo.

La concezione filosofica in nuce è il rifiuto teleologico dell’ordine del mondo, che segue, di contro, un ‘ordine’ cieco, in cui tutte le sovrastrutture (moralità, sentimenti, convenzioni varie) sono dei tentativi umani di incapsulare l’essenza del mondo.

La vita è mossa da casualità e tutto rimane magmatico nelle infinite possibilità; il pensiero può solo classificare e rammemorare i fatti del mondo misurabile e accarezzarne nell’attimo l’essenza: Lingua di vita, una luce/ niente è possesso.

In “Attimi” si esprime meglio il concetto: tutto brucia nell’istante perché ogni cosa cade nell’eterno fluire, in questa dimensione cosmologica fatta di velocità, movimento infinito, che ha in sé una casualità necessaria, la cui razionalità non appartiene all’uomo; o meglio non è l’uomo a dettarne le linee guida.

Quando la poetessa opera il salto all’indietro, come in “Coscienza di vento”, è come se, in una sorta di raptus mentis, le tre forme del tempo: passato, presente e futuro, si intrecciassero, si sovrapponessero, arrivando alla sorgente della temporalità, all’Essere, senza però aprirsi mai ad una vera e duratura dimensione conoscitiva, perché tutto rimane noto sul piano del bagliore.

L’Essere di Valeria Montaruli, quel punto di “luce” su cui spesso ritorna, la fonte della vita e dell’eventuale suo ordine, non è quello di un Dio ordinatore, fonte di eticità e di senso, ma di un Dio che ha in sé una necessità, non circolare, non ciclica, ma cieca, rispetto a cui l’uomo è impotente e limitato. Dunque gli insorge il sentimento di trovarsi di fronte ad un Gigante, capace di originare spaesamento e realisticamente cognizione del proprio stato di limitatezza e di abbandono; come chance di abbeverarsi alla luce, la Montaruli propone il simbolo dell’aquila (“Aquila e passeri”), che mi sembra uno stato tremendo di solitudine e di corsa in salita per bearsi solo di una visione flash; seppure.

Nel pensiero della poetessa, nella doppia opzione d’essere passeri catturati dalle lusinghe del bosco, oppue aquila che voli sino alle sorgenti del Sole, c’è un intimo vitalismo e lo dice chiaramente nell’ultima strofa della poesia “Vivrò spaccata”. L’unico senso della vita si scrive seguendo il vortice fatto di azione, superamento di deserti, sogni, lotta.

In questa opera prima della colta poetessa troviamo una lingua privata fatta di simboli, metafore, richiami che vogliono prima di ogni cosa mettere di fronte a se stesso (o dire a se stesso) alcune verità appena percepite.

Ci sono anche metafore con passaggi surreali; probabilmente perché ci troviamo di fronte ai sottili movimenti dello spirito che sfuggono ad una de-finizione; per questo, la poetessa crea delle immagini, tante, col fine di dar conto della soggettività nel suo rapporto con la realtà, presentata autonoma, con proprie logiche inesorabili, rispetto a cui il soggetto ne viene lentamente fagocitato.

È inevitabile non vedere in questa poesia una corrente continua, labirintica in cui le immagini, i sogni, il tentativo di misurare e giustificare lo scorrere del tempo rappresentino un mondo in cui la quotidianità è pervasa da rapporti formali, da maschere, da affanni, da falsità inaudite.

Un monologo, quindi, un diario, in cui la Montaruli parla principalmente a sé stessa, creando una costruzione poetica poggiata sui contrasti: vita-quotidianità / tensione all’astratto-al punto zero- al punto di luce. Esemplificativi sono i versi di “Elemento etere” in coda alla silloge.

Presa da raptus lirici la poetessa compie salti nel creare figure metaforiche e al lettore non rimane che prenderne atto e rimanerne partecipato con la stessa intensità che promana il fascino misterioso del labirinto.

La vis creativa non procede in maniera lineare, perché passa freneticamente dal ricordo alla constatazione del reale, all’incanto di un momento e tutto avviene con rapidità in un tempo che quasi si contorce per i sentimenti contrastanti affastellati nella mente. E allora la poesia diviene il luogo di visceralità ed anche d’ineffabilità; oltre che un’arena in cui si dà conto delle contraddizioni, dei limiti, dei non-sense. Ecco la ragione dello stile nervoso, della mancanza, spesso, dei legamenti e della ‘grazia’ recitativa.

Una bella prova che rende la poesia uno strumento di ricerca, anziché uno sterile esercizio di forma.

 

Archivio. Recensione del 2001.

 

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