Diario dell’anima e un poema infernale di Daniele Giancane, Besa, 2003

di Cosimo Rodia

 

Il volume consta di due sezioni: un poemetto, posto in coda, e “È da qui che vi parlo”, che è una filippica contro la società dei consumi, della fretta, del successo, delle corse dietro chimere effimere. L’iterazione del titolo all’inizio di ogni strofa dà l’idea della metamorfosi del mondo, trasformato in luogo lunare, ricordando “The Waste Land”.

La prima sezione, costituita da quarantuno liriche, è omogenea nell’argomento e nei temi affrontati. È una silloge in cui la poesia si aggancia alla gnoseologia, allo sforzo di conoscenza, alla stessa stregua dello sforzo prodotto dalle grandi scuole poetiche del simbolismo e dei metafisici inglesi.

Sin dai primi versi, la granitica silloge, dall’unico macrotema, delinea il programma poetico-filosofico: il rapporto tra res extensa e res cogitans=anima; il rapporto tra essere e conoscenza; tra razionalismo e mistero; tra libertà e necessità.

Qual è l’obiettivo dell’autore (e quindi della poesia)? Far “uscire dalla gola il fantasma pallido […] il più represso sogno”.

Nel sogno risiede il senso, “il sé”, non soggetto alla tramogena del tempo: “Era nel sogno/nella reminiscenza,/ nel sospiro./ Era una luce invisibile,/ era un segreto”.

È in questo ambito invisibile, alla Antoine De Saint-Exupery, che risiede l’importante, per quanto non spiegabile secondo la ragione misuratrice, secondo i parametri dell’evidenza, tanto che in “Domande” la semplicità del bambino e la richiesta di un segno tangibile di verità, crea dolore e “un urlo rappreso dentro il cuore”.

Quindi, qual è il rapporto tra essere e mondo? L’Essere è tutto ed è in ogni parte; ogni parte, è parte di essere. Ebbene, l’essere lo possiamo cogliere nelle sue parti, attraversando un vortice, un imbuto, che ci conduce alla sorgente del mito; la chiusa de “La voce era…” è paradigmatica.

Il rapporto, dunque, tra ciò che è misurabile con il mio mondo invisibile, può avvenire solo attraverso epifanie, illuminazioni provocate dalla poesia (“Me e il mio corpo”). La verità la si percepisce a sprazzi, per bagliori come in “La percezione”.

Le verità della scienza cedono il passo al mistero e all’incommensurabile, perché permane steso sulle cose un velo di Maya. La proposta di Giancane, coraggiosa in clima di relativismo, è di una conoscenza poetica; il poeta, come il religioso, cerca “il nucleo incandescente” proprio per poetare. Cosa riesce a dare? Un “pensiero formato, cuore, sogni rappresi”. O ancora: “Ho visto l’immagine/ chiara nella luce/ l’incandescente monade,/ il sinolo perfetto”.

La poesia servendosi della parola è come se staccasse l’attimo dal fluire universale e discriminarlo. La chiave la possiede, dunque, il poeta: “Un artigiano dell’anima/ un pescatore di perle”; l’unico a squarciare all’improvviso “il velo sottilissimo di Maya”.

Siamo vicini alle parole di Montale: “Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo […] mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione. Ma questo restava un limite irraggiungibile. E la mia volontà di aderire restava musicale, istintiva, non programmata” (cfr. “Sulla poesia”, 1997).

Giancane con arditezza si spinge oltre: è il poeta il moderno filosofo, che forte del suo magistero compie scelte di vita spirituale (“La vocazione”). Un distico nell’ultima poesia recita: “Oh, riuscire/ ad esprimere la rosa”. Il riferimento simbolico alla “rosa” è quasi certamente di derivazione eliottiana. Eliot recupera dai poeti metafici l’idea secondo cui i pensieri si apprendono con la stessa immediatezza con cui si percepisce il profumo della rosa.

Dunque per Giancane, la poesia, fatta di visioni, epifanie, flash di pensiero, può dar conto della realtà; e questo è un modo (poetico) di ricostruire una Unità.

Compresente nei versi, mi sembra pure Proust, con la sua ossessione della lente d’ingrandimento, di concentrare tutto, o il tutto, in un attimo. Per lo scrittore della Recherche era nel momento del trasalimento che riusciva a concentrare tutto il suo passato. Dunque l’attimo diventa il momento di chiarezza assoluta.

È evidente come Daniele Giancane s’inserisca nella grande tradizione europea della poesia come ricerca ontological.

L’unico strumento per giungere all’assoluto, seppure senza abbracciarlo, ma scorgerlo da lontano, avendo la certezza della presenza dell’arcano (à la Mallarmé), è la poesia.

Anima e mondo esterno originano un dualismo. Giancane non è interessato a sanarlo; è interessato a mostrare come l’anima sia un soffio della natura umana; un soffio che può darci conto dell’essere, seppure per una breve illuminazione.

Giancane non si pone il problema di mettere insieme le due sfere; le dà per certe; e se da una parte c’è il mondo, il divenire, gli accadimenti naturali, la vita e la morte; dall’altro c’è la sensibilità, vi sono sollecitazioni di cui non si può dare misura, eppure sono, si sentono, scuotono l’interiorità, la coscienza. Ebbene, Giancane non dice perché è importante questa seconda sfera, mi piace pensare che creda (pensiero non suffragato dal testo), che Qualcuno abbia dimenticato un pezzo di eterno nelle sue “figure”, da renderle parte dell’eterno, parte dell’universo.

Se il mondo conosce la degradazione, perde di vista l’universale, lo sguardo rivolto all’anima potrebbe non cassare la parte ‘non degradabile’. Con quale strumento? Con la poesia.

È con la poesia, che non ha numeri nè misurini, si può conoscere l’universale presente in noi e nel mondo che ci circonda. “Bisogna digiunare […] sino a divenire/ leggere sfoglie quasi/ invisibili di rose”.

Non siamo in una dimensione romantica alla Schiller, secondo cui la poesia è rappresentazione dell’assoluto, perché per Giancane l’essere lo si percepisce come presenza, ma non come conoscenza.

E fedele a questo scopo, Giancane libera il linguaggio dai suoi usi pratici per una significazione più concentrata, una sorta di energia esplosiva.

Spesso ricorrono nella silloge immagini di fanciulli. Il poeta, come il fanciullo, ama la semplicità e la nudità della vita contro gli infingimenti continui. È così che si ha la possibilità di scoprire una parte del velo della realtà e sfiorare l’essenza dell’essere. Il poeta, l’illuminato, come un bambino privo di sovrastrutture, sa compiere salti con l’immaginazione, sa fermare il tempo, sa connettere gli opposti.

C’è come una condizione esistenziale che si dipana su due binari, paralleli e complementari, disposizioni spirituali: da una parte la cognizione del limite e della “forza gravitazionale”, dall’altra la costante tendenza a recuperare i motivi di liberazione che risiedono nella poesia.

Giancane ha tradotto questa esplorazione con un linguaggio semplice e limpido, elettrizzato da metafore e accostamenti forti (“La metafora”), ridando peso alla parola, perché è in essa che risiede lo strumento di svelamento.

Ecco dunque una poesia frutto dell’intelletto, con il linguaggio che ne è lo specchio; e il poeta da cinese paziente scrive: “Ancora m’è venuta a incontrare in sogno la poesia”, proprio come Montale che non andava in cerca della poesia, ma attendeva di esserne visitato.

 

Archivio. Recensione del 2003.

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